Stellantis, i sindacati: “Futuro resta incerto”

A scapitodelle aspettative, l’unica novità venuta fuori dall’incontro di ieri tra Stellantis e i sindacati è che la produzione della Panda a Pomigliano sarà confermata fino al 2026. Ma la riunione, assente l’ad Carlos Tavares, non ha portato indicazioni sul futuro degli stabilimenti italiani. “Insoddisfacente” secondo la Cgil, con la Fiom che chiede sia un nuovo round al Gruppo – questa volta con la presenza dell’ad – sia al governo di riconvocare il tavolo sul settore. La Uilm giudica positivi gli elementi emersi, ma avverte: “Il passaggio all’elettrico da una parte ridurrà l’occupazione e dall’altra imporrà riduzione di costi, che noi chiediamo non avvenga a scapito né dei salari né delle condizioni di lavoro”.

Mosca vuole le sue opere: l’autogol dell’Italia sull’arte

Nel pomeriggio del 9 marzo, l’Hermitage Museum di San Pietroburgo ha chiesto di restituire tutte le opere d’arte in prestito a mostre in Paesi ostili, “in base alla decisione del ministero russo della Cultura”. Per l’Italia, la richiesta coinvolge un Tiziano esposto al Palazzo Reale e altre 25 opere alle Gallerie d’Italia a Milano (mostra in collaborazione con l’istituzione russa), nonché un Picasso esposto alla Fondazione Fendi di Roma. Il ministro della Cultura Dario Franceschini ha risposto che gli pare “evidente che quando un proprietario chiede la restituzione delle proprie opere queste debbano essere restituite”, nonostante gli accordi presi e il fatto che porterà al depotenziamento o alla chiusura (nel caso delle Gallerie d’Italia) di mostre ambiziose. Da sempre il patrimonio culturale è utilizzato per fini diplomatici, per ottenere ciò che si vuole da uno Stato estero. E più quel patrimonio è di valore, più forza diplomatica può avere.

Stranamente, però, a parti invertite e nonostante il mancato rispetto russo dei diritti umani, la persecuzione degli oppositori politici e le frizioni crescenti con l’Ue, la disponibilità dell’Italia alla collaborazione in questi ultimi anni è stata pressoché totale. All’Hermitage si sono succedute, tra 2015 e 2021, mostre su Pompei, Egitto, Venezia, Piero della Francesca, Sardegna nuragica, in buona parte o totalmente basate su prestiti da Firenze a Napoli, da Torino a Caserta, incentivate dal ministero. “Con la ministra Olga Lyubimova siamo d’accordo che la fruttuosa collaborazione tra i nostri musei debba essere da modello per tutti gli altri settori culturali” diceva Franceschini a settembre. Nel 2020 era stata firmata a Roma una dichiarazione congiunta tra i due ministeri “per un collaborazione continua tra i due governi e il rafforzamento dei rapporti culturali e di profonda amicizia tra i popoli dei due Paesi”.

Non è la prima volta che il nostro Paese dimostra di non avere coscienza del potenziale diplomatico del nostro patrimonio culturale e delle competenze tecniche annesse. Ammantato dall’idea che la cultura non abbia a che fare con la politica, il ministero italiano da anni presta opere, competenze e spazi al miglior offerente, senza farsi carico del messaggio propagandistico o di legittimazione internazionale che può scaturire da simili operazioni. Nel 2019, nonostante il caso Regeni, il Museo Egizio di Torino si era fatto capofila di un progetto europeo per consentire al regime del Cairo di rilanciare il proprio Museo Egizio e quindi l’immagine internazionale, fornendo competenze e aiuto. Poche settimane fa, una tournée de La Scala di Milano in Egitto è stata cancellata solo per il rifiuto dei sindacati di prendervi parte. Sempre nel 2019 il Museo Nazionale Romano ospitò la mostra “Roads of Arabia”, voluta dal ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita per rilanciare il turismo nel Paese: mostra promossa nelle strade della capitale con imponente cartellonistica, e poi spostata anche a Venezia e a Torino. Tutto questo nonostante l’evidente dispotismo dei due regimi.

Di fronte all’escalation ucraina, l’ex direttore degli Uffizi Antonio Natali a La Nazione ha spiegato come i politici abbiano “per tanti anni considerato i nostri capi d’opera biglietti da visita per lo Stato italiano e di se stessi, prestandoli dove ci fosse da far brillare il nome del nostro Paese e, magari, quello loro personale” sottolineando invece il peso che avrebbe “minacciare Putin che, se non recede dai suoi propositi scellerati, nei prossimi 10 anni l’Italia non presterà ai musei russi nessuna opera dello Stato”. Proposta rigettata dall’attuale direttore Eike Schmidt. Solo nella serata del 9 marzo la Direzione Generale Musei, in risposta alla richiesta russa, ha disposto “con effetto immediato tutte le attività relative all’iniziativa ‘Anno incrociato dei musei Italia-Russia’ e ogni collaborazione”, secondo la prassi di una diplomazia culturale cui l’Italia fatica ad adeguarsi.

 

Grano, olio di semi, fertilizzanti: la guerra fa danni pure a tavola

La guerra in Ucraina ha scatenato il panico sui mercati finanziari del cibo, con conseguenze potenzialmente devastanti per le nazioni più povere del mondo e rincari pesanti per quelle più ricche. Il conflitto militare nel granaio d’Europa ha fatto impennare i prezzi, già in salita da alcuni mesi, scatenando un effetto domino globale difficilmente gestibile se non verrà trovata una soluzione sull’Ucraina. L’ultima nota da record è arrivata mercoledì, quando il prezzo dei futures sull’olio di palma ha toccato il massimo storico: la scintilla è stata la decisione dell’Indonesia, il principale produttore mondiale, di ridurre le esportazioni per garantirsi maggiori riserve.

Che c’entra l’Ucraina? C’entra, perché Kiev è di gran lunga il più grande produttore globale di olio di girasole e ora che la guerra ha bloccato le navi nel Mar Nero, con la stagione a rischio causa guerra, la possibilità concreta che tutto quell’olio di semi debba essere sostituito è diventata improvvisamente concreta. Per questo sono andati alle stelle i prezzi dell’olio di palma: gli investitori stanno scommettendo sulle possibili alternative. Quello che per i trader di Borsa è un lavoro, però, per alcuni potrebbe diventare una sciagura: l’olio di palma è usato in molti Paesi di Asia e Africa per cucinare, e non è certo l’unico prodotto alimentare ad aver subito rincari.

Già prima del conflitto, spinti dagli aumenti di gas e petrolio, i prezzi delle materie agricole avevano raggiunto livelli che non si vedevano dal 2011. A febbraio il Food Price Index, l’indice mensile elaborato dalla Fao, aveva segnato + 20,7% rispetto all’anno prima. Poi è arrivata la guerra e le cose sono peggiorate. Dal giorno dell’invasione a ieri, alla Borsa di Chicago il prezzo dei futures sul grano è aumentato del 41,4% (complice l’annuncio della Cina secondo cui il prossimo potrebbe essere il raccolto “peggiore della storia”), quello del mais del 13,5%. L’Ucraina è il quarto esportatore al mondo di mais e il quinto di grano. La decisione presa mercoledì dal governo di Volodymyr Zelensky – stop all’export di molte materie prime agricole – avrà ripercussioni pesanti su Paesi come Libano, Egitto, Tunisia che basano la propria dieta sul grano ucraino. La Russia, tra i principali produttori agricoli, finora non ha detto di voler ridurre le vendite all’estero, ma – dopo le sanzioni imposte da Usa e Ue – Vladimir Putin ha fatto una mossa in teoria ancora più dannosa: ha invitato i produttori nazionali di fertilizzanti a “sospendere temporaneamente le esportazioni”. Mosca ha in mano il 13% della produzione mondiale di fertilizzanti: da potassio, fosfato, ammonia e urea dipende circa metà della produzione globale di cibo ogni anno. “Non si tratta di capire se ci stiamo avvicinando a una crisi alimentare mondiale, ma di quanto sarà grande questa crisi”, ha detto alla Bbc Svein Tore Holsether, ad della norvegese Yara, tra i leader del settore.

Terrorizzati dall’idea di restare senza cibo, alcuni governi europei hanno già iniziato a proteggersi. La scorsa settimana l’Ungheria ha vietato l’esportazione di cereali. Mercoledì gli è andata dietro la Serbia con grano, mais, farine e oli da cucina. Anche Bulgaria e Romania hanno fatto sapere di voler diminuire le vendite all’estero. Sono tutte scelte che tengono alti i prezzi e la preoccupazione è evidente in tutta Europa. “Il potenziale proliferare di limitazioni al commercio internazionale – ha detto ieri il ministro dell’Agricoltura italiano, Stefano Patuanelli, durante una relazione in Consiglio dei ministri – potrebbe compromettere non solo il mercato degli approvvigionamenti europei ma la stessa natura del mercato unico, caposaldo, finora indiscusso, della Ue”.

Bollette e materie prime bloccano le imprese: sospese le produzioni

Ormai non è più un rischio. I rincari record dell’energia e delle materie prime stanno colpendo le imprese italiane, proprio quando si stavano riprendendo dagli effetti della pandemia. Soffrono tutte le attività, ristorazione e imprese energivore in testa. Si contano già a decine le attività sospese. “Possiamo superare ogni difficoltà, ma contro questi prezzi, ci dobbiamo arrendere”, racconta Franco Graziosi, ad delle Cartiere di Trevi. Anche il gruppo Pro-Gest nel Trevigiano ha deciso di fermare la produzione nelle sue sei cartiere. “Vendiamo la carta a 680 euro a tonnellata – spiega l’ad Bruno Zago – ma per produrla oggi occorrono 750 euro solo per il gas”. Stessa sofferta decisione per la fonderia Zanardi, che ha sospeso la produzione per una settimana. “Il paradosso – racconta il presidente Fabio Zanardi – è che gli ordini sono ancora molto alti, ma non riusciamo a produrre per i costi elevati dell’energia e la mancanza di materie prime”. A bloccarsi per un mese è anche Acciaieria Borgo Valsugana, in Trentino, con 120 lavoratori in cassa integrazione straordinaria. Filiera diversa, stessa situazione. “Occorrono subito misure, altrimenti i cantieri del Pnrr, anche per carenza di materie prime, si fermeranno tutti”, denuncia il presidente degli edili Ance, Gabriele Buia. “A peggiorare le cose – spiega – c’è il macroscopico rialzo di gas e carburante che sta mettendo in difficoltà il trasporto dei mezzi e la gestione delle consegne”.

Il caro gasolio pesa sempre più forte anche per gli stessi autotrasportatori che da lunedì entreranno in sciopero: hanno commesse bloccate ma il costo del carburante in aumento ogni giorno. I pescatori sono in mobilitazione fino a fine settimana; a pensare di attuarla sono i tassisti. Un blocco del trasporto che ridurrebbe i rifornimenti della grande distribuzione: scaffali vuoti nei supermercati, nessun pezzo di ricambio per le catene di montaggio e prodotti dell’agroalimentare destinati al macero.

“Non possiamo più permetterci di produrre in perdita, inevitabilmente dovremo ricorrere alla cassa integrazione”, si lamentava ieri il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi nella solita richiesta di aiuto a mezzo stampa.

Che un certo grado di consapevolezza della situazione ci sia anche al governo, lo dimostra il fatto che Mario Draghi ha fatto sapere di essere “al lavoro per limitare l’impatto di questi rincari su imprese e famiglie, soprattutto quelle più vulnerabili”, anche perché i 16 miliardi di euro stanziati fin qui contro il caro bollette non sono stati sufficienti. “Ce lo dicono le imprese, la gente. Ci dicono che non ce la fanno, quindi dobbiamo lavorare anche su altre cose”, ha detto il premier. Le nuove misure ancora non sono note, e al momento il governo sta prendendo tempo sul ricorso a un nuovo scostamento di bilancio in deficit.

Anche i toni sono cambiati. Ieri il ministro Roberto Cingolani ha parlato di “tragedia sociale”. “Già si faceva fatica, con la clientela che scarseggia, ora sto pensando davvero di chiudere perché le nuove spese sono insostenibili”, racconta Giovanni, un ristoratore romano di San Lorenzo. Costretto a fermarsi per una settimana a causa del Covid, quando dieci giorni fa ha riaperto il ristorante si è trovato con una bolletta della luce da 800 euro e 1.600 euro di gas, il doppio del bimestre precedente. “Il commercialista – spiega – mi ha detto che potrò rateizzare le bollette solo fino a un certo importo. Così è impossibile”.

Non ci sono solo i contraccolpi alla produzione (crollata del 3,4% a gennaio), iniziano a manifestarsi i segni della distruzione di domanda operata dall’inflazione energetica. Gli effetti si vedono anche nella spesa delle famiglie: via quelle extra, i soldi vanno tutti per bollette e carburante. Sui social, le foto scattate ai distributori mostrano prezzi della benzina a oltre 2,4 euro a litro. “A far schizzare i prezzi sono la forte speculazione – visto che le quantità di petrolio e gas sono invariate, con prezzi fissati da contratti a lungo termine – e l’isteria del mercato”, sottolineano i sindacati dei gestori degli impianti. Una soluzione immediata ci sarebbe: sterilizzare gli aumenti dell’Iva sui carburanti. Ma servono risorse.

Fine vita, primo sì dalla Camera: ora lo scoglio Senato

La Camera ha detto sì alla legge sul fine vita: e qualche settimana fa non sembrava affatto scontato. Eppure ieri il ddl che regola la morte volontaria medicalmente assistita è passato con un buon margine: 253 voti a favore, 117 contrari e un astenuto. Il primo passo concreto, verso una legge che consentirebbe di chiedere il suicidio assistito ai pazienti maggiorenni, in grado di intendere e di volere, e che siano stati già coinvolti in un percorso di cure palliative, poi rifiutate. Per fare ricorso al suicidio è obbligatorio inoltre essere affetti da una patologia irreversibile, con sofferenze fisiche e psicologiche ritenute intollerabili. Il paziente, poi, deve essere tenuto in vita da trattamenti sanitari.

Norme oggetto di una lunghissima trattativa, e che ora però rischiano di essere affossate in Senato, dove è già caduto il ddl Zan contro l’omotransfobia. Con +Europa che invece già invoca “miglioramenti”. Il 5Stelle Nicola Provenza, relatore del testo, prova a essere fiducioso: “In commissione c’è chi lo ha già detto: ‘In Senato questa legge farà la fine del ddl Zan’. Ma io penso che ci si possa limitare, se necessario, a qualche modifica. L’importante è evitare ogni ideologizzazione”. Questa, assicura Provenza, è stata la sua principale preoccupazione nel difficile lavoro di sintesi: “Abbiamo cercato di tenere conto di tutte le sensibilità su un tema così delicato”. E il risultato finale, come va giudicato? “Nelle attuali condizioni politiche, non potevamo arrivare a un testo più equilibrato di questo”. Adesso toccherà a Palazzo Madama.

Concorsone Pnrr, Brunetta ammette: “Presi i peggiori”

Venghino Siori, venghino. Il ministro Renato Brunetta è ancora a caccia di esperti da affiancare alle amministrazioni del Sud sul Pnrr: ne servono altri 2.200 perché il Concorsone indetto per reclutare rapidamente 2.800 persone capaci di mettere il turbo a fondi e progetti per il Mezzogiorno è stato un disastro. A marzo si farà una nuova selezione e l’auspicio è che non finisca come l’anno scorso quando si presentarono in pochi e di quei pochi finirono per essere contrattualizzati i meno esperti in fatto di politiche di coesione. Come aveva raccontato il Fatto, dando conto delle “confessioni” raccolte tra chi si era aggiudicato l’assunzione pur non avendo esperienza alcuna né tantomeno nel settore. Ma per Brunetta è andato tutto liscio o quasi, come ammette nella risposta all’interrogazione del deputato Andrea Vallascas di Alternativa: “Invero non si trattava di candidati privi dei requisiti (…). Semplicemente erano risultati peggiori rispetto agli altri inizialmente selezionati”. Molti dei quali invece sono rimasti a piedi.

Conte chiede il bis. Il test per una sua lista in Sicilia

Il leader ancora congelato da un tribunale è pronto a sottoporsi a “un nuovo bagno di democrazia”, cioè a un nuovo voto della base. “Gli iscritti potranno esprimersi per dirmi se mi vorranno ancora come presidente”, fa sapere Giuseppe Conte, mentre sulla piattaforma Skyvote proprio gli iscritti votano sulle modifiche al suo statuto, necessarie per accedere ai fondi del 2 per mille (il voto si conclude oggi alle 22). Ma l’avvocato che cerca una nuova legittimazione non smette di pensare a un piano B, ovvero a un altro progetto politico, se le beghe legali e burocratiche del M5S si trasformassero in un’eterna palude.

Giorni fa gli hanno mostrato un sondaggio sulle Regionali in Sicilia, quelle in ottobre. E cifre e analisi raccontano che su una lista con il suo cognome, una lista Conte, ci sono ottimi riscontri. Con o senza il simbolo del M5S annesso. Altro motivo di riflessione per il presidente di un Movimento con organigramma e statuto ancora congelati da un’ordinanza del tribunale civile di Napoli, contro cui martedì è andato pure a sbattere un ricorso dei 5Stelle. Però il leader è andato dritto, con l’assemblea degli iscritti. Via necessaria, secondo Conte e i suoi legali, anche per rafforzarsi di fronte a nuovi ricorsi. Ma lo stallo è un rischio concreto. Così riaffiora l’opzione di un nuovo contenitore. Con cui ripartire assieme ad alcuni big, liberi dal vincolo dei due mandati. “Giuseppe continua a ragionarci”, raccontano. E figurarsi dopo i numeri dalla Sicilia, dove il M5S nell’isola ha il suo principale granaio di voti. Non a caso, ieri, il siciliano Giancarlo Cancelleri, sottosegretario alle Infrastrutture, ha teorizzato: “Sono pronto a scommettere che nell’isola siamo ancora il primo soggetto politico”. Per poi notare: “Stiamo chiedendo a Conte di velocizzare l’organizzazione sul territorio”.

A Cancelleri, già candidato governatore nel 2017, un bis non dispiacerebbe affatto. Anche se c’è sempre il problema dei due mandati (è stato due volte deputato dell’assemblea regionale). Nell’attesa per i 5Stelle ci sarebbero le amministrative di maggio, partita complicata dalle rogne in tribunale. Nel Lazio, il deputato romano Francesco Silvestri e le due grilline in giunta regionale, la vicepresidente Roberta Lombardi e Valentina Corrado, stanno comunque chiudendo diversi accordi con il Pd.

Nell’elenco c’è anche Guidonia, terza città per abitanti, dove il M5S non ha ricandidato il suo sindaco uscente, per accordarsi con i dem su un civico, l’avvocato Alberto Cuccuru. Altrove però ci sono problemi. Per esempio a Carrara, altra città con un sindaco grillino uscente, dove il Pd ha sprangato la porta ai 5Stelle. E Conte non ha gradito. Vorrebbe più disponibilità dai dem nelle trattative. E ieri ha lanciato una chiara stilettata al Pd sul caso del leghista Armando Siri: “In Senato i partiti – con l’eccezione di M5S e LeU – hanno bloccato l’uso delle intercettazioni che riguardano Siri. Noi pensiamo e agiamo diversamente”.

Letta a capo dei “non equidistanti”

È la piazza della pace che deve “unire tutti”. Ma poi, nei suoi propositi, il corteo di domani a Firenze divide subito: “Siamo i non equidistanti” dicono alcuni dei promotori prendendo le distanze da chi sabato scorso è sceso in piazza San Giovanni per la pace in Ucraina e contro l’invio di armi da parte del governo italiano all’esercito di Kiev. È una contro-manifestazione: contro chi, tra le associazioni, i partiti e gli intellettuali, nei giorni scorsi si è permesso di muovere critiche alla strategia della Nato e della decisione di inviare armamenti nelle zone del conflitto. Per questo l’adesione alla manifestazione è molto variegata: rispetto a quella di sabato scorso ci sarà il Pd e il suo segretario Enrico Letta in persona (assente al corteo di Roma perché favorevole agli aiuti militari e per questo contestato) e la Cisl, che si era dissociata una settimana fa, che ricompatta il fronte sindacale con Cgil e Uil. Non ci sarà invece Giuseppe Conte che sarà a Napoli per una manifestazione organizzata dal sindaco Gaetano Manfredi, anche se già a Roma non avevano sfilato esponenti di peso del M5S. Dal M5S spiegano che Conte parteciperà a un corteo dello stesso circuito della manifestazione fiorentina (Eurocities) e che non c’è alcun attrito tra alleati. Alcuni esponenti del M5S sono comunque attesi a Firenze.

La manifestazione di domani, appuntamento alle 15 in piazza Santa Croce, è stata organizzata nei giorni scorsi dal sindaco di Firenze, Dario Nardella. Si chiama Cities stand with Ukraine (le città stanno con l’Ucraina) e aderiranno capoluoghi italiani – Milano, Roma, Bologna, Napol, Torino – e le principali capitali europee tra cui Parigi, Madrid, Vienna, Amsterdam e altre 100 città europee. L’idea era nata durante un summit a Marsiglia di “Eurocities”, la rete delle città presieduta da Nardella. Il primo cittadino parla entusiasticamente di “prima manifestazione europea dall’inizio della guerra” a cui parteciperà anche l’ambasciatore ucraino in Italia Yaroslav Melnyk.

Rispetto alla manifestazione pacifista della scorsa settimana, stavolta a Firenze ci sarà il Pd, Italia Viva, LeU e Sinistra Italiana. Nicola Fratoianni, convinto da Letta, fa riferimento alla “città di La Pira da cui deve venire un messaggio forte e chiaro per la pace”. Anche Forza Italia è stata invitata ma non è arrivata una risposta ufficiale. Tra le associazioni l’adesione è stata molto alta, dalle Acli alla Comunità di Sant’Egidio fino all’Arci e Anpi, quest’ultime critiche sull’invio di armi. Tant’è che Gianfranco Pagliarulo, presidente Anpi, ha criticato politici e intellettuali con l’elmetto: “La questione è: dov’è la linea rossa che può allargare il conflitto fino a scatenare una guerra mondiale? Fino a che punto possiamo aiutare la resistenza ucraina diminuendo o sventando questo rischio?”. Tra i sindacati tornerà in piazza la Cisl insieme a Uil e Cgil già presenti sabato. “Noi saremo nei luoghi in cui non si professano ambigue neutralità ed equidistanza” dice il segretario Cisl Luigi Sbarra. A distanza gli ha risposto Maurizio Landini, che sarà in piazza: “La Cgil ha fatto appello per la diplomazia europea: è il momento di riporre le armi”.

La onlus “Ripartiamo”: niente supporto a Salvini

Continua a far discutere la missione di Salvini in Polonia degli ultimi giorni e l’episodio in cui il sindaco di Prezemysl, Wojciech Bakun, ha umiliato pubblicamente il leader della Lega mostrando davanti alle telecamere la maglietta di Putin e chiedendogli di “prendere le distanze” dal presidente russo. Salvini si è appoggiato a diverse associazioni nel suo viaggio in Polonia – tra cui Manalive presieduta da Gianmarco Oddo – per poi raggiungere i volontari di “Ripartiamo”, la onlus fondata nel 2015 da Francesca Chaouqui. Dalla onlus fanno sapere però che non c’è l’associazione dietro il viaggio di Salvini e che, rispetto a quanto è stato riferito dalla Lega, non è stato fornito alcun supporto al leader del Carroccio, tra cui il numero proprio del sindaco polacco. Interpellata dalla Dire, la onlus ha invitato a “non strumentalizzare la vicenda”. ”Ripartiamo” è nata nel 2015 e in questi giorni i volontari stanno fornendo aiuti umanitari alla popolazione ucraina colpita dal conflitto per salvare vite e offrire rifugio a donne e bambini che scappano dalla guerra. Per questo ha messo a disposizione pullman per portare rifugiati a Roma.

Il Piano nucleare è monco: mancano soldi e attuazione

Non c’è allarme, ripetono le autorità italiane, per quanto in Ucraina si combatta in un territorio con una quindicina di centrali nucleari. A breve, però, il nostro Paese avrà anche formalmente il Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari. Dopo l’ok delle Regioni, arrivato ieri, manca solo l’apposito Decreto del presidente del Consiglio (Dpcm) per sostituire il vecchio piano, fermo al 2010.

Abbiamo fatto un po’ tardi. La direttiva Ue Euratom 2013/59, che stabilisce le norme fondamentali di sicurezza per la protezione contro i pericoli derivanti dall’esposizione alle radiazioni ionizzanti, è del 5 dicembre 2013. Ci sono voluti quasi sette anni perché governo e Parlamento la recepissero nel decreto legislativo 31 luglio 2020 n. 101, poi un anno e mezzo per fare il piano. Certo non è dipeso da Fabrizio Curcio, il direttore della Protezione civile a cui la legge assegna l’incombenza, nominato la scorsa primavera in piena pandemia e con il Dipartimento da ricostruire. La bozza approvata ieri dalle Regioni è datata 27 gennaio. L’Ucraina non c’entra, assicurano tutti, ma a quella data l’intelligence statunitense aveva già condiviso con i Servizi alleati la preoccupazione per il rischio di un attacco russo. Ricorda un po’ la storia del piano pandemico, mai toccato dal 2006 nonostante il nuovo Regolamento sanitario internazionale in vigore dal 2007, una decisione del Parlamento europeo del 2013 e le successive linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità e neppure applicato quando è comparso il Covid-19. Come per il piano pandemico, il ministero della Salute ha risposto affermativamente all’Oms nelle periodiche autovalutazioni: l’ultima volta, nel 2020, l’Italia si è autovalutata al livello 4 su 5 e cioè ha dichiarato di disporre di norme, finanziamenti, scorte e tutto il necessario. Ora perlomeno c’è il piano, a breve dovrebbero esserci anche il Comitato istituito per legge presso la Protezione civile e una Commissione scientifica nominata con decreto dirigenziale della Salute e formata anche da esperti del ministero della Transizione ecologica, dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nazionale e dell’Istituto superiore di sanità.

Il piano prevede “le misure necessarie a fronteggiare le conseguenze di incidenti in impianti nucleari ubicati oltre frontiera”, come è logico visto che in Italia non ce ne sono più, distinguendo a seconda che l’incidente si sia verificato entro i 200 chilometri dal territorio nazionale, a una distanza maggiore o fuori dall’Europa. Stabilisce misure quali il “riparo al chiuso”, ovvero “l’indicazione alla popolazione di restare nelle abitazioni, con porte e finestre chiuse e i sistemi di ventilazione o condizionamento spenti, per brevi periodi di tempo, di norma poche ore, con un limite massimo ragionevolmente posto a due giorni”, ma anche il “blocco cautelativo del consumo di alimenti e mangimi prodotti localmente (verdure fresche, frutta, carne, latte), blocco della circolazione stradale, misure a tutela del patrimonio agricolo e zootecnico”. E le indicazioni per la iodioprofilassi, “una efficace misura di intervento per la protezione della tiroide”. Come è noto, è già iniziata la caccia allo iodio. Alcuni esperti storcono la bocca su qualche sovrapposizione di competenze, sulla mancanza di un’autorità centrale responsabile, sulla mancata distinzione degli aspetti strategici da quelli prettamente operativi.

Le Regioni hanno dato via libera, ma chiedono chiarezza al governo sui finanziamenti. Nel documento approvato ieri non c’è alcun riferimento agli impegni economici per garantire l’operatività del Piano: non una stima sulle spese previste né l’indicazione di chi se ne farà carico. E poi c’è la questione dell’attuazione del Piano. Le Regioni avevano presentato 30 pagine di richieste per mettere nero su bianco le regole per un coordinamento tra Roma e i territori: “Appare non sempre chiaro il ruolo della Regione – sostengono i cosiddetti governatori – nelle sue diverse articolazioni, soprattutto in relazione con le Prefetture”. Anche per non ripetere l’esperienza del Covid: “Sulla scorta dell’esperienza relativa alla gestione dell’emergenza pandemica, non vanno trascurati gli aspetti di coordinamento e interfaccia tra il livello nazionale e quello regionale e locale, né la pianificazione di dettaglio delle operazioni”. Le Regioni chiedono uno o più “documenti attuativi” per eliminare le zone grigie, specie riguardo a fornitura e distribuzione dello iodio stabile. Vorrebbero conoscere “tempistiche, modalità, attività di comunicazione, soggetti, ruoli e responsabilità”. Il lavoro comincia adesso che il piano c’è.