Si farebbe un torto all’intelligenza degli svizzeri e un affronto al Paese se si pensasse che la decisione di bloccare i conti dei russi sia stata imposta da americani ed europei. Sarebbe la prima volta e non farebbe onore a un Paese che dichiara e vanta la propria neutralità, per giunta armata. La Svizzera è entrata deliberatamente in guerra con la Russia nell’unico campo in cui è realmente una potenza mondiale: la guerra economica e finanziaria. Solo qualche disattento cittadino elvetico può pensare che questa non sia una guerra, ma soltanto una sanzione internazionale. È una scelta politica e operativa che si può criticare, ma non dar spazio all’ipocrisia. Partecipare attivamente alla guerra contro la Russia per l’invasione illegale dell’Ucraina, ammesso che sia tale, comporta la stessa posizione nei confronti di tutti gli atti illegali delle guerre, militari e non, e dei criminali. E allora la scelta svizzera è una buona notizia per tutti: aspettiamo che siano chiusi i conti di tutti i cittadini di Stati “aggressori” a partire da quelli arabi in guerra con Yemen e Iran, dagli Stati Uniti e i Paesi europei, ora per allora, per le guerre nei Balcani, in Iraq, Afghanistan, Siria, Libano Libia ecc. ecc. Ma, soprattutto, aspettiamo il blocco dei conti dei terroristi, dei profittatori di guerra, dei trafficanti di armi e dei criminali comuni, delle varie mafie, dei cartelli della droga, degli evasori, dei trafficanti di reperti e opere d’arte, degli accaparratori illegali di miniere, oro, diamanti, terre rare, e dei cosiddetti “capitani d’industria” responsabili di sfruttamento del lavoro e crimini contro i loro stessi dipendenti. Bloccare, ma non solo: aspettiamo che le risorse siano poi sbloccate e destinate all’assistenza dei profughi e delle vittime di tutte le guerre, a partire da quella economica e finanziaria, e di tutti i crimini. O no?
Da Bruxelles al massimo c’è l’Erasmus
Immaginiamo qualcuno a cui viene promessa, e poi negata l’iscrizione a un circolo esclusivo, salvo poi garantirgli la partecipazione a qualche gita sociale. A leggere le cronache del vertice europeo di Versailles, è ciò che sarebbe accaduto a proposito della candidatura dell’Ucraina come Stato membro dell’Ue, accantonata come “una questione troppo grossa”. Mentre, stando sempre alle fonti diplomatiche, l’Europa dovrebbe concentrarsi “su cosa possiamo fare per gli ucraini nei prossimi mesi, offrendogli di entrare al limite nel programma Erasmus” (Il Foglio).
Immaginiamo che accedere ai programmi di mobilità studentesca non sia esattamente il sogno del popolo ucraino, né tantomeno quello del premier Zelensky che, in sovrappiù, ha dichiarato di “aver raffreddato molto tempo fa il suo entusiasmo per un’adesione alla Nato dopo aver capito che la Nato ha paura di uno scontro con la Russia”. E poiché l’uomo di Kiev e la sua gente “non hanno mai voluto essere un Paese che prega in ginocchio per qualcosa”, arrivederci e grazie.
Si discuterà, quando sarà il momento, sulle vere ragioni di tali attese tradite. O, se si preferisce, di tali promesse fraintese.
Infatti, può anche darsi che l’ex comico divenuto presidente abbia riposto eccessivo affidamento sulle possibili aperture politiche e militari dell’Unione. Che, tuttavia, non può essersi inventato di sana pianta, alla luce anche della insistente richiesta di una no fly zone. Di cui potrebbe aver parlato con chi a Bruxelles era legittimato a farlo, prima s’intende dell’aggressione di Putin. Con il risultato che oggi al “raffreddamento” di Kiev fa da contraltare il gelo dei 27 sul possibile ingresso di un partner accerchiato, bombardato e con sullo sfondo l’incubo nucleare. Sembra come se questi “preferirei di no”, di stampo europeo e atlantico, stessero preparando il terreno a quella neutralità dell’Ucraina da qui all’eternità, che resta per Mosca la condizione irrinunciabile per qualsiasi negoziato di pace. Zelensky (al contrario di Groucho Marx) non farebbe mai parte di un club che non accettasse tra i suoi soci uno come lui. Anche se qui c’è molto poco da ridere.
Queen Elizabeth si vendica di B. e FI: convoca Bisignani e sonda la Meloni
Lei si è sentita abbandonata e livida per il grande affronto subìto, l’ha convocato in un guizzo. Lui, che per abitudine è sempre pronto a metterci lo zampino, stavolta s’era un poco dispiaciuto, ma solo perché invece di starla a sentire avrebbe preferito godersi la sua Lazio. L’altra, invece, l’invito a Palazzo l’ha accettato di corsa, se è vero che non capita tutti i giorni di avere in mano una carta che vale oro.
Benvenuti al Senato dove ai piani alti, dopo la batosta quirinalizia, è l’ora della rivincita anche se i pensieri non mancano: il cor di Sua Presidenza lacrima sicché la messa all’indice di Valerij Gergiev è un affronto all’arte, ma pure un bell’intoppo per il di lei figlio Alvise a cui lo zar del podio, chissà se per i premi e gli omaggi pubblici ricevuti da mammà, aveva spalancato le porte del suo prestigiosissimo Teatro Mariinskija San Pietroburgo.
Ma è solo l’ultimo cruccio per Maria Elisabetta Alberti Casellati già finita nella polvere sulla via del Colle, causa fuoco amico: è proprio la presidente del Senato la Lei di questo triangolo in salsa noir. Il Lui, invece, è il faccendiere pregiudicato Luigi Bisignani, richiesto di un aiuto dalla seconda carica dello Stato che aspirava a diventare la prima presidente della Repubblica donna. L’altra è Giorgia Meloni, che reduce dalla convention dei Conservatori americani di Orlando, ha fatto visita a Palazzo Giustiniani, la dimora romana della Casellati. Che in molti accreditano di voler addirittura levare gli ormeggi, insomma “divorziare” da Silvio Berlusconi che ritiene ostaggio di chi in Forza Italia l’ha sabotata sulla via del Colle.
Forse è troppo pensare addirittura a un suo approdo in Fratelli d’Italia. Quel che è certo è che la Meloni tanto si è spesa perché il centrodestra tenesse il punto rivendicando il diritto di esprimere un proprio candidato per il Quirinale pure se quel nome era quello di Sua Presidenza. “Che cosa c’è di divisivo nel suo nome? È la seconda carica dello Stato, che è stata votata anche da una parte del campo avverso. È la proposta più istituzionale che facciamo. Il punto è che si dice no alla Casellati, perché si dice no a chiunque non sia di sinistra”. Parole che i forzisti non han detto o almeno non con la stessa convinzione. Per tacere di Matteo Salvini con cui Casellati ha un eccellente rapporto, ma che ha clamorosamente fatto cilecca: la sua leadership s’è sgonfiata manco un palloncino e come kingmaker/queenmaker quirinalizio lasciamo perdere.
Per Casellati, insomma, l’uomo forte del centrodestra oggi è proprio la presidente di Fratelli d’Italia e così s’è convinta che il rapporto vada ulteriormente fecondato: ovviamente accarezza l’idea di tornare in Parlamento anche il prossimo giro, ma intende anche darsi una chance per essere rieletta al vertice di Palazzo Madama, con buona pace dei suoi che non l’amano. Non riamati, per usare un eufemismo.
Per dire quanto siano ai minimi termini i rapporti della presidente del Senato con i colleghi di Forza Italia, val la pena citare i racconti di chi, se non per amicizia per senso delle cose, l’aveva avvertita per tempo addirittura dei voti esatti che le sarebbero mancati nel segreto del catafalco. Come ha potuto poi lei stessa constatare e senza doversi esercitare col luminol, mentre era a presiedere le operazioni di scrutinio al fianco di Roberto Fico: la manina dei nemici s’è vista sulle schede annullate o rivergate dopo un giro di gomma da cancellare, beffarda crudeltà per lei in attesa dell’agognato verdetto dell’urna.
Vendetta, tremenda vendetta: Casellati appena incassata la disfatta aveva chiesto soddisfazione a Berlusconi, ma niente. E allora, a quanto raccontano i ben informati, avrebbe convocato Bisignani per una controffensiva che risultasse mortale per nemici. Ma fatale per lui, che a quell’ora aveva in testa solo lo stadio.
Giorgia non vuole infierire su Salvini: pace tra FdI e Lega
Poteva dargli il colpo di grazia, affondare la spada, dare il calcio alla sedia e lasciarlo penzolare. E invece Giorgia Meloni sulla vicenda polacca ha difeso Matteo Salvini, primissimi segnali di un disgelo nel freddo siberiano del rapporto tra i due. “Trovo stucchevole che solo a lui non si perdonino i legami pregressi con Putin, quando tutti li hanno avuti”, ha detto la leader di FdI sulla figuraccia del Capitano martedì scorso a Przemysil ad opera del sindaco che gli ha sventolato in faccia la maglietta filo-Putin. E anche di fronte alla missione polacca in generale, Meloni ci è andata piano. “Chiunque faccia qualcosa fa bene…”, aveva dichiarato lunedì. “Io in Polonia? Ma, non lo so, dipende a fare cosa…”, ha poi aggiunto, lasciando trapelare una certa perplessità sulla missione leghista. Che comunque ha difeso, come ha fatto ieri pure Adolfo Urso. “Tutti dobbiamo pensare a cosa fare di più e meglio di fronte a questa situazione invece di mettere in difficoltà l’alleato o l’avversario”, ha affermato il presidente del Copasir di FdI.
Indizi e segnali che nella Lega vengono interpretati come piccoli ramoscelli d’ulivo dopo la rottura sul Quirinale. Dall’elezione di Sergio Mattarella, infatti, i due leader non si sono più parlati, con tanto di coda velenosissima e attacchi reciproci nei giorni a seguire. E qualcuno, nel centrodestra, cominciava a preoccuparsi, dato che le Amministrative incombono e sui candidati ancora tutto tace. Da questo punto di vista, la guerra in Ucraina sta avendo almeno il merito di spingere le forze politiche a stringersi attorno al governo, compreso chi sta all’opposizione. E a Palazzo Chigi è stato gradito l’atteggiamento di Meloni sul conflitto: il suo schierarsi sul fronte atlantista, la ferma condanna all’aggressione russa e il via libera all’invio di armi. Una posizione netta rispetto alle ambiguità di Salvini, che ha indossato la tonaca da francescano inneggiando alla pace senza nominare Putin o la Russia per giorni interi. E poi la figuraccia in mondovisione.
La guerra sta dunque favorendo la pace nel centrodestra? “Da parte nostra non ci sono problemi a riprendere il dialogo, ma dev’essere chiaro che il nostro problema non è la Lega ma l’unità del centrodestra”, spiega Ignazio La Russa. Che per questo avverte: “Quello che noi chiediamo è un patto anti-inciucio”. E Meloni sottolinea come non vi sia “nulla di insanabile, ma bisogna finirla di ammiccare al campo avverso”. Da lì, insomma, si può ripartire. E agli alleati non è sfuggita la sua visita, giovedì, al Quirinale. Si è parlato di crisi Ucraina e di come far fronte al problema energetico, ma il faccia a faccia viene interpretato anche come un segnale di stima verso Mattarella proprio da parte di colei che non lo voleva al Colle.
Poi, però, problemi ce ne sono ancora. Come in Piemonte, dove FdI ha fatto ricorso al Tar contro il voto che ha riconfermato presidente del consiglio regionale il leghista Stefano Allasia. La questione ora è in mano agli avvocati e alle carte bollate.
Facebook & C.: la lotta all’odio a giorni alterni
Facebook pacifista a giorni alterni. Andrebbe chiamata “Meta”, come la società si è ribattezzata da qualche mese, progettando un universo parallelo su misura in cui rifugiarsi quando fuori ci saranno guerre, pandemie e carestie. Le prove generali non vanno però così bene. La guerra c’è, ma manca l’Eden virtuale. Dopo anni di sforzi per raccontare di essere “la Svizzera dei social”, Meta ha fatto inversione in cinque minuti. L’azienda ha deciso di concedere agli utenti di Facebook e Instagram di alcuni Paesi di non rispettare le politiche sul linguaggio d’odio quando indirizzato contro politici e soldati russi. Reuters ha potuto consultare le mail interne destinate ai moderatori. Vengono tollerati i post che chiedono la morte del presidente russo Vladimir Putin o del presidente bielorusso Alexander Lukashenko o degli “invasori russi” ma non gli “appelli credibili alla violenza contro i civili russi”. E ancora: “Le richieste di morte dei leader saranno consentite a meno che non contengano altri obiettivi o abbiano due indicatori di credibilità, come l’ubicazione o il metodo”.
Si leggeva nelle comunicazioni ai moderatori: “Stiamo rilasciando un’eccezione per consentire discorsi violenti che altrimenti verrebbero rimossi in base alla politica sull’incitamento all’odio quando: (a) prende di mira soldati russi, eccetto prigionieri di guerra, o (b) prende di mira i russi dove è chiaro che il contesto è l’invasione russa dell’Ucraina (ad esempio, il contenuto menziona l’invasione, l’autodifesa, ecc.). Lo stiamo facendo perché abbiamo osservato che in questo contesto specifico, i ‘soldati russi’ vengono utilizzati come esempio per indicare l’esercito russo”. La mossa arriva dopo la decisione del Roskomnadzor, l’organo di Mosca che controlla le comunicazioni, di bloccare l’accesso a Facebook nel Paese. Conseguenza, a sua volta, della censura messa in atto dal social di Zuckerberg sui media statali russi. Anche Twitter aveva seguito una simile politica, oscurando gli account di Rt e Sputnik in Europa.
Insomma, l’universo del politicamente corretto, il luogo virtuale dove anche i capezzoli delle statue vengono censurati, dove un omosessuale non può riferire gli appellativi con cui è stato discriminato perché altrimenti gli cancellano i post, dove la satira non può assolvere in pieno il suo ruolo perché obbligata a fare lo slalom tra le scelte linguistiche non consentite e dove il radar anti-bullismo è acceso 24 ore su 24 mostra la sua parzialità e scoperchia l’assurdità di avergli affidato per anni la chiave di lettura di cosa sia giusto dire e cosa no online. Gli è stato lasciato il potere della censura, invece di pretendere la libertà di espressione.
Si tratta di una scelta dettata anche dalla necessità di proteggere profitti e immagine. Se il social avesse censurato anche inavvertitamente uno sfogo o un proclama contro Putin, sarebbe stata accusato di essere filo-russo. “Se avessimo applicato la nostra policy senza aggiustamenti – ha detto in serata il presidente degli affari globali, Nick Clegg –, ora staremmo rimuovendo contenuti di cittadini ucraini che esprimono resistenza e rabbia di fronte all’invasione russa e ciò sarebbe stato giustamente considerato inaccettabile”.
La prima a reagire è stata l’ambasciata russa negli Usa, che ha parlato di “attività estremiste” e ha chiesto a Washington di fermarle: “Una politica aggressiva e criminale che porta all’incitamento, all’odio e all’ostilità nei confronti dei russi è oltraggiosa. Le azioni della società sono l’ennesima prova della guerra senza regole dichiarata dal mondo dell’informazione”. Poche ore dopo la notizia, riferita dall’agenzia di Mosca Tass, che l’ufficio del procuratore generale russo ha chiesto che Meta e tutte le realtà che rappresenta (Instagram e WhatsApp) vengano riconosciute come “organizzazione estremista”. “Quello che Meta sta facendo è chiamato ‘incitamento all’odio razziale’, che nella legislazione russa si qualifica come estremismo”, ha dichiarato il vicecapo del comitato russo sulle tecnologie e le comunicazioni, Anton Gorelkin. La caduta della censura decisa da Meta interessa, almeno per il momento, Armenia, Azerbaigian, Estonia, Georgia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Russia, Slovacchia e Ucraina. Secondo il sito The Intercept, Facebook e Instagram consentono anche la condivisione di articoli e messaggi a favore di Azov, il gruppo paramilitare neonazista ucraino, a condizione che i post si limitino a sostenere la resistenza e non l’ideologia di estrema destra dei militanti. A naso, una distinzione non così semplice da esercitare.
Penne armate che sparano contro i pacifisti
Igiornalisti sognano la guerra più dei generali. Se quest’ultimi (vedi il generale Fabio Mini, il generale Marco Bertolini e altri) hanno preferito la cautela, autorevoli colleghi come Paolo Mieli, Gianni Riotta, Ezio Mauro, Aldo Cazzullo sono impegnati pancia a terra a redarguire i pacifisti accusati di schierarsi a mezza strada tra l’aggressione russa e la difesa ucraina.
Anche se quelli in realtà si oppongono all’invio di armi dietro cui vedono il coinvolgimento della Nato, la loro posizione viene rappresentata tout court come filo-Putin. Riotta ha affibbiato loro l’appellativo di Putinversteher, quelli che se la intendono con il presidente russo. Il clima è questo.
I pensieri basiciUn punto alto dell’avversione, che rasenta il disprezzo, verso posizioni pacifiste integrali si è raggiunto giovedì sera a Piazzapulita contro la professoressa Donatella Di Cesare e il professore Alessandro Orsini accerchiati dai giornalisti con l’elmetto, Paolo Mieli e Mario Calabresi. “Il cinismo dei pacifisti”, spiega l’ex direttore del Corriere della Sera, che su questo tema aveva già scritto una chiara, ma non dichiarata, polemica con il direttore del Fatto Quotidiano, “è quello di chi dice agli ucraini ‘non vi aiutiamo per il vostro bene’”, una caricatura delle reali posizioni che si accoppia al sarcasmo con cui replica alle pacate analisi del professor Orsini. Mario Calabresi, dopo aver professato il suo fascino per chi vuole “comprendere perché i fenomeni accadono” a una Di Cesare che invita a comprendere tutte le motivazioni della guerra, risponde con un ragionamento che definisce “basico”: “Se uno ti spacca la testa con una mazza da baseball non è che stai lì a chiederti le sue ragioni”. E se la filosofa bolla come “propaganda” il ragionamento a base di mazze da baseball, subito interviene Mieli a redarguirla: “Non offenda, non parli di propaganda”.
Dibattiti da talk show, in cui lo scontro prevale sull’interlocuzione, ma che aiutano a cogliere il tono di fondo che nel migliore dei casi è un fraintendimento e più spesso è un’ipocrisia. Nessun pacifista ha detto, infatti, “né con Putin, né con Zelensky”, nessuno si è messo a metà strada tra i contendenti. Il dubbio sull’invio di armi rimanda al giudizio sulla Nato, all’inutile ruolo politico dell’Unione europea, alla disattivazione decennale di strumenti per la risoluzione delle controversie. E quello che dà fastidio ai giornalisti con l’elmetto è la messa in discussione del sancta sanctorum occidentale, la Nato come atto di fede, il ricorso alla guerra come soluzione sempre e comunque. Fu così nel 1991 in Iraq, nel 1995 in Serbia, nel 1999 in Kosovo, nel 2001 in Afghanistan, nel 2003 ancora in Iraq. Un refrain insistito che ha collezionato sconfitte, fallimenti ma riproposto all’infinito.
Gli insulti di Riotta Per questo Riotta decide di maltrattare la nostra Barbara Spinelli, sottolineando come il suo saggio per il quotidiano Il Fatto venga rilanciato, con applausi, dai social media dell’Ambasciata russa a Roma, “Putinversteher con bollo diplomatico” (Repubblica). Un modo per infilarla a forza in una lista di filo-putiniani che aggrega no vax, sovranisti e intellettuali di prestigio (Massimo Cacciari, Lucio Caracciolo) e lei stessa, analista e intellettuale impegnata da sempre su limpide posizioni progressiste.
Spinelli, però, è colpevole di aver criticato la strategia di allargamento a Est della Nato, nonostante la tesi sia stata elaborata dal fior fiore del pensiero geopolitico statunitense.
Mauro senza pace Lo stesso atteggiamento viene scaraventato contro il pacifismo sceso in piazza il 5 marzo a Roma. Scrive Ezio Mauro: “La ‘neutralità attiva’ di fronte all’evidenza dell’aggressione di Putin all’Ucraina è una formula non soltanto sterile, ma ingannevole, dunque sbagliata”. E “rifiutando di vederla, noi rimettiamo in cammino l’eterno fantasma d’Europa: il quinto Procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato”. Pacifisti che se ne lavano le mani, l’accusa più infida.
Posizione ripresa dal Corriere della Sera, che ha schierato nei giorni scorsi un tridente composto da Antonio Polito, Aldo Cazzullo e il già citato Paolo Mieli.
Polito punta il dito Antonio Polito alle posizioni pacifiste risponde: “La frase chiave di questo argomento dice: ‘La pace è più importante di tutto, anche della libertà’. È più o meno ciò che pensava la folla plaudente che accompagnò nel 1938 Neville Chamberlain, premier britannico, alla partenza per la Conferenza di Monaco”. Il paragone con Hitler e i Sudeti è immancabile, come se Putin avesse già scritto un suo Mein Kampf e avesse il piano segreto di conquistare l’intera Europa. Ma c’è anche un altro scioglilingua che in certa stampa rappresenta un evergreen, “la riedizione di un vecchio e famigerato slogan degli anni di piombo, ‘né con lo Stato né con le Br’ (ancora Polito). Calabresi a Piazzapulita lo declina a modo suo: “Mi ricordate quelli che giustificano le Brigate rosse con la strage di piazza Fontana”. Tic e riflessi di un modo di ragionare che è sempre lo stesso, liquida i dissensi schiacciandoli su posizioni mai espresse e rinvia a schemi incistati della storia italiana.
Deinde filosofare Aldo Cazzullo, ancora sul Corriere, la liquida in modo “basico”, come direbbe Calabresi: “La guerra di Putin uccide ogni giorno decine se non centinaia di vecchi, donne, bambini; ma noi filosofeggiamo, poiché non esistono il bene e il male, il torto e la ragione, il bianco e il nero; esiste solo il grigio, in cui tutto può essere giustificato”. Nessuno in realtà giustifica la guerra, solo chiede di affrontarla in altro modo che non sia l’escalation della guerra stessa. Poi si passa a una retorica da vecchia sinistra che dovrebbe convincere gli attuali ‘compagni che sbagliano’, vedi la Cgil o l’Anpi.
W la Resistenza Per Luigi Manconi, ancora Repubblica, i ragionamenti che rifiutano di fornire armi mostrano una logica per la quale “si sarebbe dovuto rinunciare a gran parte delle azioni armate della Resistenza”. Ragionamento simile a quello di Adriano Sofri (Il Foglio) che paragona l’invio delle armi all’Ucraina alla sottoscrizione organizzata da Lotta Continua nel 1973 per inviare armi al Mir cileno contro il golpe di Augusto Pinochet.
Ma Pinochet rappresentava un colpo di Stato interno, che apriva una fase di guerra civile (in realtà rapidamente soffocata) mentre sulla Resistenza Alessandro Portelli (il manifesto) ricorda molto chiaramente che gli Alleati che fornivano armi ai partigiani “erano già in guerra con la Germania, la guerra la stavano vincendo e, particolare non secondario, avevano già ‘gli stivali sul terreno’”. La Nato i “boots on the grounds” non li ha ancora, ma in realtà il desiderio inconfessabile dei giornalisti con l’elmetto è questo. Più oltranzisti dei generali.
L’aereo di Stato si chiama “Balbo”. I ministri volano con il gerarca
Anche senza voler scomodare queste frenetiche giornate di guerra e di tentata diplomazia, la flotta del nostro 31esimo Stormo viaggia senza sosta nei cieli internazionali. A fine febbraio ha portato il ministro Luigi Di Maio ad Algeri e la collega Lamorgese a Bruxelles. Qualche giorno prima, apprendiamo dal resoconto sul sito della presidenza del Consiglio, atterrava a Pechino con la sottosegretaria Valentina Vezzali. E ancora: il ministro Guerini è sceso a Monaco, l’onorevole Rotta a Landivisian, la Guardasigilli Cartabia a Lille.
Tutti a bordo degli Airbus o dei Falcon che l’Aeronautica militare mette a disposizione per i voli di Stato. E che finora sfrecciavano sulle nostre teste contrassegnati solo dall’anonima sigla del modello di fabbricazione. Così, ai comandanti di stanza a Ciampino dev’essere venuto in mente che era arrivato il momento di dargli un nome. E quale migliore ispirazione dei trasvolatori atlantici di cui si impegnano “a rinnovar le gesta”? Ecco che allora l’MM 62243 viene intitolato all’aviere Carmelo Raiti, caduto della seconda guerra mondiale. L’MM 62209 celebra Arturo Ferrarin, che nel 1928 da Roma riuscì a raggiungere il Brasile: la più lunga distanza in linea retta mai coperta fino ad allora. Tra i trasvolatori atlantici si contano almeno un’altra trentina di personalità che si sono distinte in imprese storiche. Ma per il terzo Airbus che trasporta le più alte cariche dello Stato si è scelto il nome di Italo Balbo che, oltre a volare da Orbetello a Chicago, è stato un gerarca fascista, governatore della Libia per conto del duce e del re. Proprio in questi giorni, si discute della decisione del comune toscano da cui Balbo partì di intitolargli l’idroscalo. Una faccenda arrivata fino in Parlamento, con l’interrogazione di Federico Fornaro (Leu) a cui ha risposto il sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia, che – in attesa delle decisioni del prefetto – ha fatto cenno alla “ponderata valutazione circa i risvolti che una tale intitolazione avrebbe sul piano dell’ordine pubblico e del rispetto dei valori costituzionali”.
Evidentemente ignorano che su un aereo che porta lo stesso nome viaggiano già ministri e onorevoli, presidenti e capi di Stato: le più alte cariche della Repubblica a bordo del velivolo che celebra un responsabile dello squadrismo fascista, uno dei quadrumviri della marcia su Roma che instaurò il regime in Italia. Uno schiaffo alla nostra storia che rischia pure risvolti diplomatici: basti immaginare che idea devono farsi, le autorità di Tripoli, nel vedere scendere un rappresentante del governo italiano da un aereo intitolato a chi fu il volto dei colonizzatori. Così come a Orbetello, la linea dell’aeronautica su Balbo si rifa “al ricordo del coraggio, dello spirito di sacrificio e di abnegazione degli uomini” che hanno compiuto imprese nei cieli. Quelli del 31esimo Stormo si dicono fedeli al motto “a rinnovar le gesta”. Non tutte, possibilmente.
“Al fianco Est ci pensiamo noi con l’amico Orbán”
Era il marzo 2020, appena due anni fa, quando, Partito democratico in testa, veniva scaricato un diluvio di improperi contro il regime di Viktor Orbán per la decisione del parlamento ungherese di assegnare i cosiddetti “pieni poteri” (la scusa era la pandemia) al presidentissimo: “Il virus ha fatto ammalare anche la democrazia nel nostro continente. Ciò che sta avvenendo in queste ore in Ungheria è inaccettabile. L’Europa deve far tornare indietro Orbán. Un regime autoritario non può fare parte dell’Unione”, tuonava minaccioso Andrea Orlando, allora vicesegretario del Pd e attuale ministro del Lavoro. Bene, come se nulla fosse qualche giorno fa il ministro della difesa Lorenzo Guerini, sempre Pd, di culto ex renziano, si è recato a Budapest per un bilaterale con l’illiberale, xenofobo e omofobo regime ungherese di quell’Orbán sempre additato come il cattivo d’Europa insieme con Le Pen, Meloni e Salvini e non a caso, essendo, fino a ieri l’altro almeno, il governo del muro per respingere i profughi, con tanto di condanne della Corte di giustizia europea all’attivo.
La ragion di Stato è ragion di Stato, ma tanto da arrivare anche a firmare col suddetto regime una “dichiarazione di intenti” per incrementare la collaborazione militare fra Ungheria e Italia forse sarebbe eccessivo. Eppure è successo. Guerini, in bella mostra nelle foto caricate sul sito del ministero della Difesa lunedì scorso, ma senza fare (fino a oggi) grande notizia, ha firmato uno Statement of Intent insieme con il suo omologo ungherese, Tibor Benkö: nominato da Orbán nel 2018, il generale Benkö è uno dei due ministri della Difesa di Paesi Nato (l’altro è il turco Hulusi Akar) ad essere un alto militare in carriera; parla fluentemente inglese e russo, essendosi formato e addestrato tra il 1975 e il 1979 alla Kalinin Artillery Military Academy di Leningrado, in un Paese ancora denominato, pensate un po’, Unione Sovietica, prima di trascorre un biennio, tra 2000 e 2001 anche sull’altra sponda, quella americana all’Army War College della Pennsylvania.
Ma che cosa ha firmato il “nostro” Guerini con tale alto militare, capo di Stato maggiore dell’esercito ungherese dal 2010, ora ministro dell’illiberale governo guidato dal cattivissimo Orbán? Lo spiega lo stesso Guerini senza troppi problemi (sul sito della Difesa): “Una cooperazione strutturata e rafforzata in ambito militare, che aumenterà l’interoperabilità tra le nostre forze armate anche sul piano dell’addestramento in ambito terrestre, aereo e nel dominio cyber, nonché della collaborazione industriale”. Ed è sempre Guerini anche a circoscrivere il contesto in cui questa firma è avvenuta: “L’invasione in corso da parte russa ha ricevuto una risposta ferma e coesa da parte dell’intera comunità internazionale: partecipiamo in maniera significativa alle tante iniziative dell’Alleanza atlantica per rafforzare la deterrenza, come ad esempio la presenza avanzata in Lettonia e l’air policing in Romania e con il collega Benköő abbiamo anche valutato la possibilità di rafforzare l’interoperabilità tra le nostre forze armate attraverso la condotta di esercitazioni congiunte qui in Ungheria, come dimostrazione della forza della nostra unità e collaborazione. Si tratta chiaramente anche di un importante contributo alla deterrenza sul fianco est”.
E siccome alla sfacciataggine non c’è mai fine, Guerini non si è risparmiato considerazioni sui profughi: “Far cessare subito le drammatiche sofferenze che il popolo ucraino sta subendo e che sono all’origine del massiccio flusso di rifugiati, costretti a fuggire a causa dell’invasione, rifugiati che l’Unione europea sta già accogliendo e continuerà ad accogliere, facendosene carico responsabilmente, fedele ai propri valori fondanti”. Parole che suonano decisamente bizzarre perché pronunciate sottoscrivendo un impegno militare con lo stesso governo che non si è risparmiato di erigere una barriera metallica, altro che muro, lungo i confini con Serbia e Croazia per bloccare la “rotta balcanica” di migliaia di migranti in fuga dalla guerra in Siria, conflitto in cui la Russia di Putin ha giocato un ruolo non secondario nel riconsolidare il regime di Bashar al Assad proprio quando il despota siriano pareva ormai finito.
A fine 2020 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha condannato due leggi ungheresi sul trattamento dei richiedenti asilo e mentre adesso le cancellerie occidentali, non tutte, si sbracciano per chiedere un ingresso veloce dell’Ucraina nell’Ue, solo lo scorso agosto il ministro delle finanze Mihály Varga auspicava che fosse la sua Ungheria a uscire dall’Unione (la “Huxit”) a causa delle critiche dei vertici europei e dei governi democratici contro il pacchetto di leggi omofobe approvato dal regime magiaro. La Storia ancora una volta si contorce su se stessa, dopotutto sembra ieri che il colonnello Gheddafi piantava le sue tende nella stupenda cornice romana di Villa Pamphilij con tanto di “amazzoni” al seguito (2009) e, poi, in un batter di ciglia sic transit gloria mundi (2011).
Falò delle vanità della Ue: tanti annunci, pochi fatti
La Ue non blocca l’import di energia dalla Russia, perché nell’immediato non saprebbe fare a meno del gas e del petrolio di Vladimir Putin. Dopo quello post-pandemia, non vara un Recovery Plan “di guerra”, perché i soliti “Paesi frugali” esitano a mettere in comune più debito. I 27 Paesi membri sono invece pronti a varare un nuovo pacchetto di sanzioni, il quarto, “per isolare ulteriormente la Russia e farle pagare un prezzo più alto per l’invasione dell’Ucraina”, mentre staccano 300 milioni di aiuti umanitari e finanziari – una prima tranche dei 1.200 stanziati – “al coraggioso popolo ucraino”.
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen enfatizza: “Siamo al fianco di Kiev”. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz afferma: “Non fermeremo le importazioni d’energia dalla Russia” – nonostante le pressioni di Polonia e Baltici in tal senso –, ma usciremo da questa dipendenza” e parla di una decisione “consapevole, giustificata e comprensibile”. Il “ministro degli Esteri” della Ue Josep Borrell annuncia il raddoppio dei fondi dello strumento militare europeo, la European Peace Facility, e lo stanziamento di ulteriori 500 milioni per il sostegno militare all’Ucraina. Nelle stesse ore, il Congresso Usa vara un pacchetto finanziario da 1.500 miliardi di dollari che contiene 13,6 miliardi per l’Ucraina.
Il vertice di Versailles si svolge in un clima di guerra. Il presidente francese Emmanuel Macron, che lo ospita perché la Francia ha la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue, agita lo spettro della fame nel mondo: “C’è un rischio di instabilità alimentare fra 12/18 mesi”, Scholz avverte che uno stop al gas della Russia “provocherebbe black-out”.
Ma il presidente ucraino Volodymyr Zelensky dice a Joe Biden e al presidente finlandese Sauli Niinisto di essere insoddisfatto sia delle decisioni di Versailles che delle misure Usa: ”Non è quello che ci aspettiamo”. Né lo consolano le parole di circostanza di Macron, secondo cui “il cammino dell’Ue è aperto agli ucraini”.
A metà maggio, la Commissione di Bruxelles presenterà proposte “per ottenere entro il 2027 l’indipendenza da gas, petrolio e carbone russi e sostenere ancora di più la transizione verde”, è l’impegno di von der Leyen. “L’Europa non può prendere le stesse misure di Usa e Canada” che, come la Gran Bretagna, hanno già messo al bando l’import di energia dalla Russia, chiosa Scholz. Il premier spagnolo Pedro Sanchez vorrebbe scollegare il prezzo del gas da quello dell’elettricità, ma non spiega come farlo.
In difficoltà sull’import di energia dalla Russia, divisi sul Recovery plan “di guerra”, velleitari sull’Europa della difesa, i 27 si accontentano di continuare a spingere su sanzioni che abbiano “impatto diretto sulle opportunità di sviluppo economico della Russia, incluse quelle finanziarie”. Il che farà lievitare i dazi occidentali sui prodotti russi. Zelensky nota: “A Versailles, interessi nazionali e divisioni hanno prevalso sulle scelte europee”.
Bce, l’ora dei falchi. “Sparita” la guerra, via ai rialzi dei tassi
Nella conferenza stampa di giovedì scorso, la presidente della Bce non è stata esplicita come avvenne esattamente due anni fa. La frase “non siamo qui per chiudere gli spread”, che fece esplodere lo spread di tutti i titoli di Stato della periferia della zona euro, compreso il Btp italiano, non è stata ripetuta, ma la sensazione sul mercato non è quella di uno scampato pericolo. L’avvio dell’invasione russa in Ucraina aveva fatto ritenere che la Banca centrale europea potesse avere un atteggiamento molto più prudente rispetto a quanto si immaginava a inizio anno. La politica monetaria non può aumentare l’offerta di petrolio e altre materie prime, non può fornire al mercato i beni alimentari o i fertilizzanti che mancano dalla Russia, e così si era portati a ritenere che l’abbassamento delle stime di crescita avrebbe giustificato un atteggiamento più attendista. È compito della politica fiscale intervenire per ridurre il peso di queste strozzature e dell’aumento dei prezzi che determinano. La politica monetaria può far ben poco, ma rischia di far collassare ancor più domanda, consumi e investimenti.
Nelle pieghe del discorso della Lagarde, però, non si è visto alcun ragionamento di questo tipo. Il tema centrale della conferenza stampa è stato l’inflazione e la sua evoluzione per la guerra. Il rischio al ribasso per la crescita e il pericolo di una crisi finanziaria a causa delle sanzioni non ha trovato molto spazio. Per frenare l’inflazione, che si ipotizza possa raggiungere il 5,1% nel 2022, il programma di acquisti di titoli finanziari varato per contrastare la pandemia terminerà questo mese e anche il programma ordinario di acquisti si ridurrà più velocemente, passando dai 40 miliardi al mese di aprile al 20 di giugno, per concludersi nel terzo trimestre. Se non ci saranno sconvolgimenti particolari a raffreddare l’inflazione, dal terzo trimestre, la Bce non interverrà più sul mercato dei titoli di Stato e sarà pronta a rialzare i tassi d’interesse. Sebbene non sia stato fornito un timing preciso per l’avvio di questi rialzi e Lagarde abbia più volte ripetuto che le decisioni dipenderanno esclusivamente dai dati, l’impressione è che si sia arrivati a una svolta. Il Financial Times ha titolato che i falchi sono ormai al comando della Bce. In un Consiglio direttivo diviso al suo interno, focalizzare l’attenzione solo su inflazione e impatto della guerra sui prezzi vuol dire lasciare la guida a chi tradizionalmente vede nel rialzo dei prezzi il nemico principale, senza tener conto del contesto e delle ragioni.
Il mercato valuta adesso che nel 2022 ci saranno almeno due rialzi dei tassi della Bce, ciascuno da 25 punti base, rialzi che continueranno anche nel 2023. I rendimenti dei titoli di Stato sono saliti di conseguenza, penalizzando in particolare l’Italia e gli altri Paesi periferici. La sorpresa di questa virata è che è stata compiuta quando le aspettative di inflazione a lungo termine rimangono ancorate intorno al target del 2% e non c’è alcuna pressione salariale. Lagarde ha fatto notare che nel 2021 i salari sono cresciuti meno che nel 2020. Se si mantenesse questa dinamica, il colpo sul potere d’acquisto dei cittadini europei sarebbe tremendo. La Bce dovrebbe evitare di aggiungere anche il colpo dei tassi d’interesse. Sembra che si sia deciso di abbandonare il regime affermatosi negli otto anni di Draghi. Si ritorna a prima del 2012 e il problema dell’inflazione non è più affrontato in modo prudente, ma anticipando gli eventi. L’ultima volta che questo avvenne, con i due rialzi del 2011, non andò molto bene e l’eurozona si trovò poi vicina al rischio di frantumarsi. Quello che servirebbe in questa fase è invece una politica monetaria attendista e una politica fiscale invece più aggressiva, che riesca a partorire velocemente delle risposte che lo stesso vertice di Versailles di ieri ha affrontato: tassazione degli extra-profitti delle società energetiche e prezzi calmierati dell’energia. Il compito è evitare che il rialzo dei prezzi dei beni energetici contagi tutto il sistema produttivo amplificando gli effetti sui prezzi per il consumatore. La speranza è che si riesca a far qualcosa di concreto prima che questo accada, ma il tempo stringe e i segnali che arrivano non ispirano molta fiducia.