Milano San Siro, il Comma 22 dello stadio Meazza

A proposito dello stadio di San Siro, Giuseppe Sala, grande appassionato di curling e (a tempo perso) sindaco di Milano, ha introdotto di fatto nei regolamenti comunali di palazzo Marino il famoso Comma 22, quello che valeva per i piloti nel romanzo di Joseph Heller: “Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo. Ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo”.

A Milano è stato adattato così: il dibattito pubblico sul nuovo stadio di San Siro non si può fare, perché le società proponenti non hanno ancora depositato il progetto esecutivo (ma solo dei render fantasiosi mandati ai giornali in cui si vede una cattedrale dello sport in mezzo a una foresta amazzonica); ma lo stadio ormai si deve fare, perché la giunta ha già concesso la “dichiarazione di pubblico interesse”. Ma se il progetto ancora non c’è, a che cosa è stata data la “dichiarazione di pubblico interesse”? Torniamo al 5 novembre 2021: quel giorno, la giunta di Sala decide di concedere la “dichiarazione di pubblico interesse” al progetto presentato da Milan e Inter: è la condizione per far scattare la “legge sugli stadi” che permette a chi costruisce un nuovo impianto di edificarci attorno grattacieli ed edifici in modo da ripagarsi abbondantemente l’investimento. Dopo questa scelta, seguire le dichiarazioni del sindaco e dei suoi assessori è diventato più divertente del curling (ci vuole poco). Sala: “Non me ne voglio lavare le mani, però io quello che dovevo fare, ovvero dichiarare il pubblico interesse, l’ho fatto”. Filippo Barberis, Pd: “Per avviare il ‘dibattito’ serve un piano di fattibilità aggiornato da parte delle squadre che a oggi non c’è”. Giancarlo Tancredi, assessore alla Rigenerazione urbana: “Prima del ‘dibattito pubblico’ è necessario chiedere alle squadre una documentazione ufficiale, un aggiornamento dello studio di fattibilità, con i numeri fondamentali, una relazione, gli aspetti finanziari che sono molto importanti”. Tutte cose che non ci sono, ammettono ora sindaco e assessori.

Curioso: per far partecipare i cittadini alla scelta sullo stadio è necessario avere un progetto completo, con numeri e tabelle; per dare il via libera all’operazione immobiliare, il 5 novembre, a Sala e Tancredi sono bastati invece i disegnini degli attuali proprietari di Milan e Inter, che non vedono l’ora di incassare le volumetrie dell’operazione immobiliare attorno allo stadio per poter raddrizzare i conti in rosso dei club (e poi, una volta risanati, magari venderli). Dibattito sì, dibattito no, il Comma 22 di San Siro – confesso – mi appassiona ancor meno del curling. Non si farà, ma anche qualora si facesse, è probabile che si risolva come quello sugli scali ferroviari: qualche incontro, un po’ di marketing, molto bla bla bla (direbbe Greta) per far scegliere ai cittadini i colori delle tendine di una casa già decisa.

Più efficaci mi paiono gli altri strumenti già messi in campo: i due ricorsi al Tar, il Tribunale amministrativo regionale; e i due referendum, propositivo e abrogativo, per cancellare la famosa delibera che concede (a scatola chiusa) la “dichiarazione di pubblico interesse”. Perché ormai è chiaro che l’interesse è privato, privatissimo: un fondo americano che vuol rientrare dell’investimento fatto e un imprenditore cinese in cattive acque cercano di raddrizzare i conti con un’operazione immobiliare a Milano fatta su terreni pubblici e, per di più, pretendendo di abbattere un bene comunale: il Meazza, icona della città, Scala del calcio, luogo carico di memoria e di glorie sportive e musicali (leggete C’era una volta a San Siro, di Gianfelice Facchetti!). Il Comune di Firenze ha deciso di ammodernare il suo stadio con i fondi del Pnrr e di aggiungerci un parco, un museo e un auditorium pubblico. Sala si limita invece a fare il promotore immobiliare per un fondo Usa e un’azienda cinese.

 

Inviando armi prolunghiamo la guerra, i morti e i profughi

Da 15 giorni siamo in guerra. Ne siamo entrati senza dichiararlo ufficialmente, ma prendendo le parti dell’Ucraina nel desolante conflitto con la Russia. Non ho votato la risoluzione e sono uscito dall’aula per non mettere in difficoltà il mio gruppo che la maggior parte dei media non vede l’ora di mostrare spaccato. Ho sbagliato. Avrei dovuto dichiarare di fronte al Paese che non condividevo quella scelta.

In una guerra, soprattutto se avviene in un Paese straniero di cui si sa poco, sarebbe meglio, prima di parlare, conoscere tutta la verità, perché come disse Eschilo nel V secolo a. C. “in guerra, la verità è la prima vittima”. È facile infatti dare tutta la colpa a una o all’altra parte mentre la ragione non è (quasi) mai univoca. La maggior parte delle guerre sono economiche e tutto il resto è solo propaganda per nascondere la realtà. E Draghi, che è un economista, conosce bene questa semplice realtà. Non stupisce dunque che egli, come altri capi di Stato europei, facciano finta di non sapere. Devono però convincere il “popolo bue” a giustificare scelte con conseguenze devastanti. Non possono dire che il prossimo inverno avremo problemi di riscaldamento e che sin da subito i prezzi della benzina e del gas andranno alle stelle: questi aumenti interesseranno anche i prezzi al consumo.

Il conflitto riguarda un Paese non appartenente all’Unione europea. Dopo decenni di benessere queste scelte comporteranno lacrime e sangue per tutti. Aumenterà il divario economico e sociale perché ai ricchi non importa l’aumento dei prezzi che colpirà soprattutto i ceti bassi e medi. E non si interviene per la libertà e il benessere del popolo ucraino, che vedrà l’intero Paese distrutto.

Ci sono state decine di guerre in cui l’Europa non è intervenuta o conflitti senza senso come in Iraq o nella Libia di Gheddafi. Nessuno è intervenuto per il popolo curdo oppresso e massacrato. L’Europa avrebbe tutti gli interessi a non intervenire. L’intelligence statunitense è attiva da decenni, ma gli Usa non subiranno il taglio dell’energia; anzi, l’aumento vertiginoso dei prezzi assicurerà guadagni miliardari alle lobby delle energie fossili in primis. Proprio ora che, anche grazie alla spinta innovativa del Movimento 5 Stelle, tutta Europa stava abbandonando le energie fossili, inizia una guerra che permette a Draghi di rilanciare addirittura le centrali a carbone! Il carbone in Italia è scarso e l’Europa da decenni ne ha abbandonato lo sfruttamento. Insomma entriamo in guerra facendo gli interessi del mercato statunitense.

Dovremmo lasciare gli ucraini al loro destino? Purtroppo inviando armi prolunghiamo la guerra, la distruzione, l’esodo. È una scelta saggia e di pace? Amo gli ucraini come amo i russi e tutto il genere umano. Quando negli anni 50 la Cina invase il Tibet, il Dalai Lama conscio delle profonde differenze delle forze in gioco se ne andò in India. Amava profondamente il proprio Paese, ma resistere sarebbe stato disastroso per il popolo. Zelensky viene dipinto come un eroe, ma avrebbe dovuto ricordare subito che ogni secondo di guerra comporta migliaia di morti. Nei giorni scorsi nessuno ha suggerito di trattare. Tutti pronti a inviare armi sebbene la situazione fosse palesemente compromessa. E non credo che i russi siano pazzi. In alcune regioni come la Crimea e il Donbass la maggioranza della popolazione è russa e nel Donbass da anni si combatte. La Russia ovviamente non ama l’allargamento a Est dell’Europa e della Nato. Anche gli Stati Uniti si sono opposti ai missili a Cuba e si opporrebbero se la Russia estendesse l’influenza in Messico. Nell’invio di armi c’è poco amore per l’Europa o l’Ucraina: gli attori in gioco e i media non possono non saperlo.

 

 

Il militarismo da divano farà strage di Ucraini

Quando sono gli ucraini stessi, magari collegati da Kiev alle nostre televisioni, a parlare della lotta per la loro vita e per la loro libertà, quando sono loro a chiederci armi per poterla continuare in prima persona, allora, la parola “Resistenza” ha un significato chiaro, profondo, morale. Che merita solo rispetto, solidarietà, dolore per la loro sorte terribile.

Ma quando a esaltare l’eroismo di questa Resistenza, pestando su tutta la tastiera della retorica, sono i maschi di mezza età della politica e del giornalismo italiani, il significato è tutto un altro. C’è qualcosa di imbarazzante, di penoso, in questo militarismo da divano, in questa passione da giocatori di Risiko. Perché sappiamo tutti benissimo che chi resiste all’aggressione scellerata di Putin non chiede solo missili e mitraglie: chiede soprattutto la no fly zone, gli aerei. E sappiamo anche che tutto questo non possiamo darglielo, perché il rischio di un conflitto nucleare, fatale per l’umanità, aumenterebbe esponenzialmente.

È tutto qua il cinismo di un Occidente che ha usato l’Ucraina come una scacchiera per una lunga partita con Putin, pur sapendo benissimo che quando questi avrebbe preso la scacchiera, non avremmo potuto salvare gli scacchi, cioè i corpi degli uomini e delle donne ucraini.

Arrivati a questo punto, l’unica posizione morale per noi occidentali è la più forte pressione possibile per un cessate il fuoco immediato, per un tavolo della pace dove Ucraina e Russia trovino un accordo. Un accordo che sarebbe comunque meglio della continuazione di questa carneficina senza senso.

Soffiare invece sul fuoco della Resistenza ucraina significa mettere nel conto migliaia (e in prospettiva centinaia di migliaia) di morti di resistenti ucraini: e significa sperare di mettere Putin nell’angolo, il che potrebbe avere esiti dirompenti per l’Ucraina stessa. Non è realismo: è avventurismo con la pelle degli altri. Oppure, ancora peggio, è un diverso, cinico, realismo: quello di chi si augura che l’Ucraina diventi una sorta di Afghanistan in cui intrappolare Putin. Un esito forse desiderato in qualche cancelleria occidentale: ma il cui prezzo in vite umane sarebbe spaventoso, e i cui rischi sistemici incalcolabili.

È tutta qua la menzogna del confronto con la Resistenza italiana contro i nazifascisti tra il 1943 e il 1945: allora c’era una concreta prospettiva di vittoria, non un vano massacro. I partigiani combattevano contro un nemico che si stava ritirando (non avanzando, come oggi in Ucraina) perché incalzato dagli Alleati, nel cuore di un conflitto mondiale. Oggi gli Alleati non arriveranno: perché Putin – a differenza di Hitler – l’atomica ce l’ha.

E questo cambia tutto. Nel 1965, don Lorenzo Milani scriveva (nel suo discorso in difesa dell’obiezione di coscienza) che, di fronte alla minaccia nucleare, “siamo dunque tragicamente nel reale. Allora la guerra difensiva non esiste più. Allora non esiste più una ‘guerra giusta’ né per la Chiesa né per la Costituzione”. E, nel 2020, papa Francesco dice, in Fratelli tutti, che di fronte “allo sviluppo delle armi atomiche, chimiche, biologiche”, “non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile ‘guerra giusta’”.

Posizioni per nulla utopiste, anzi realiste: ma irrise dai molti che, in queste ore, inneggiano invece ai nuovi partigiani ucraini. Significativamente, il paragone con la guerra di Liberazione viene oggi rigettato da chi quell’esperienza fondante l’ha sempre difesa e studiata (per esempio Marco Revelli) e invece entusiasticamente propalato da ex comunisti, operaisti, esponenti di Lotta Continua che dopo essere passati al conservatorismo più codino, all’occidentalismo fanatico, spesso all’anti-antifascismo “militante”, riscoprono oggi, da anziani, la retorica resistenziale e il fascino delle armi: usate da altri, ovviamente.

Anche qui sta la truffa delle parole in guerra: i più scalmanati sostenitori occidentali del riarmo della Resistenza ucraina non sono davvero i migliori alleati della sopravvivenza dell’Ucraina.

 

Putin è senza un piano B, ma Luttwak ha un’idea: “Usate l’Attak sui nemici”

Riassunto delle puntate precedenti: i Tracchia hanno assediato con 5.000 mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur a causa di vecchie ruggini che a questo punto forse è il caso di ricordare, perché comprendere le ragioni del conflitto in corso non significa giustificare l’invasione dei Tracchia, che comunque va condannata perché altrimenti sarebbe come se nel ’39, dopo l’invasione della Polonia (per carità, tocchiamo ferro, Tracchia non è Hitler), qualcuno avesse detto: “Hai visto cosa succede a impedire l’iscrizione all’accademia di Belle arti a uno zuccone già pluribocciato che aveva solo la licenza elementare?”. L’antefatto, dunque, è questo: due anni fa, durante il lockdown, in un condominio della Balduina tre famiglie di condomini (i Pirzio-Biroli, i Tracchia e i Facta) s’erano messi a fare come cazzo che gli pareva, rendendo la vita impossibile a tutti gli altri, che decisero di ipotecare i loro appartamenti e approfittare della maxi cartolarizzazione 2004 di immobili pubblici (governo Berlusconi) per comprare a sconto un palazzo di pregio nel cuore di Roma, in piazza Augusto Imperatore, dove esodarono in blocco. Poco dopo, il palazzo alla Balduina veniva seriamente danneggiato da un’esplosione notturna e dichiarato pericolante, costringendo i Pirzio-Biroli, i Tracchia e i Facta, imbufaliti, a ricoveri di fortuna. I Tracchia sospettarono della rappresaglia le gemelle Mastrocinque, due fragili zitelle con lo chignon e con un passato burrascoso nei Nar: il resto lo sapete. A complicare la situazione odierna c’è un altro fatto: nel palazzo in piazza Augusto Imperatore si sono trasferite anche mia zia e la sua vicina, che sono in buoni rapporti (giocano ogni pomeriggio a burraco), ma sono acerrime nemiche sul piano geopolitico: l’Ucraina è il nuovo teatro di guerra dove tentano di affermare la propria egemonia per mero puntiglio. Zia sostiene gli ucraini, mentre la vicina appoggia i russi, in un conflitto che ormai pare la parodia tragica di quello fra le gemelle Mastrocinque e i Tracchia: la settimana scorsa, per esempio, nonostante l’accordo sul cessate il fuoco per consentire i corridoi umanitari, i Tracchia avevano bombardato la nursery del centro commerciale, suscitando un’ondata di sdegno internazionale (Ncdc, 1 marzo); e ieri un raid aereo russo ha bombardato un ospedale pediatrico a Mariupol, suscitando un’ondata di sdegno internazionale. (Zelensky: “Un crimine di guerra”. La versione di Mosca: “C’erano postazioni di combattimento all’interno dei sacchi amniotici”. Putin: “Denazificati i feti”). Come i piani di Tracchia, anche quelli di Putin si basavano su presupposti errati: né il centro commerciale né Kiev sono caduti in pochi giorni di guerra-lampo. Le grandi dimensioni del centro commerciale e di Kiev, e la resistenza accanita di clienti e abitanti, impediscono ai due aggressori di ottenere la resa rapida dei bersagli, resa urgente dalle sanzioni internazionali che stanno portando entrambi alla bancarotta. Ma né Tracchia né Putin hanno un piano B, a parte l’idea, paventata da Luttwak, di usare l’Attak per incollare gli avversari al suolo, rendendone impossibile gli spostamenti sia tattici che strategici (L’Attak di Luttwak, titola il Corriere). Altra coincidenza inquietante: dopo che il rabbino capo di Roma si è recato dai Tracchia per tentare una mediazione, offrendo in cambio del cessate il fuoco una fornitura gratis (“Per un mese!”) di mostaccioli del ghetto, di cui la moglie di Tracchia pare particolarmente ghiotta (oppure ha un’amante al ghetto, perché ci va tre volte al giorno); il premier israeliano Bennett si è recato a Mosca da Putin per tentare una mediazione. Avvistati i primi coloni israeliani a Kiev.

(9. Continua)

 

I boschi di faggio a rischio in Europa. La loro crescita diminuirà del 20-50%

Il cambiamento climatico è una minaccia anche per i boschi di faggio europei: la loro crescita potrebbe diminuire dal 20% al 50% nei prossimi 70 anni. Lo indica lo studio pubblicato sulla rivista Communications Biology, guidato dalla Università Johannes Gutenberg di Magonza e al quale hanno collaborato le università italiane di Torino e Pavia.

 

Plastiche e chimica agiscono sul Dna e causano l’autismo

Le cause dell’autismo possono essere tante e si trovano dentro e fuori dal nostro organismo: certamente sono nel Dna, come dimostra la scoperta di più di un centinaio di geni legati alla malattia; ma ci sono anche nel cibo che mangiamo, nell’acqua che beviamo, negli oggetti che tocchiamo e addirittura nell’aria che respiriamo. Geni mutati, quindi, e sostanze chimiche ambientali a cui siamo continuamente esposti, come gli interferenti endocrini. A sollevare il problema, dimostrando inconfutabilmente un legame tra il mix di interferenti endocrini e un aumento del rischio di deficit neurologico nei nascituri è lo studio europeo EDC-MixRisk, guidato per l’Italia da Giuseppe Testa, professore di biologia molecolare all’Università degli Studi di Milano, direttore del Centro di Neurogenomica dello Human Technopole e group leader presso l’Istituto Europeo di Oncologia. Intervistato da FQ Millennium, il mensile diretto da Peter Gomez in edicola da domani, Testa ha descritto i risultati dello studio che ci dicono che possiamo fare molto poco, come singoli individui, per proteggere i nostri figli. È infatti impossibile per ognuno di noi mettersi al riparo da queste miscele pericolose. Sono troppe e sono troppo diffuse.

Ci sono i bisfenoli che possiamo ritrovare nelle bottiglie di succo di frutta, nei contenitori in cui conserviamo gli avanzi, negli scontrini, nelle lattine che contengono la passata di pomodoro o i legumi, nei flaconi di bagnoschiuma. Molto diffusi sono anche gli ftalati, quelle sostanze che rendono la plastica morbida, in particolare il Pvc. Li possiamo trovare nelle pellicole in cui avvolgiamo il cibo, negli imballaggi dei piatti pronti, nelle confezioni blister, nei tappi a corona. Ci sono poi i Pfas, che includono diverse sostanze dette “perfluoro alchiliche” che possiamo trovare in alcuni tessuti, nella moquette, nei mobili, nei detersivi per la pulizia di casa. La lista degli interferenti endocrini è lunghissima.

Lo studio europeo, pubblicato su Science, ha dimostrato che i figli delle donne maggiormente esposte al mix di sostanze chimiche analizzate possono riportare problemi nel neurosviluppo. Come Testa spiega a FQ Millennium, i bambini nati dalle mamme esposte ai livelli di interferenti endocrini più alti è risultato avere una probabilità di ben 3,3 volte più alta di soffrire di un problema dello sviluppo neurologico e del linguaggio, rispetto ai bambini nati da mamme che presentavano i valori più bassi di esposizione. A questo si aggiunge un dato ancora più allarmante e cioè che il 54% dei neonati studiati è entrato in contatto, attraverso la placenta della madre, con concentrazioni pericolose di interferenti endocrini. Questo ci indica per fortuna che l’esposizione in gravidanza a questa miscela di sostanze chimiche non comporta necessariamente la nascita di un bambino con un deficit neurologico, ma mostra chiaramente che molti bambini vengono esposti a livelli pericolosi di interferenti endocrini già prima di nascere.

Successivamente i ricercatori italiani hanno condotto studi sperimentali molto avanzati. “Abbiamo testato il mix di sostanze – spiega Testa – su organoidi cerebrali che riproducono aspetti essenziali del normale sviluppo del cervello. Le sostanze sotto accusa hanno mostrato di interferire con la regolazione da parte di vari ormoni, fra cui quello della tiroide, influendo così sullo sviluppo del cervello dei bambini nell’utero”. Questa quindi potrebbe essere considerata una concausa del ritardo dello sviluppo cognitivo e quindi anche una concausa dell’autismo. “Oggi i disturbi dello spettro autistico presentano una prevalenza alta”, specifica Testa. “A questo aumento ha certamente contribuito una maggiore attenzione verso la diagnosi di questi disturbi – conclude – ma è molto probabile che anche l’aumento dell’esposizione a queste miscele di sostanze chimiche, sempre più usate nei Paesi industrializzati, giochi un ruolo importante”.

 

Miccoli condannato, Cassazione: ‘Atteggiamenti culturali mafiosi’

Una pluralità di elementi dimostrano “la condivisione” di Fabrizio Miccoli con “gli atteggiamenti culturali di numerosi soggetti appartenenti alla criminalità mafiosa”, si legge nelle motivazioni della condanna a 3 anni e mezzo di carcere per estorsione aggravata dal metodo mafioso per l’ex calciatore. I giudici della Cassazione citano i rapporti con Mauro Lauricella, figlio di Antonino, boss della Kalsa di Palermo, e “Francesco Guttadauro, figlio di Filippo, detenuto per reati di mafia, e nipote di Matteo Messina Denaro”.

Raid al Tav in Val Susa 13 misure cautelari

Carcere, arresti domiciliari, obblighi di firma e divieti di dimora. Tredici misure cautelari, eseguite dalla Digos, hanno colpito i presunti responsabili dei disordini scoppiati negli scorsi mesi in Val di Susa, nella cui cornice furono arrecati danni ai cantieri Tav di Chiomonte e San Didero. Nel bilancio dell’indagine, coordinata dalla Procura di Torino, spiccano gli arresti di Giorgio Rossetto e Umberto Raviola: si tratta dei leader dei centri sociali Askatasuna e Neruda, le cui sedi sono state perquisite dalla Polizia. Le ipotesi di reato sono resistenza aggravata a pubblico ufficiale e violenza privata aggravata. Dura la reazione degli antagonisti No Tav, che parlano di “repressione del dissenso”.

Spiarono dati di Solinas. Pm: “Vanno prosciolti”

I sette dipendentidell’Università di Sassari non “spiarono” Christian Solinas. A dirlo davanti al Gip, mercoledì, la Procura di Cagliari che per tutti ha chiesto il proscioglimento dall’accusa di accesso abusivo al sistema informatico per aver consultato i dati del governatore sardo, allora studente. Fondamentale per la richiesta di archiviazione, la lettera inviata al pm dal nuovo Dg dell’Università, Marco Breschi, nella quale sosteneva che quei controlli erano più che leciti. Curiosamente, era stata la stessa Università, tre anni fa, a denunciare i propri dipendenti. Per quegli accessi Solinas (parte civile nel procedimento) aveva chiesto un risarcimento di 50 mila euro.

Contagi +30% rispetto al 3 marzo. Gimbe: “Tra 7 giorni sapremo se è nuova ondata”

Se si tratti di un semplice “rimbalzo” dovuto a un rilassamento generale causa annuncio fine emergenza, al colpo di coda dell’inverno o alla più contagiosa variante Omicron BA.2 lo sapremo più o meno tra una settimana. Per il momento – come certificato anche dal report settimanale della Fondazione Gimbe – l’unico dato certo è che per la prima volta da cinque settimane, tra il 2 e l’8 marzo, i contagi sono tornati a salire (279.755 contro i 275.376 della settimana precedente, pari a +1,5%), nonostante un calo dell’8,8% dei tamponi effettuati. Tutti gli altri parametri sono ancora in discesa: -16,1% ricoveri in area medica, -16,4% in terapia intensiva, -19,3% decessi. Se gli indicatori della malattia grave non invertiranno la tendenza nei prossimi giorni, allora si potrà parlare di “rimbalzo”. In caso contrario, qualora i contagi continuassero ad aumentare, di inizio – forse – di fase endemica.

È opinione diffusa che l’alta percentuale di popolazione vaccinata e l’elevato numero di ammalati/guariti degli ultimi mesi stiano garantendo una buona immunità diffusa, ma – com’è noto – entrambe le protezioni “scadono”. In una fase di ripresa dei contagi, dunque, torna d’attualità il tema della terza dose: ancora quasi 8 milioni di italiani non hanno fatto il booster, di questi quasi tre potrebbero riceverlo immediatamente, mentre circa 4,5 milioni di guariti da meno di quattro mesi non possono ancora farlo. In generale la campagna vaccinale è ormai ai minimi termini: la media settimanale di nuovi vaccinati (secondo il report Gimbe) è scesa a 29.474 persone al giorno, -24,5% rispetto alla settimana precedente. Di questi, il 17,9% sono bambini tra i 5 e gli 11 anni (5.290, -50,9% rispetto ai sette giorni precedenti), mentre gli over 50, sottoposti all’obbligo, sono stati 9.682 (-11,5%). Poco più di 11 mila le dosi di Novavax somministrate in una settimana, a conferma che i no vax “dubbiosi” non sono che una minima percentuale (i non immunizzati sono ancora più di 4 milioni e seicentomila).

La tendenza generale fotografata da Gimbe è confermata dal bollettino delle ultime 24 ore: 54.230 nuovi casi (+30,7% rispetto a una settimana fa), tasso di positività all’11,96% (+24,3%), ancora 136 morti (-26,5%), -161 ricoverati con sintomi e -18 il saldo tra ingressi e uscite dalla terapia intensiva.