Tetto al metano ed eurobond: Draghi esulta, ma a mani vuote

Il vertice “è stato veramente un successo” e “tutti i riscontri che ho avuto vanno nella direzione di una richiesta di coinvolgimento, un desiderio di presenza italiana”. È leggendo queste due dichiarazioni del premier Mario Draghi, insieme a un avvertimento, che si arriva a una versione più realistica della situazione. Nella Galleria degli Specchi di Versailles, alla fine del Consiglio europeo informale, Draghi infatti scandisce: “Occorre una risposta europea” alle diverse problematiche che si stanno acuendo con lo scoppio della guerra in Ucraina. Tuttavia, “non si è parlato di eurobond, io stesso ho ritenuto che non fosse il momento. Ho presentato l’esigenza e la Commissione poi presenterà una proposta su come organizzare una risposta”. Perché, “questi bisogni finanziari hanno una tale dimensione che non ha posto in nessun bilancio nazionale. La congiuntura deve prevedere una politica fiscale che continui a essere espansiva, centrata sugli investimenti. Oppure gli obiettivi climatici e quelli della difesa non verranno conseguiti”. Draghi ci tiene a essere rassicurante sulla tenuta economica dell’Italia, così come mette enfaticamente l’accento sulla compattezza della Ue, ma la promessa di un’Europa unita sull’energia e la mutualizzazione del debito almeno per ora non soddisfa le richieste dell’Italia. Sull’energia, le conclusioni del vertice si fermano un passo prima, rispetto al “price cap” del gas (il tetto ai prezzi), previsto nei lavori preparatori, per l’opposizione di Olanda e Germania. Sarà per questo che il premier chiarisce che i tedeschi sono più dipendenti dell’Italia dall’energia della Russia.

Anche se poi Draghi rivendica come un punto a favore del nostro Paese la strategia scelta dalla Ue di diversificare le fonti e tassare gli extra profitti delle società dell’energia, cacolati in 200 miliardi. Sugli eurobond si è schierato anche Emmanuel Macron, che Draghi ha incontrato più volte nella due giorni francese. Ma si tratterà di aspettare il Consiglio europeo di Bruxelles, il 24 e il 25 marzo, per vedere cosa effettivamente maturerà. Secondo i calcoli della Commissione, e assumendo che la mancanza che vogliamo riempire sulla difesa è lo 0,6, spiega Draghi, “il fabbisogno risulta essere pari a 1.500 o 2mila o più miliardi”.

I segnali che il compromesso per ora non c’è arrivano anche indirettamente. Per esempio, dall’annuncio dello stesso premier che per “le insufficienze di materie prime, tra cui l’agroalimentare” occorrerà importare da altri Paesi “come Usa, Canada o Argentina”. E “ciò determina una necessità di riconsiderare tutto l’apparato regolatorio e questo argomento lo ritroviamo sugli aiuti di Stato, sul Patto di Stabilità”. Non a caso, i provvedimenti con le misure per l’emergenza sono rimandati a fine marzo: si aspetta il vertice di Bruxelles. Pure se Draghi smorza sull’“economia di guerra”, a Roma però l’allarme c’è eccome ed è lo stesso ministro Giancarlo Giorgetti a non escludere un nuovo scostamento di bilancio.

Il premier appare più “in palla” degli scorsi giorni. Se doveva scegliere un obiettivo, ha scelto quello non di giocare un ruolo sullo scacchiere geopolitico e nelle mediazioni tra Russia e Ucraina, ma di difendere gli interessi dell’Italia a livello europeo e – contemporaneamente – cercare di confermare la sua leadership a livello Ue. Tant’è vero che risponde in maniera piuttosto piccata a chi gli chiede conto del fatto che lunedì sera non sia stato coinvolto nella video conferenza tra Biden, Macron, Scholz e Johnson. “È un grave problema, eh”, dice. “Il formato che è stato adottato per quella riunione è un formato noto, già usato. L’argomento di discussione era l’Iran. Per l’Iran il governo italiano di allora decise di non partecipare, da allora è rimasto”. Peccato che sia stata proprio la Casa Bianca a parlare di un vertice dedicato alla crisi ucraina.

Ieri, poi, Draghi ha avuto anche il bilaterale con il premier polacco, Matusz Morawiecki, saltato mercoledì (per scelta di quest’ultimo). Al centro, l’immigrazione, che vede la Polonia in prima linea ora e l’Italia storicamente in difficoltà.

Morto a 80 anni Mario Teràn, soldato che uccise Che Guevara

Era stato scelto nell’ottobre del 1967 per mettere fine alla vita di Ernesto ‘Che’ Guevara. Mario Terán, allora sergente dell’esercito boliviano, è morto a 80 anni a Santa Cruz de la Sierra, dopo una lunga malattia. Nell’ultima intervista concessa anni fa, il militare raccontò a un giornalista le sensazioni provate prima di premere il grilletto. “È stato il momento peggiore della mia vita – disse – e ho visto il Che grande, molto grande, enorme. I suoi occhi brillavano luminosi (…). Stai calmo’, mi disse, ‘e mira bene! Stai per uccidere un uomo!’. Io (…) chiusi gli occhi e sparai”.

Odessa, il conto alla rovescia: i russi arrivano anche dal mare

Il treno dal Nord lentamente raggiunge nel mattino la stazione, i passeggeri stanchi e ancora intorpiditi dopo una lunga notte buia nei vagoni si preparano a scendere. Tra le facce di uomini e donne spicca quella di un ragazzo che al telefono dice: “Sì, sono arrivato finalmente Odessa”. La città conosce la guerra e i suoi abitanti dallo scoppio del conflitto si sono uniti sotto due cause: quella ucraina e quella di Odessa. Gli abitanti amano la loro città, ne sono orgogliosi e ognuno contribuisce a tenerla viva, nonostante le notizie da Est mettano paura. Sono tutti consapevoli che insieme a Mariupol anche Odessa è nelle mire del Cremlino. La Marina russa come un predatore si avvicina e si allontana da giorni dalla costa, sembra quasi che stia attendendo il momento buono per strapparla via dalle cartine geografiche, ma nonostante la minaccia sono centinaia gli abitanti che affrontano la paura sulle spiagge per raccogliere la sabbia necessaria a fortificare le trincee disseminate per tutta la città. Il sindaco Gennady Thrukanov, che non aveva mai nascosto le sue simpatie filorusse, oggi è sicuramente su altre posizioni. Parla ai suoi concittadini confermando che i russi potrebbero presto circondare la città e li invita ad “accogliere come si deve il nemico”, ma Odessa intera rischia come Kiev di essere isolata in caso di un attacco militare, perché, oltre dal mare, anche via terra le forze russe possono accerchiarla. A ovest la Transnistria non permette una via di fuga, ugualmente a Est l’altra grande città di Mykolaiv è sotto il fuoco nemico. Spostandosi poi ancora più verso oriente, c’è Mariupol che ormai è l’immagine di fosse comuni e di ospedali pediatrici bombardati.

Non ci sono vie di scampo, ma nessuno ha intenzione di perdersi d’animo. In mezzo alla città, di fronte lo storico teatro dell’opera, un coro canta canzoni patriottiche. Tra le strade della meravigliosa città di mare si respira un forte senso di comunità. Sono tutti però realistici e consapevoli del pericolo. Sarebbe devastante per l’Ucraina consegnare questa area al governo russo. Il Mar Nero significa tutto per gli ucraini, è dove il Paese si poggia economicamente grazie ai suoi porti, è la sua storia che si riflette sull’acqua: ma già la Crimea dal 2014 solo sulla carta è ancora Ucraina, ma perché il controllo è del grande fratello russo, che ambisce a creare un corridoio che da Mariupol arrivi fino il confine moldavo. A 130 km a est di Odessa è tutt’altro il clima di Mikolaiv. Lì il nemico non si attende più. Ha fatto sapere quanto sia feroce la sua forza. Basta entrare nel periferico ospedale cittadino numero 3 della città e vedere i pazienti straziati dalle ferite dei colpi di mortaio precipitati sulle loro case, nelle strade che conoscono da quando sono bambini. Come uno sciame, reporter, giornalisti e fotografi entriamo per vedere e documentare le condizioni di queste persone. Il personale sanitario con estrema pazienza capisce le nostre esigenze, ma chiede rispetto, perché il dolore non si colleziona sul sensore di una macchina fotografica: va curato.

Le vittime hanno qualcosa in comune nei loro volti, lo stupore per quello che gli è accaduto, il non capire il motivo di tutto questo, l’alienazione del perché un giorno mentre guardi spaventato la televisione, ascolti le notizie da Kiev, mentre fai la tua vita un sibilo improvviso ti lacera casa e tu rimani sotto i detriti. Tutto si stravolge, le ferite fisiche e mentali tormenta la tua carne, non hai più idea di cosa sei, se ancora sei qualcosa. Piangi e in un lampo da quell’atroce momento ti ritrovi in una corsia d’ospedale dove ti accorgi di persone straniere nella tua camera, che ti osservano, ti fanno domande mentre qualcuno ti interrompe per fermare ogni tuo discorso in modo da tradurlo a questi estranei. Anche loro, alla fine, sono degli invasori della tua intimità. Fuori dall’ospedale pneumatici e strade deserte, solo la presenza massiccia di militari ucraini e i colpi pesanti in partenza di obici, si avvicina l’orario di coprifuoco e stavolta un ragazzo, col volto nascosto e l’equipaggiamento di chi sta vivendo sul fronte, risponde al suo superiore: “I giornalisti devono subito allontanarsi, non possiamo badare anche a loro”.

Kiev o Mosca: l’attrazione fatale del soldato ramingo

La Russia invierà foreign fighters a supporto dell’invasione in Ucraina. Lo ha detto ieri Vladimir Putin durante uno scambio con il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, al Consiglio di sicurezza al Cremlino. Shoigu ha parlato di circa 16.000 combattenti oggi in Medioriente e pronti a partire per l’Ucraina. Putin ha risposto: “Se ci sono persone che, spontaneamente e non per denaro, vogliono soccorrere la popolazione del Donbass, dobbiamo supportarle e aiutarli ad arrivare in zona di guerra”. Una messinscena che annuncia una nuova escalation nella guerra, con l’arrivo di milizie già impiegate in Siria contro i civili e a sostegno del regime di Bashar al-Assad. La notizia era stata anticipata due settimane fa sul sito siriano DeirEzzor24, secondo il quale “Mosca sta cercando volontari con contratti da 6 mesi, a 200/300 dollari al mese”. Secondo la stessa fonte, la società di mercenari russa Wagner stava preparando i suoi veterani, già operativi in Libia al fianco del generale Khalifa Haftar, a trasferirsi in Ucraina.

Il 7 marzo, un alto ufficiale del Pentagono aveva confermato come il reclutamento fosse in corso, commentando: “È rilevante che Putin ritenga di aver bisogno di rinforzi”. Secondo il Wall Street Journal, alcuni mercenari siriani sarebbero già in Russia e pronti a passare il confine, ma ieri sempre il Pentagono ha aggiunto: “Non abbiamo indicazioni che in Ucraina siano presenti combattenti stranieri dalla Russia”. Con l’eccezione delle truppe di Ramzan Kadyrov, leader ceceno e alleato di Putin, i cui soldati sono arrivati in Ucraina nei primi giorni dell’invasione. Secondo le autorità ucraine, una cellula delle forze speciali cecene avrebbe tentato di uccidere il presidente ucraino Zelenskyy: l’attentato sarebbe fallito grazie a una soffiata dei servizi segreti russi. Cresce invece la ‘legione straniera’ che combatte al fianco degli ucraini, dopo l’appello di Zelensky, il 27 febbraio, a chiunque volesse ‘unirsi agli ucraini nella lotta ai criminali di guerra russi e difendere la nostra patria: venite, vi daremo le armi”. Secondo il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, a rispondere alla chiamata sarebbero stati già in 20.000, da 52 Paesi, alcuni senza alcuna preparazione militare o esperienza di combattimento, altri veterani delle campagne in Iraq o Afghanistan. Incluso, secondo la CBC, un cecchino infallibile che ha servito il contingente canadese a Kandahar fino al 2011 e poi come volontario in Iraq con le forze curde contro l’Isis nel 2015. Reuters riferisce che sarebbero già operativi in Ucraina dozzine di ex soldati di reggimento britannici d’élite, che hanno sfidato il veto ufficiale del governo a unirsi alla guerra, attratti dal ‘senso di uno scopo, cameratismo e causa ideale”. Per l’Economist, i foreign fighters pro ucraina vengono reclutati via canali diplomatici. Nei primi giorni del conflitto, il loro training durava tre giorni e poi, anche se impreparati, venivano mandati al fronte: con l’arrivo di veterani, ora i più inesperti ricevono circa tre settimane di addestramento. Tutti devono firmare un contratto che, in cambio di circa 300 dollari al mese, li vincola “fino alla fine della guerra”, e sono soggetti alla stessa legge marziale imposta ai maschi ucraini fra i 18 e i 60 anni.

“Se inviamo altre armi aumenteranno i morti: si rischia una nuova Siria”

“Condanno l’invasione russa in Ucraina e sono schierato dalla parte del blocco Occidentale, ma il mio compito è comprendere le cause di questa aggressione, nella speranza di capire quali errori non commettere in futuro”. Di questi tempi la premessa è d’obbligo, vista la generale omologazione del dibattito intorno alla guerra. Ma Alessandro Orsini, direttore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale della Luiss e Research Affiliate al Mit di Boston, avanza un’analisi critica: “La responsabilità militare è ovviamente della Russia, ma la responsabilità politica del crollo della pace è soprattutto dell’Ue”.

Professor Orsini, perché ritiene che l’Europa abbia fallito?

Avrebbe dovuto proteggere il territorio e gli europei, impedendo politiche che hanno compromesso la pace. Non doveva prestarsi alle pressioni della Nato, opponendosi agli Usa e rendendosi conto che le sue politiche avrebbero messo in pericolo gli stessi europei. L’Ue avrebbe dovuto fare anche una stima dei potenziali morti nel caso di guerra in Ucraina, come la Casa Bianca ha fatto quando Trump valutò di attaccare la Corea del Nord.

A cosa si riferisce?

Per stare ai fatti più recenti, nel 2021 la Nato ha svolto tre esercitazioni militari con scenario di guerra in Ucraina. A giugno la Sea breeze ha coinvolto 32 Paesi. La seconda, a luglio, si chiamava Three swords e la terza, a settembre, Rapid trident. In una di queste, la Russia ha denunciato di aver sparato colpi di avvertimento contro una nave inglese e Londra ha risposto che la Russia faceva bene a preoccuparsi della potenza della Nato, così sarebbe stata dissuasa dall’attaccare l’Ucraina. Ancora: la Nato ha danneggiato gli interessi di Putin in Siria, Iran, Iraq e Georgia.

In che modo?

In Siria, alleato della Russia, ha alimentato la guerra civile per rovesciare Assad e sostituirlo con un presidente filo-Usa. Quanto all’Iran, altro alleato di Mosca, Trump ha cercato di soffocarlo arrivando persino a uccidere il Generale Soleimani. L’Iraq è stato invaso nel 2003 con la ferma opposizione di Putin, mentre in Georgia la Nato ha condotto un’esercitazione militare nel luglio 2021.

Ma armare gli ucraini è un dovere?

Dobbiamo perlomeno considerare due conseguenze. La prima è che avremo una sirianizzazione del conflitto, cioè una guerra prolungata e sanguinosa che coinvolgerà molto di più la popolazione civile. E poi, armando i civili, Putin non riuscirà più a distinguere chiaramente i militari ucraini dai civili armati, dunque scaricherà la responsabilità dei morti sull’Occidente che ha armato l’Ucraina. Dobbiamo sapere che vendere più armi agli ucraini aumenterà il numero di caduti. Quello che mi spaventa è il rifiuto o addirittura la censura verso queste considerazioni critiche.

Le sanzioni funzionano?

Mi sembra che Putin avanzi imperterrito. Non si può volere tutto e subito. Se minacciamo di alzare le sanzioni a ogni avanzamento, non otterremo nulla. La mia priorità è salvare i bambini. Bisogna allora vincolare l’inasprimento delle sanzioni al numero di bambini uccisi da Putin, piuttosto che al conflitto complessivo.

Porterebbe risultati?

Quando avviarono i bombardamenti in Yemen, i sauditi sganciavano missili all’impazzata, colpendo molti civili. Dopo essere stata inserita, nel 2016, nella lista nera dell’Onu per il numero di bambini uccisi, l’Arabia Saudita istituì il Jiat, un organismo che si occupa delle violazioni del diritto internazionale da parte della stessa coalizione saudita. Grazie al Jiat, c’è stato un crollo nel numero dei bambini uccisi, al punto che, nel giugno 2020, l’Onu ha rimosso l’Arabia dalla lista dei Paesi accusati di crimini contro i bambini. E siccome i bambini vivono con i genitori e non nelle caserme, c’è stata un’attenuazione complessiva delle devastazioni.

Colpi di fake news all’Onu e bombe pure ai confini Ue

Piovono grad su Dnipro, su Lutsk, sull’ovest ucraino, verso la frontiera d’Europa. Piovono invece foto di ospedali e fake news a New York, al Consiglio di Sicurezza richiesto dalla Russia. Come Colin Powell con la fiala di veleni che scatenò, per una bugia, la guerra in Iraq nel 2003: le immagini dell’ospedale intatto a Mariupol le ha sventolate ieri a New York Vasily Nebenzya, diplomatico di Mosca. Non è stato bombardato: è solo “sporca propaganda”. La Federazione ha accusato gli ucraini di ospitare sul loro suolo 30 laboratori Usa per ricreare malattie letali”. Per l’ambasciatore ucraino all’Onu, Sergiy Kyslytsya, si tratta di un “insano delirio: ci sono 1500 cadaveri a Mariupol, sono tornate le fosse comuni dopo la Seconda guerra mondiale”. Nascosti tra betulle, villaggi e foreste nella periferia di Kiev ci sono i mezzi del Cremlino. Quel lungo serpente blindato dei carri armati russi, lungo 64 chilometri, si è spezzato ieri, confermano le immagini satellitari. Si avvicina l’ora più pericolosa: quella dell’assalto alla Capitale.

Chi ha resistito finora, evacua: “Dicono che i russi entreranno nelle prossime 24, al massimo 96 ore. Dobbiamo andare via” scrive chi si sta lasciando alle spalle un appartamento non lontano da Maidan, la piazza indipendenza dove tutto è cominciato nel febbraio 2014. Kiev è nervi e vendetta: ogni uomo è diventato un’arma. “Ogni casa, ogni strada è difesa, siamo una fortezza” ha detto il sindaco pugile Vitaly Klitchko. Resiste insieme a circa due milioni di cittadini tra strade e retrovie che, in tempo di pace, accolgono il doppio delle persone. A combattere per la vittoria di Putin potrebbero esserci già i foreign fighte siriani benvenuti dal Cremlino, specializzati nel combattimento urbano, ma anche i bielorussi: l’ultimo allarme lo ha lanciato nella notte la Rada, Parlamento ucraino. Alcuni aerei russi avrebbero inscenato un bombardamento ucraino su suolo bielorusso: una provocazione per far marciare le milizie di Minsk contro l’esercito di Zelensky. Aleksandr Lukashenko, presidente bielorusso, ha incontrato ieri l’omologo russo: avrebbero conversato di misure restrittive per cinque ore. Le sanzioni, ha detto il caudillo “sono un’opportunità per i due Paesi” ed “entro sei mesi la gente avrà dimenticato” quello che è successo in Ucraina. Combattimenti ed evacuazioni hanno scandito le ultime ore a Irpin e Bucha. Un drone ucraino raggiunge invece Zagabria: nessun ferito in Croazia. Un altro generale russo sarebbe stato ucciso: Andrey Kolesnikov, a capo della 29esima divisione. Le divise gialloblu gridano di nuovo al trionfo, dopo aver colpito a morte a Kharkiv il generale Vitaly Gerasimov, 41esima armata.

Con un sacco di plastica in testa, accerchiato da dieci soldati russi, Ivan Fedorov, sindaco di Melitopol, è stato rapito mentre distribuiva aiuti umanitari alla popolazione della cittadina, ha riferito il consigliere del ministro degli Interni Anton Gerashchenko.

La saga radioattiva di Chernobyl continua: per Mosca l’alimentazione della centrale nucleare è stata ripristinata da esperti bielorussi, ma Kiev continua a smentire. Mentre Erdogan da Antalya accusa l’ovest di quello che succede perché è rimasto “zitto dopo l’invasione della Crimea”, la Bulgaria si candida ad ospitare l’incontro tra i due presidenti Putin e Zelensky: “la guerra non è una soluzione, i due leader lo stanno capendo”, ha detto il capo di Stato bulgaro Rumen Radev

Biden emana altre sanzioni contro i russi: stop a vodka, caviale e diamanti. Agli ucraini il Pentagono spedisce invece sei miliardi di dollari per assistenza militare, altri sei da destinare ai profughi. Secondo l’Onu, dall’inizio della guerra scoppiata il 24 febbraio scorso, oltre due milioni e mezzo di ucraini hanno cercato rifugio oltre confine e 564 civili sono morti: tra loro 41 bambini. Ha partorito ieri la donna diventata icona del bombardamento di Maiupol: la bambina si chiama Veronica.

La campagna di rutto

L’altra sera, masochisti come siamo, non contenti di vedere i re fannulloni d’Europa riuniti nella reggia di Versailles che se la ridevano beoti con la guerra in casa e l’aria da “E che so’ Pasquale, io?”, ci siamo sciroppati un pezzetto del talk show del conduttore democratico e pensoso che ospitava eroicamente la filosofa pacifista e il prof zittito dalla Luiss per renitenza alla leva atlantista. I due reprobi avevano di fronte un plotoncino d’esecuzione di benpensanti: il giornalista pacioso e pacato che ora fa i podcast, il giornalista-storico-bonzo che fa il cerchiobottista quando le guerre le scatenano i nostri e il partigiano della resistenza quando le scatenano gli altri; e la donna-stratega di scuola Eni con le vene del collo gonfie di petrolio. Lo schema era quello già collaudato su Covid, vaccini e Green pass: il tirassegno dei buoni (gli amici ieri della Scienza e ora dell’Occidente) sui cattivi (i nemici ieri della Scienza e ora dell’Occidente) che sì, povere bestie, devono parlare anche loro sennò il Wwf protesta, ma a patto che facciano la figura degli scemi del villaggio. Purtroppo qualcosa si è inceppato e i due cattivi han fatto fare ai tre buoni la figura degli scemi di guerra. È stato quando il prof, che si sperava difendesse Putin e le sue stragi di innocenti, ha ribadito l’ovvietà che la Russia ha aggredito l’Ucraina e ha proditoriamente aggiunto: “Noi siamo pagati per ragionare, analizzare e descrivere fenomeni complessi come la guerra”.

Alla parola “complessi”, panico in studio: i tre buoni hanno continuato a emettere concetti basici, frasette primitive, pensierini da prima elementare, slogan da stadio e bar sport: abbasso Putin, brutto, cattivo, stronzo, Hitler, merda. Come Andy Luotto, che a L’altra domenica faceva il cugino americano di Arbore e riusciva a dire solo “buono-no buono”. Il pensiero più complesso che il trust di cervelli riusciva ad articolare è che non si tratta con Putin perché ha fatto la guerra. Senza peraltro spiegare con chi si dovrebbe trattare: con mia zia? I tre atlantisti, dunque filoisraeliani, dovrebbero almeno sapere che Begin, Shamir e Sharon, non proprio delle mammolette, i negoziati di pace li fecero coi peggiori nemici. Rabin, ex generale, Nobel per la Pace con Arafat, diceva che “la pace si fa coi nemici, non con gli amici”: concetto ai tempi piuttosto ovvio, ma rivoluzionario nell’attuale regressione all’infanzia (mamma-cacca), anzi all’età della pietra del dibattito pubblico, che conosce solo la diplomazia della clava (io buono-tu cattivo) e il linguaggio cavernicolo da graffito preistorico (pumpum-ratatatatà), con frasette brevi e vuote perfette per Twitter e le pareti dei cessi pubblici. Di questo passo i talk show dureranno sempre meno: sigla, pumpum, rutto, sigla.

Lo spettro russo aleggia pure sul mercato dell’automobile

Le sanzioni comminate alla Russia cominciano a far sentire i loro effetti. L’inflazione galoppa e le stime sul Pil parlano di cali compresi tra il 20 ed il 30% per il secondo trimestre dell’anno. Sul versante industriale si registra la grande fuga degli investitori esteri, come pure la scelta di alcune grandi aziende dell’automotive mondiale di chiudere, temporaneamente, le proprie fabbriche nel paese anche a causa dell’interruzione nella catena di approvvigionamento della componentistica e delle materie prime. Tra le big che hanno chiuso i battenti finora figurano Ford, Hyundai, Toyota e Volkswagen.

Le alte sfere locali, tuttavia, stanno bollando questa decisione come una “guerra contro i cittadini russi”, minacciando di nazionalizzare gli impianti: “Una misura estrema dopo essere stati pugnalati alle spalle”, come ha spiegato il segretario del consiglio generale del partito di Vladimir Putin Russia Unita, Andrei Turchak. Lo stesso politico che nel 2013 Alexej Navalny smascherò per non aver dichiarato la proprietà di una villa in Francia e che nel 2015 fu accusato di essere il mandante del pestaggio del giornalista Oleg Kashin, reo di averlo criticato nel suo blog. Naturalmente, la nazionalizzazione di fabbriche di costruttori stranieri li priverebbe sia della proprietà che dei profitti, a vantaggio del governo di Mosca e del suo monopolio. La sovietizzazione della Russia, ove mai si fosse interrotta, sta dunque riprendendo vigore. La speranza, come per il nucleare, è che alla fine siano solo minacce.

L’Austral manda in pensione la Kadjar

La nuova Austral nasce con una doppia funzione: rilanciare Renault nel comparto delle vetture di taglia media, che vale il 43% del mercato europeo, e sostituire la Kadjar. Potendo contare anche sulla “compagnia” in gamma di altri modelli analoghi come la sport utility coupé Arkana e la Megane elettrica.

La Austral nasce sulla stessa piattaforma CMF-CD della più famosa Nissan Qashqai, rispetto a cui si pone sullo stesso piano, puntando su stile e high-tech.

“Abbiamo lavorato molto su qualità percepita ed effettiva”, spiega la direttrice del design Renault per i veicoli di segmento C, facendo della Austral “una sintesi di continuità stilistica ma anche di grandi novità”.

Al di là delle dichiarazioni di facciata, comunque, il lavoro dei tecnici francesi è evidente: basta dare una veloce occhiata all’abitacolo, ai materiali e ai rivestimenti. Come altrettanto evidente è la parentela con la Megane elettrica, di cui la Austral riprende l’impostazione del ponte di comando. La mano di Renault, poi, è evidente nella ricerca di comodità, come il divanetto posteriore con seduta scorrevole orizzontalmente di 16 cm: più spazio sia per passeggeri che bagagli.

Tecnicamente, la Austral porta in dote il 4 Control Advanced, ovvero la terza generazione del sistema a quattro ruote sterzanti della Renault, associato a una sospensione posteriore di tipo multilink.

I benefici sono una maggiore agilità e stabilità, nonché un diametro di sterzata di 10 metri, come quello della più piccola Clio ad esempio: non male per una vettura lunga 4,51 metri, con passo di 2,67.

Altra peculiarità del veicolo è l’elettrificazione: alla base dell’offerta ci sono un quattro cilindri 1.3 turbo benzina da 140 o 160 Cv con sistema mild-hybrid a 12 V. Inoltre c’è il tre cilindri turbo 1.2 litri con mild-hybrid a 48 V, da 130 Cv. Al top di gamma, le full hybrid E-Tech da 160 e 200 cavalli.

La Austral sarà ordinabile da metà 2022, e le prime consegne partiranno dal prossimo autunno.

Il listino verrà comunicato in seguito, ma il prezzo d’attacco dovrebbe partire da circa 30 mila euro.

296 Gtb, il Cavallino riesce a emozionare anche nello stile ibrido

Nuovo modello, nuovi primati: è il destino di Ferrari. Assioma confermato dalla 296 GTB, la prima del Cavallino con motore V6 ibrido plug-in. Può viaggiare per 25 km in modalità 100% elettrica fino a una velocità di 135 km/h, ma è stata progettata soprattutto per essere “fun to drive”.

Il powertrain da 830 Cv di potenza risulta dalla sinergia di un V6 biturbo e di un propulsore elettrico. Il primo, di 3 litri, vanta una resa sonora da nobile V12. Mentre l’unità a batteria eroga 167 Cv e ha diverse funzioni: dalla riaccensione del termico alla marcia ibrida o a zero emissioni, passando per le fasi di rigenerazione dell’energia. Il tutto è orchestrato da un cambio doppia frizione a 8 marce, connesso a un differenziale autobloccante a controllo elettronico.

Rispetto alla berlinetta di riferimento, la F8 Tributo, il passo della 296 GTB si accorcia di 5 cm a 260 totali: quota che enfatizza compattezza visiva e agilità su strada. L’aerodinamica giova di uno spoiler attivo, incorporato in coda, e genera fino a 360 kg di carico verticale a 250 km/h. Peso? A secco ammonta a 1470 kg.

L’abitacolo è minimalista ma hi-tech grazie alla presenza di un ampio cruscotto digitale multifunzione; il tutto si controlla dal volante. La posizione di guida è rasoterra, raccolta, con le gambe semidistese. Alla guida si apprezza la prontezza dell’avantreno, collegato a uno sterzo dalla taratura direttissima. L’auto si inserisce in curva come un lampo, assecondata da un retrotreno svelto ma ben ancorato all’asfalto, tenuto a bada dalla briglia invisibile dei controlli elettronici.

La spinta è impressionante, lineare e “schiacciante”: l’unità elettrica azzera qualsiasi ritardo di risposta del termico e regala cavalleria extra su tutto l’arco dei giri, gli stessi che il V6 guadagna famelicamente fino a limitatore, posto a 8.500 rpm. L’eManettino, sulla parte sinistra del volante, gestisce la resa del propulsore, mentre il Manettino tradizionale, sulla parte destra, funziona da “emozionometro”: nelle modalità più sportive, rende la coda della 296 GTB più viva e incline al sovrasterzo.

Sensazioni maggiormente esaltate in pista, dove brilla la sinergia fra i due assi. Inoltre, l’ultima evoluzione dell’Abs consente di portare la frenata molto all’interno della curva, quasi come sulle vetture da corsa. L’aderenza assicurata dai Michelin Pilot Sport Cup 2 R della versione Assetto Fiorano (la standard ha le Pilot Sport 4S) – alleggerita con componenti di carbonio e lexan, prevede ammortizzatori con molle di titanio – è altissima e consente staccate molto tardive e percorrenze fulminee. I numeri: 0-100 km/h in 2,9 s, 0-200 km/h da 7,3 s e tempo sul giro a Fiorano di 1’ 21”. Prezzi da 269 mila euro.