Era il nostro De Crescenzo. Luciano, ingegnere dell’umorismo

Pubblichiamo stralci di “Ci siamo voluti tanto bene”, libro-omaggio di Renzo Arbore e Marisa Laurito all’amico Luciano De Crescenzo, in libreria con Mondadori.

“Ho un’idea, Renzo”.

“Dimmi”.

“Una genovese io e te, che ne pensi?”.

“Penso che non potremmo ricordarlo meglio. Un sapore, un sapore della memoria e un filo che ci porta a Napoli”.

“Metto l’acqua sul fuoco, allora. E per favore, diamoci un tono, facciamo finta di non piangere”.

“Ci proveremo, non so se ci riusciremo. E dopo, mi raccomando il caffè, Marì. Come diceva Luciano, senza un buon caffè non si può scoprire niente della vita”.

“Quanto ci ha insegnato! Grazie a lui ora sappiamo che anche il caffè conduce alla conoscenza”.

Capri è stato un periodo fantastico della nostra vita. Io all’epoca ci andavo con Alberigo Crocetta, l’inventore del leggendario Piper. Con lui si prendeva una barca, si frequentavano deliziosi ristorantini, confesso che ci si divertiva davvero tanto. Siamo nei primissimi anni 70. E proprio l’isola è stato il luogo nel quale io e te ci siamo conosciuti. Conosciuti davvero, cioè di persona, poiché in qualche maniera questo ingegnere De Crescenzo nella mia vita era già entrato.

Qualche anno prima, io andavo spesso a Sorrento: avevo una compagna, una fanciulla molto carina, che veniva con me lì e ogni tanto mi diceva: “Vabbè, Renzo, io adesso vado a Napoli, devo andare dall’ingegnere De Crescenzo”. Sinceramente non capivo bene cosa andasse a fare, credevo si trattasse di un impegno di lavoro, o qualcosa del genere. Ho saputo solo più tardi cosa accadeva quando era a Napoli. Intanto, so che mentre era in tua compagnia, la fanciulla a un tratto ti diceva: “Vabbè, io adesso vado a Sorrento, devo andare da Renzo Arbore”. Era semplicemente fidanzata con tutti e due, ma né io né te lo sospettavamo, ciascuno credeva di essere il suo solo e unico uomo. Poi quella sera a cena chiacchierammo, e improvvisamente scoprimmo il misfatto, facemmo per puro caso i conti con la verità.

A partire da quel giorno ci siamo poi incontrati quasi quotidianamente, ci davamo appuntamenti e noi che eravamo i “capresi” ti raggiungevamo. Devo ammettere che arrivavamo da te quasi sempre con ritardo, diciamo che una mezz’oretta almeno ce la prendevamo ogni volta. Un giorno, al nostro ennesimo ritardo, ci accogliesti con una battuta che non ho mai dimenticato. “Ho calcolato” dicesti “la somma di tutti i ritardi che avete fatto. Praticamente ci siamo persi un giorno di Capri”. Era il tuo stile di pensiero, ragionavi da ingegnere, ti piaceva usare i calcoli, le somme dei tempi, per inventare i tuoi paradossi. Avevi una specie di matematica, di precisione inattaccabile, anche nel tuo profondissimo umorismo.

Raramente ho conosciuto un conquistatore più conquistatore di te, avevi un talento naturale straordinario. Non dimenticherò mai la tua posa da astronomo, fermo sul terrazzino della tua casa a scrutare il cielo e le stelle con il telescopio. Delle stelle in verità non te ne importava un fico secco, tu osservavi le varie zone di Capri per scoprire ognuno dei posti in cui si raccoglievano più ragazze straniere. A quel punto si partiva con la barca per raggiungere la parte dell’isola strategicamente individuata come più ricca. A bordo avevi delle bandierine, quasi una per ogni nazione del mondo. E a seconda della ragazza che conquistavi, issavi la bandierina della nazionalità corrispondente. Un’abitudine che solo il grande spirito di Mariangela poteva accettare. Lei, allora, era popolarissima, era il volto protagonista di film importanti, dunque tantissimi la riconoscevano. Spesso queste ragazze, appena venivano a bordo, la vedevano ed esclamavano nella loro lingua: “Lei è la Melato! Che onore!”. Allora tu, Luciano, intervenivi, e con un inglese un po’ arrangiato, un francese un po’ improvvisato, chiarivi, mentendo: “È qui perché sta girando un film: Amore a Capri”. Ti pareva il titolo più adatto per suggestionare le turiste da conquistare, ma Mariangela si ribellava: “Luciano, fa’ quello che ti pare, racconta tutte le storie che vuoi, puoi inventarti che sono qui per girare con Sean Connery o con Volonté, ma per favore non darmi un titolo di film così brutto. Ci faccio una figura pessima”. Mi guardo indietro, amico mio, e voglio dirlo ancora una volta: quello è stato davvero il periodo più bello della nostra vita.

© 2022 Mondadori Libri Spa, Milano

“Porte girevoli”, il nodo non eletti con ruoli politici

Il termine per la presentazione in Commissione Giustizia dei subemendamenti sulla riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario è stato posticipato a questa mattina alle 10. Ma la discussione tra i partiti è proseguita anche ieri. C’è un punto di convergenza tra M5S e Forza Italia: le porte girevoli tra politica e magistratura devono essere bloccate per tutti i magistrati, non solo quelli eletti, ma anche i non eletti che hanno assunto ruoli politici. Invece, il testo della Cartabia, dicono esponenti della maggioranza, è “ambiguo” rispetto alle toghe impegnate in un ruolo di governo. Non è chiaro se a fine mandato debbano andare fuori ruolo ma solo per 3 anni. E il pensiero va a Roberto Garofoli, sottosegretario a Palazzo Chigi e alla ministra dell’Interno Lamorgese. Il M5S vuole che non si tocchi il testo Bonafede: toga appesa al chiodo per tutti. E chiede di eliminare le pagelle ai magistrati con le diciture “discreto, buono, ottimo”. Enrico Costa (Azione) invece, è per “voti da 4 a 10”. FI e il centrodestra puntano alla separazione delle carriere.

“Castellammare, sindaco testimone di nozze al matrimonio di una famiglia di camorra”

Il sindaco di Forza Italia Gaetano Cimmino, la cui presenza nel consiglio comunale di Castellammare di Stabia (Napoli) è “pluridecennale” e fu “nel 2007 anche vicesindaco”, è stato “testimone di nozze al matrimonio di uno dei componenti di una locale famiglia mafiosa di cui alcuni appartenenti risultano affidatari di lavori e servizi da parte del comune stesso”. Ed inoltre “vengono segnalati consolidati rapporti tenuti dal primo cittadino con alcuni soggetti legati alla criminalità organizzata, che hanno poi beneficiato di alcuni pubblici affidamenti”. Inoltre Cimmino “non ha mai disapprovato” le dichiarazioni del presidente del consiglio che in aula commemorò tra gli applausi il padre scomparso e pregiudicato per camorra. Notizia che fu pubblicata in anteprima sul Fatto.

Sono alcuni dei passaggi chiave della relazione del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese allegata al decreto di scioglimento per infiltrazioni camorristiche di Castellammare di Stabia. La relazione è in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Quattro pagine che puntano il dito sulle relazioni di Cimmino, nonché sulla “intricata rete di rapporti parentali e di frequentazioni” che lega alcuni amministratori locali “con esponenti delle locali consorterie”, tra cui due assessori, e il diffusissimo ricorso agli affidamenti senza gara a ditte e coop riconducibili ad ambienti di camorra, come nel caso dell’affidamento del 2020 della spiaggia libera attrezzata di Pozzano. La relazione non lo specifica, ma il matrimonio in questione riguardò un esponente della famiglia De Iulio. Nella relazione inoltre si ricorda che “la capacità della criminalità organizzata di infiltrare l’apparato politico amministrativo è testimoniata dalle numerose operazioni di polizia giudiziaria tra il 2018 e il 2021”. Si riferisce ai due arresti, per tentata estorsione aggravata e per corruzione, dell’imprenditore dai trascorsi cutoliani Adolfo Greco, e ai suoi rapporti coi coindagati parlamentari azzurri Cesaro e Pentangelo intorno all’affare della riqualificazione ex Cirio, e all’arresto del tecnico comunale Ranieri Esposito perché intascava tangenti per proteggere alcuni abusi edilizi, tra i quali quello di un dirigente di una compagnia di assicurazioni. Si fa anche cenno “all’interesse della criminalità organizzata per la tornata elettorale del 2018” con l’inchiesta Domino2 che ha rivelato l’appoggio del boss del clan D’Alessandro, Mosca, a un candidato forzista.

“Non sono la bionda delle stragi”. La sospettata per tre ore dai pm

Non c’entro nulla con la strage che è costata la vita a cinque persone innocenti il 27 luglio del 1993 a Milano. Certo, sembro proprio io la donna ritratta nella foto-tessera che mi mostrate ed è vero anche che non riesco a fornire un alibi certo per quella sera, ma sfido chiunque a ricordarsi cosa faceva una sera di 29 anni fa. Però una cosa è certa: io non sono la ‘bionda di via Palestro’. La donna avvistata poco prima dell’esplosione della Fiat Uno a due passi dal Padiglione di Arte Contemporanea è un’altra persona.

Questa, in sostanza, la linea difensiva di Rosa Belotti, 57 anni, di Bergamo, indagata e interrogata ieri dai pm di Firenze sulla strage del 27 luglio a Milano. Nel decreto di perquisizione nei suoi confronti eseguito la scorsa settimana, si fa riferimento anche alla strage del 27 maggio 1993 avvenuta a Firenze in via dei Georgofili. Però non si spiega la ragione del presunto coinvolgimento nell’attentato realizzato da Gaspare Spatuzza e compagni a due passi dagli Uffizi. Nell’ipotesi dell’accusa potrebbe essere lei “l’esecutrice materiale che ha guidato la Fiat Uno grigia imbottita di esplosivo sottratta alla proprietaria (…) condotta in via Palestro per colpire il PAC”. Rosa Belotti ha risposto alle domande e ha negato nettamente di avere a che fare con la strage di via Palestro e in genere con l’attività eversiva realizzata da Cosa Nostra in quell’anno per costringere lo Stato a cedere su vari fronti, in testa il trattamento dei detenuti per mafia.
L’accusa enorme e tutta da dimostrare di avere avuto un ruolo nella strage nella quale morirono tre vigili del fuoco, un vigile urbano e un marocchino che si trovava a dormire su una panchina, è basata sostanzialmente su una foto tessera e sulla testimonianza di un agente di polizia. La storia è ricostruita in due annotazioni del Reparto operativo speciale dei carabinieri di Firenze risalenti al 9 giugno e al 23 luglio del 2021.

L’assistente di polizia Antonio Federico, in servizio ad Alcamo in provincia di Trapani negli anni 90, secondo quanto riportato nel decreto di perquisizione dei pm di Firenze firmato dagli aggiunti Luca Tescaroli e Luca Turco e dal procuratore capo Giuseppe Creazzo, “ha riferito che – nel corso della perquisizione effettuata ad Alcamo il 29 settembre 1993 – era stata individuata una fotografia di una donna rimasta sconosciuta, all’interno di un volume di una enciclopedia riposto nella libreria del villino nella disponibilità degli ex carabinieri Fabio Bertotto e Vincenzo La colla (ove veniva rinvenuto un notevole quantitativo di armi e munizioni). Lo stesso Federico ha affermato da ultimo di aver notato una similitudine tra tale immagine e quella riprodotta nell’identikit n. 14, diffuso a seguito dell’attentato di via Palestro”. A quanto risulta al Fatto Quotidiano, l’assistente di polizia Federico sarebbe stato il vero protagonista di un’operazione di polizia di grande importanza, ma rimasta misteriosa sia nella sua genesi sia nell’oggetto.

Grazie a un confidente, che l’assistente Federico non ha mai voluto svelare, infatti, la polizia di Trapani trovò un grande arsenale di armi nella disponibilità di due carabinieri con decine di pistole e fucili, e migliaia di proiettili e munizioni. I due carabinieri che avevano a disposizione l’arsenale del quale non si è mai capito lo scopo furono condannati a pene basse. Bertotto in primo grado prese 3 anni e sei mesi mentre Vincenzo La Colla se la cavò in primo grado con due anni e 4 mesi. Entrambi i carabinieri sono estranei alla nuova indagine della Procura di Firenze. L’arsenale era custodito in una villetta di Bertotto che spesso si trovava in missione all’estero e che aveva lasciato le chiavi al collega La Colla.

L’agente di polizia Federico solo molti anni dopo, per l’esattezza nel 2008, ha riferito la storia della fotografia trovata nell’enciclopedia durante quella perquisizione del 1993. Federico consegnò la foto solo nel 2008 ai pm che indagavano sulle piste alternative dei collegamenti tra le stragi di mafia degli anni novanta e gli ambienti esterni a Cosa Nostra. La vicenda dell’arsenale fu approfondita dai pm di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo e di Caltanissetta, Gabriele Paci, nonché dalla Direzione Nazionale Antimafia, prima da Gianfranco Donadio e poi da Francesco Curcio. Solo di recente però Federico ha fatto notare la somiglianza tra la donna dell’identikit n. 14 elaborato sulla base della descrizione della ‘bionda’ vista in via Palestro il 27 luglio 1993 e la donna ritratta nella foto tessera rinvenuta, a suo dire, nella villetta dell’arsenale di Alcamo.

Quando i pm di Firenze che indagano sulle stragi del 1993 hanno inserito nella banca dati della polizia e dei carabinieri la foto hanno ristretto il cerchio e così spiegano nel decreto di perquisizione il coinvolgimento di Rosa Belotti nell’indagine: “A distanza di 28 anni l’impiego dell’applicativo C Robot utilizzato per la comparazione delle foto segnaletiche e persone scomparse ha consentito di identificare l’effige rinvenuta con foto segnaletica del 1992 ritraente Rosa Belotti, alta 173 cm, imprenditrice pregiudicata per reati concernenti traffici di stupefacenti, legata almeno dal 1991 al pluripregiudicato campano Rocco Di Lorenzo vicino al clan La Torre di Mondragone (CE). L’acquisizione di una fototessera della donna risalente al 1989 rinvenuta all’interno del fascicolo dei carabinieri di Bergamo e il successivo raffronto antroposomatico delle immagini effettuato dai militari del Ris dei carabinieri ha consentito di individuare ‘molto forti elementi a supporto dell’ipotesi di riconducibilità delle due immagini a un medesimo soggetto femminile. Il confronto effettuato tra la foto di Rosa Belotti e quella riprodotta dall’identikit n. 14 riproducente il volto della donna vista condurre l’auto in via Palestro, ha condotto a non escludere la riconducibilità di quest’ultimo alla foto dell’indagata”.

Quindi le due foto si somigliano molto. Mentre la somiglianza che conta, cioè quella tra l’identikit della ‘bionda di via Palestro’ e la foto di Rosa Belotti è solo ‘da non escludere’, nulla di più. Durante la perquisizione in casa di Rosa Belotti, i carabinieri hanno trovato una foto molto simile a quella consegnata nel 2008 dall’agente Antonio Federico. Ieri la signora Belotti, accompagnata dall’avvocato Emilio Tanfulla, davanti ai pm non ha escluso affatto di essere lei la donna della foto consegnata da Federico agli inquirenti. Però ha negato di essere la donna dell’identikit n. 14, cioè ‘la bionda’ di via Palestro. È questo ciò che conta.

“Il gen. Figliuolo chiese favori per il figlio”. Indaga Bolzano

Il 3º reggimento Alpini inviato nel 2019 in missione Nato in sostituzione di un altro, il 9º, “già approntato e pronto a partire” verso la Lettonia. Tutto ciò, secondo chi denuncia, potenzialmente per dare lustro, indennità e agevolare la carriera di un comandante in particolare, l’allora capitano Federico Figliuolo, a capo della 34º compagnia del 3º reggimento Alpini e figlio dell’attuale commissario dell’emergenza Covid-19, il generale Francesco Paolo Figliuolo, in quel momento ancora in testa al Comando Logistico dell’Esercito. In cambio, alle Truppe alpine sarebbe stato promesso l’arrivo di “materiali speciali, forse motoslitte”. È l’episodio raccontato da un testimone anonimo e contenuto in un esposto depositato alla Procura di Bolzano il 10 novembre 2021 dal presidente nazionale di Assomilitari, il maresciallo dell’Esercito Carlo Chiariglione. Denuncia che ha portato i pm altoatesini ad aprire un’inchiesta: né Figliuolo, né il figlio, né tutti gli altri che citiamo sono indagati. La vicenda riportata nella denuncia è stata confermata dall’allora vice comandante delle Truppe alpine, il generale di Divisione Marcello Bellacicco, le cui dichiarazioni (allegate all’esposto) sono state registrate in sede di indagine difensiva dall’avvocato Giulio Murano, legale incaricato dall’associazione. Il fascicolo numero 2305/21 è aperto a modello 45 (senza indagati e senza ipotesi di reato).

Le circostanze di cui si parla nell’esposto, secondo il denunciante, sarebbero state raccontate dall’allora comandante generale delle Truppe alpine, il generale di Corpo d’Armata, Claudio Berto (oggi in pensione), il 19 febbraio 2019 in un bar dello Stadio del ghiaccio di Dobbiaco (Bolzano) e alla presenza di diverse persone, tra cui due generali, un colonnello e un maggiore suoi sottoposti. Il 9º reggimento Alpini era rientrato a dicembre 2018 dalla Operazione “Baltic Guardian”, sostituito dal 7º bersaglieri. A dicembre 2019, secondo quanto esposto ai pm, i soldati di stanza all’Aquila sarebbero dovuti ripartire verso la base di Adazi. “Il generale Berto – si legge nella denuncia – in tale situazione ha iniziato a raccontare ai presenti che il generale Figliuolo poco prima gli aveva richiesto di poter modificare il piano impiego estero dei reparti Alpini già formalmente definito”. La richiesta, prosegue il denunciante, “era quella di togliere dalla pianificazione operativa per l’impiego all’estero il 9º Reggimento Alpini (L’Aquila) (…) e di conseguenza impiegare il 3º Reggimento Alpini (Pinerolo), in teoria non ancora approntato, al solo fine di poter far partire la 34º compagnia comandata dal Capitano Figliuolo”. Continua l’esposto: “Tale richiesta, per quanto dichiarato in quel contesto dal Gen. Berto, non fu per fattori riferiti all’efficacia ed efficienza istituzionale e operativa, bensì esclusivamente per far partire il figlio del Gen. Figliuolo. Il Gen. Berto aggiunse anche che il Gen. Figliuolo, già ricoprente l’incarico di Comandante del Comando Logistico dell’Esercito, per convincerlo di tale favore personale, gli promise di destinare al Comando Truppe Alpine dei materiali speciali, forse motoslitte”. Quella di Berto poteva essere solo una “chiacchiera da bar”? Magari un racconto ingigantito in un contesto conviviale? “Tale affermazione – si legge nella denuncia – il Gen. Berto l’ha ripetuta, anche in altre situazioni e sedi ad altri soggetti”, fra cui, riporta l’esposto, un colonnello delle Truppe alpine.

Il generale Berto oggi è in pensione. Il Fatto ha contattato il responsabile dell’ufficio pubblica informazione e comunicazione delle Truppe alpine, che si è fatto da tramite con l’ex comandante per ottenere una sua versione dei fatti, ma Berto ha fatto sapere più volte che “non risponderà” alle nostre domande. Il 22 dicembre 2021 l’avvocato Murano aveva chiesto all’ufficio legale delle Truppe alpine copia della disposizione di variazione della pianificazione operativa nell’avvicendamento: il 13 gennaio successivo la richiesta è stata respinta in quanto il documento “contiene informazioni riguardanti la sicurezza nazionale, la difesa e questioni militari”.

Il Fatto ha scritto via whatsapp al generale Figliuolo e chiesto spiegazioni all’ufficio stampa della struttura commissariale illustrando i fatti oggetto della denuncia, anche in questo caso senza ottenere risposte. Il 31 marzo potrebbe concludersi il mandato da commissario di Figliuolo, che da dicembre è a capo del Comando operativo di vertice interforze e, secondo Repubblica, ora sta gestendo le spedizioni di materiale bellico in Ucraina. Figliuolo, per tutt’altra vicenda, risulta ancora indagato dalla Procura di Roma (ma la sua posizione va verso l’archiviazione) in relazione ad alcuni abiti sartoriali speditigli in dono, “a scopo promozionale”, da una società che nello stesso periodo aveva ottenuto contratti di forniture con l’Esercito.

Mail box

 

Concessioni alla Russia per chiudere il conflitto

La demonizzazione del nemico è controproducente nello sforzo di capirne le mosse. Storicamente è stata una manovra propagandistica pre-eliminazione del diavolo (pensiamo a Gheddafi, Bin Laden e Saddam Hussein). Piuttosto, chi guadagna dalla continuazione della guerra? I produttori di armi innanzitutto, evitando che la spesa pubblica si rivolga al tema sanitario suggerito dalla pandemia. Gli Usa, oltre a svantaggi comprensibili come l’ avvicinamento Russia-Cina, hanno vantaggi, per esempio il solco di ostilità fra europei e la rivitalizzazione della Nato. Ma chi perde tutto sempre più è l’Europa, sia per le distruzioni che per le sanzioni. Il tempo per di più lavora a un irrigidimento di Putin al passo dei crescenti successi militari e dello sforzo bellico. Pertanto è urgente chiudere la vicenda con una conferenza internazionale subito proposta (se non da Biden, dall’Europa stessa) a Putin con concessioni concrete già ventilategli nel quadro di un accordo globale della sicurezza in Europa (neutralità dell’Ucraina, zone smilitarizzate, limiti Nato…). È assurdo continuare a lasciare l’Ucraina sola a “negoziare” sotto i bombardamenti, in una guerra che non si ferma se a Mosca le trattative appaiono solo manovre dilatorie. A due settimane guerreggiate ormai dall’assalto, l’Europa esca subito (se ama veramente l’Ucraina) con una tale proposta, e la pubblicizzi in modo da scoprire l’eventuale bluff di Putin. Un accordo grazie ad attori esterni (Israele, Turchia, Cina) significherebbe il definitivo declino della nostra Europa. E la tanto vituperata Cina sarebbe il vincitore netto.

Angelo Persiani Ex Ambasciatore in Uzbekistan, Tagikistan e Svezia

 

Lo smaltimento rifiuti a Roma nuoce alla salute

Il 10 febbraio, la giunta capitolina ha dato il via a un Digestore Anaerobico da 120.000 t a Casal Selce, per smaltire il 50% dei rifiuti umidi di tutta Roma, con una delibera che modifica quella della precedente amministrazione che ne prevedeva uno Aerobico, molto più piccolo ed ecologico, colpendo così una comunità già segnata dalla discarica di Malagrotta. Anziché alla tutela dell’ambiente e della salute, viene data priorità agli interessi economici, poiché l’impianto consente di ottenere maggiori fondi Pnrr (per la gran parte a debito) e di risanare i conti dell’Ama. Le conseguenze che questo impianto, tra i più grandi d’Europa, avrà sulle comunità circostanti saranno una maggiore probabilità di contrarre tumori, la produzione di un residuo secco contaminato da plastiche, metalli pesanti e batteri nocivi, l’inquinamento prodotto da centinaia di mezzi pesanti che ogni giorno intaseranno una rete viaria inadeguata. A chi sostiene che l’Anaerobico produce biometano, si risponde che ora la rete di distribuzione ha perdite del 20% e si dovrebbe intervenire su questo. La soluzione risiede in più impianti Aerobici di minori dimensioni, meno impattanti e che generano un compost utile in agricoltura. Lo scorso 27 febbraio, alcuni cittadini hanno appeso a un cavalcavia dell’Aurelia un festone per manifestare la loro contrarietà al progetto: non era autorizzato, è vero, ma in una città letteralmente sommersa da cartelli abusivi, è singolare che in nemmeno 12 ore sia stato solertemente rimosso dalle forze dell’ordine.

Gianmauro Barchiesi

 

Difendo il prof. Orsini censurato dalla Luiss

Leggo che l’università Luiss ha diramato un comunicato contro il suo prof. Orsini per biasimare i pareri di carattere personale da questi espressi sulla guerra in Ucraina, in quanto essi andrebbero a ledere la reputazione dell’ateneo. Poiché i pareri espressi dal prof. Orsini riguardano il suo ambito di insegnamento (politica internazionale), mi chiedo: ma l’insegnamento, essendo sempre libero (art. 33 della Costituzione), non è forse fatto di pareri di carattere personale? Dove sta la lesione? Se un’università è veramente libera (come la Luiss richiama nella sua definizione), non ci dovrebbe essere una “linea politica” da rispettare. A meno che la Luiss, più che un’università libera, sia un concentrato di interessi aziendali-finanziari camuffato da insegnamento universitario, dove ciò che si insegna non può essere espresso liberamente se non è funzionale a quegli interessi.

Ugo Massolo

 

Un doc della Bbc spiega bene chi è “l’ultimo zar”

Ieri sera ho visto un buon documentario sul Canale Nove, a cui mi collego sempre più spesso, intitolato Putin, l’ultimo Zar. Prodotto dalla Bbc, analizza la vita del dominus russo e ne documenta l’ascesa e la potenza. Consiglio a chi può di vederlo, se riesce a ritrovarlo.

Angela Pignatelli

Superstizioni. “Il grafene nei vaccini? Una fake news smentita dalla scienza”

Buongiorno, sono un cittadino qualunque molto scettico sui no-vax. Confidando nell’ottimo lavoro che fate, vi chiedo di indagare su alcune notizie che arrivano dal web. Alcuni laboratori privati dicono di avere scoperto la presenza di ossido di grafene dentro i vaccini, servendosi del microscopio elettronico. Per tacitare una volta per tutte queste notizie, perché non chiedete all’Oms, all’Iss e alle varie agenzie del farmaco di controllare anche loro con il microscopio elettronico se nelle fiale di vaccino vi è la presenza di ossido di grafene? Ne va della nostra salute. A tale proposito è utile ricordare una frase celebre di Marco Aurelio Antonino Augusto (imperatore romano nato il 26 aprile 121 d.C.): “Se mi si dimostra che le mie idee o le mie azioni sono sbagliate, sarò felice di cambiare, perché ciò che io cerco è la verità, dalla quale nessuno ha mai ricevuto danno, mentre ne riceve chi persevera nel proprio errore e nella propria ignoranza”.

Renato Miscimarra

 

Gentile signor Miscimarra, da oltre un anno circola la notizia che alcuni ricercatori hanno individuato nei vaccini anti-Covid, e in particolare nel vaccino Comirnaty di Pfizer-BioNTech, il grafene o alcune sue forme come l’ossido o l’idrossido di grafene. Secondo questi ricercatori, questo funzionerebbe come un microchip che le persone vaccinate avrebbero nel loro corpo (lo localizzano nel cervello) per essere “controllate”. Peraltro non esistono studi che provano l’estrazione del grafene dai vaccini. Le pseudo-pubblicazioni che lo hanno affermato hanno riferito prove di nessuna fondatezza scientifica. Le analisi comparative delle immagini al microscopio hanno evidenziato che le forme attribuite al grafene sono estremamente simili a un composto effettivamente presente nel vaccino Comirnaty, ovvero al colesterolo, che non dà alcuna preoccupazione per la sua presenza. Si suggerisce di chiedere spiegazione all’Iss o altri enti. Si sono già più volte espressi in tal senso. In ogni caso, la composizione è descritta nel foglietto illustrativo. Che si sia complottisti o no, non credo che si possano avere smentite di quanto dichiarato.

Prof. Maria Rita Gismondo

Quel Pasolini che piace a tutti

Corre voce che Pier Paolo Pasolini sia più inquieto del solito (lo è stato da vivo, lo è rimasto nei Campi Elisi, non il suo genere di resort) da quando un Genio della Lampada gli ha fatto sapere che in Italia il suo centenario viene celebrato in pompa magna. Paginoni, riedizioni, proiezioni, convegni… Più il Genio elencava, più Pasolini lo guardava perplesso. “Ma sei sicuro?”. “Sicurissimo. Pensa che in Rai hanno perfino dato La trilogia della vita”. “Davvero? Tutta intera?”. “Tutta intera, no. Con i tagli imposti dalla commissione censura ai passaggi televisivi”. “E hanno dato anche Salò?”. “Be’, quello no. Salò è Salò… Ma vedrai che prima o poi lo daranno. Sono tutti impegnati a dire perché non possiamo non dirci pasoliniani…”. “Beati loro. Io ho trascorso una vita a chiedermi in quale paese ero nato, e non ho avuto che scandali, processi, gogne. Per non parlare del resto…”. “Non ci pensare, acqua passata. Adesso sono tutti con te, da destra a sinistra, da Walter a Matteo, fino a Giorgia”. “Giorgia chi?”. “Una tosta. È una donna, è una madre, è una cristiana. Dice che avresti preso la tessera di Fratelli d’Italia”. “E su cosa mi darebbero ragione, scusa?”. Su tutto. La corruzione del Palazzo, la violenza che ci mette tutti in pericolo, l’omologazione, il pensiero unico…”. “E sono tutti d’accordo?”. “Come un sol uomo”. “Aiuto”. “Ma come, non sei contento?”. “Contento? Peggio di così non poteva andare, hanno omologato anche me”. “Senti, perché non fai un salto giù, e metti le cose in chiaro? Magari ti ricredi. O si ricredono loro…”. “Ma dove?”. “C’è solo l’imbarazzo della scelta, in tv talk show a tutte le ore. Devi solo scegliere se preferisci una comoda intervista da solo, dibattere pacatamente con gli opinionisti o scatenarti in una rissa”. “Gli opinionisti? Cosa sono?”. “Guarda”.

E dalla Lampada blu, il Genio fece uscire un televisore HD. Pasolini fece zapping per un paio di minuti; poi, passata Non è l’arena, spense il video. “Caro Genio, ho visto abbastanza. Adesso posso morire in pace”.

Dove c’è emergenza c’è sempre Bertolaso

Guido Bertolaso adora il profumo di emergenza al mattino. Ai tempi della Protezione civile era riuscito a convincere il governo che lo fossero anche i Mondiali di nuoto e il Congresso eucaristico a Bari. Oggi, con quello che succede nel mondo, non deve neanche lavorare di fantasia ma la regola non è cambiata: dove c’è emergenza c’è lui. E così neanche abbiamo fatto in tempo a uscire da quella per il coronavirus che Bertolaso, commissario straordinario per l’emergenza Covid in Lombardia, ha già trovato un’altra tragedia da affrontare. Già, perché il leghista Attilio Fontana lo ha appena nominato alla guida del “Comitato esecutivo per l’emergenza in atto in Ucraina”, una task force che si occuperà di aiuti umanitari e dell’accoglienza dei profughi dalle zone del conflitto. Poi, finita la crisi umanitaria, si passerà oltre: dopo la pandemia e la guerra, cercarsi catastrofe ambientale, economica, persino sportiva. Tipo Nazionale di calcio che non si qualifica ai Mondiali e chiama Bertolaso come allenatore. Unica richiesta: niente panchina, è abituato in poltrona.

Onu e Oms, fallimenti mondiali

Chi è andato a Ginevra sa bene che più che una città è un agglomerato di hotel e sedi di istituzioni internazionali. Le Nazioni Unite (Onu) sono di fronte alla sede della Croce Rossa Internazionale e, inframmezzate da numerose sedi di ambasciate, si arriva dopo pochi passi, all’Oms e giù verso il lago decine di altre sedi istituzionali. Certamente Onu e Oms sono le più importanti. Se si vuole avere un’idea delle loro dimensioni, basti stare davanti ai loro cancelli d’ingresso alle 9 del mattino e alle 16 circa. Un fiume di persone con cartellino bianco, da dipendente. I dipendenti dell’Onu nel mondo sono 58.000, quelli dell’Oms, circa 7.000. La prima è sorta allo scopo di non assistere più a scenari di guerra, la seconda per assicurare la salute nel mondo. Oggi nel mondo, oltre all’invasione dell’Ucraina (va chiamata così, non con il termine guerra), a guerriglie sparse, ci sono ben 10 conflitti che gli osservatori internazionali reputano possano costituire un pericolo di espandersi notevolmente. Cosa fanno le Nazioni Unite? Dalla loro istituzione non sono mai riuscite a bloccare una sola guerra. Al Palazzo di Vetro, Guterres (segretario generale Onu) ha parlato di una “grave crisi finanziaria”, minacciando di non poter pagare nemmeno le riparazioni degli ascensori, benché il suo budget superi i 2 miliardi di dollari l’anno. L’Oms non è stata capace di prevenire nessuna delle pandemie che ci hanno colpiti da quando è stata fondata. La sua mission di assicurare salute è nel 2022 oscurata da circa 800 milioni di persone che soffrono di malnutrizione, delle quali 24.000 muoiono ogni giorno per fame. Le malattie, che in gran parte del mondo sviluppato sono “prevenibili”, in Africa sono ancora molto diffuse e causa di morte. Negli anni si organizzano convention con accordi firmati che spostano sempre più in avanti gli obiettivi salute da raggiungere, mentre scorre il fiume di denaro per l’automantenimento delle strutture. Tutto questo mentre il debito affoga l’Africa, mentre cerchiamo di capire da dove sia arrivato SarSCoV2, mentre la gente continua a morire di malattie curabili e noi continuiamo a pagare per questo nulla.