“Mandare le armi favorisce l’escalation: si deve trattare”

Il generale Marco Bertolini ha una carriera militare d’eccezione. Comandante dei parà della Folgore, del reparto speciale Col Moschin, del Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali. Dall’alto di questa esperienza conserva una visione molto lucida della guerra anche perché, dice, “in questi frangenti è facile cadere nell’analisi emozionale e si perde un po’ di vista la razionalità”.

I colloqui in Turchia sono falliti, cosa c’è da attendersi ora?

Restiamo in attesa di vedere se questi negoziati andranno avanti. Anche io non avevo molte speranze, ma è positivo che i colloqui si siano svolti in Turchia, in un Paese Nato. La Turchia ha rapporti con la Russia molto intensi, non solo economici, sono entrambi presenti in Siria. Ma i risultati non potranno arrivare subito.

La Turchia è anche uno dei Paesi sul Mar Nero, luogo strategico?

Il Mar Nero è sempre stato un trapezio, con una base Nato (la Turchia) e gli altri tre lati appannaggio dell’ex Patto di Varsavia (Bulgaria, Romania, Urss con Ucraina e Georgia). Ora Bulgaria e Romania sono nella Nato, se anche la Georgia e l’Ucraina vi aderissero la Russia sarebbe esclusa dal Mar Nero e quindi dal Mediterraneo, obiettivo strategico irrinunciabile. I toni sono così accesi, perché si sta parlando di interessi vitali.

L’avanzata russa sul terreno appare lenta, che cosa significa?

Difficile dotarsi di criteri precisi. L’Ucraina è un Paese grande con un esercito importante e addestrato, sul modello russo. Per di più, in questi ultimi anni, è stato sostenuto dall’Occidente. L’aspettativa di una campagna in pochi giorni è una aspettativa non realistica. La Russia sta procedendo in modo sistematico: stabilizzare la situazione attorno a Kiev e impegnarsi soprattutto a sud, in Crimea e nel Donbass. Il controllo di quei territori sarebbe un risultato strategico.

Sono quindi questi gli obiettivi di Mosca?

Dipende da quello che succederà ai tavoli negoziali. Se si avranno dei risultati, Putin potrebbe accontentarsi di questo, magari offrendo all’Ucraina in cambio la città di Odessa come sbocco al mare, in modo da non escluderla completamente dal Mar Nero. Se i negoziati non andranno avanti, possiamo aspettarci di tutto, anche l’occupazione dell’Ucraina, che pure costituirebbe uno sforzo eccessivo.

Non le sembra che la Ue abbia commesso un errore nell’impedirsi di condurre una mediazione?

L’Europa è assente, non c’è dubbio, anche perché non ha una politica estera, motivo per il quale non avrà mai un esercito comune che di una politica estera è espressione. La Ue ha assunto dei toni veramente duri, che secondo me la mettono fuori dai giochi per quel che riguarda il negoziato. Questo però potrebbe non valere per alcuni suoi Stati, come la Francia, che mantiene un dialogo con Putin, o la Germania. Entrambe guardano al dopoguerra perché, comunque, un dopoguerra ci dovrà essere e dovremo avere dei rapporti con degli interlocutori russi. Per fare questo, credo che giustamente Francia e Germania cerchino di garantirsi qualche posizione originale, almeno a giudicare dai fatti.

E l’Italia?

L’Italia è sparita, dopo il fuoco di paglia della visita di Di Maio a Mosca e quella annunciata di Draghi, è scomparsa. Chi parla per l’Italia è la Ue.

Che giudizio dà della scelta di inviare armi o della richiesta alla Nato di applicare all’Ucraina una no fly zone?

Sono scelte che vanno in direzione dell’escalation e riducono le possibilità di dialogo. E per quanto riguarda l’Italia, i più entusiasti per il rullare di tamburi sono quelli che più hanno trascurato le Forze armate e la difesa dei nostri interessi nazionali.

A chi si riferisce?

A tutti, le assicuro. Quando siamo passati all’esercito professionale, portando da 300 a 100 mila gli uomini effettivi, ogni parte aveva le proprie ragioni per procedere in quella direzione. La parte sinistra aveva la volontà di ridurre lo strumento militare, la destra pensava che aumentando i professionisti sarebbe aumentato il consenso nei suoi confronti, mentre il centro cattolico pensava che sarebbe venuto un mondo senza più la guerra. Tutti i partiti si sono disinteressati delle forze armate e ora i nostri migliori reparti si reggono solo sulla volontà dei comandanti e sulla disponibilità degli uomini a fare un lavoro che non interessa a nessuno.

La guerra dei missili per il controllo del cielo

“Spara e dimentica”. Li chiamano così i missili terra aria Stinger. Il motivo è semplice: premuto il grilletto il proiettile fa tutto da sé. Insegue l’obiettivo e il suo propulsore di calore. Peso: circa 10 chilogrammi. Monouso. Si porta in spalla. Gittata: fino a 8 km. L’ideale per abbattere il formidabile elicottero russo Ka – 52 Alligator. L’ideale, quindi, se l’obiettivo è a bassa quota. Gli somiglia in qualche modo il Javelin: missile portatile destinato a colpire i carri armati russi, dai più evoluti T-90 M – Mladivir, strutturati sul modello degli anni Novanta, fino ai più obsoleti T-72, con struttura anni Settanta (ed elettronica poco performante). È soprattutto su questo tipo di armi che stiamo investendo per supportare gli ucraini. Uno scenario da secondo tempo. Quello che gli scacchisti chiamerebbero il medio gioco. Perché i russi il primo tempo non l’hanno ancora vinto: non hanno ancora conquistato lo spazio aereo. Eppure possono vantare senza dubbio la superiorità dei loro caccia (molti Su-34) che, stimano alcuni analisti, sono circa 4 volte superiori al numero dei caccia ucraini. Inferiori anche sotto il profilo della qualità poiché Kiev disporrebbe (o disponeva) di una trentina dei meno evoluti Su – 27, una cinquantina di Mig-29, una dozzina di bombardieri Su – 24. Le postazioni ucraine dei lanciatori S – 300, secondo le informazioni diramate da Mosca, sarebbero stati quasi completamente distrutte. I russi continuano a bombardare con missili a lunga gittata o con aerei ad alta quota – 8 bombe al minuto da 4mila metri d’altezza – ma il controllo del cielo ancora non ce l’hanno. Ed è questa la casella della scacchiera su cui si sta concentrando adesso la partita: finché i russi non la conquistano è complicato dare l’assalto finale alle grandi città. Se perdere il controllo del cielo, significa combattere da ciechi, gli ucraini ci vedono ancora bene. Ogni giorno che passa Mosca è costretta a spendere altri rubli per mantenere l’offensiva. Ma soprattutto: subisce il pesante bombardamento finanziario dalle sanzioni. Non sappiamo se e quando Mosca deciderà di far fruttare la sua forza aerea usandola in modo massivo e quindi devastante. Ma se la guerra non si ferma sappiamo che arriverà il momento dell’agonia prolungata. L’inferno urbano dei cecchini. I carri in città. E soprattutto: lo “spara e dimentica”.

A giudicare da alcuni elementi sembra che sia già tutto previsto. E più in anticipo di quanto possa sembrare. Il governo inglese, a gennaio, aveva già rifornito di 5mila armi anticarro l’Ucraina in previsione dell’invasione russa. Nel 2015, quando la Russia aveva annesso la Crimea, il Regno Unito ha avviato l’Operazione Orbitale addestrato militari ucraini nella loro terra. Dal 2014 a oggi gli Usa hanno investito circa 105 milioni di dollari l’anno per finanziare i militari ucraini e speso fino a 2,5 miliardi per l’intero comparto sicurezza. Nel giugno 2021 hanno consegnato armi leggere per 60 milioni di dollari: inclusi gli anticarro Javelin. Nel dicembre 2021 hanno inviato 5 elicotteri da combattimento Mi-17. Il 26 febbraio – quindi dopo l’invasione – un nuovo stanziamento di 350 milioni per altre armi leggere, munizioni, giubbotti antiproiettile e ancora armi anti carro. A ben guardare tutto – e già da tempo – sembra rispondere alla logica dello “spara e dimentica”. Una scelta che si è radicalizzata dopo l’invasione russa del 24 febbraio. Qualche altra cifra utile arriva da una ricerca del 2 marzo scorso pubblicata dalla House of Commons Library e illustra lo scenario post invasione: 200 missili anti carro (e 2mila mitragliatrici) inviati dal Belgio, 2.700 anticarro e 300 stinger dalla Danimarca, altri Javelin (non sappiamo quanti) dall’Estonia, mille missili anticarro e 500 Stinger dalla Germania, altri 486 Stinger dalla Slovacchia, 5mila anti carro dalla Svezia. Anche l’Italia – ma il governo ha secretato l’elenco e non abbiamo conferme ufficiali – secondo indiscrezioni avrebbe fornito fucili di precisione Beretta (perfetti per i cecchini) e qualche centinaio di Stinger. Un riscontro lo troviamo nella lettera che Beretta ha inviato ai suoi dipendenti pochi giorni fa: pur non citando il conflitto in corso, l’azienda spiega che “il periodo” offre una “importante opportunità di volumi da produrre nell’anno in corso” e annuncia di “incrementare i turni lavorativi” e “non effettuare alcuna chiusura aziendale nel mese di agosto” per “massimizzare l’attività produttiva”. E i fucili di precisione, il fiore all’occhiello della Beretta, sono solitamente destinati alle battaglie quartiere per quartiere o a breve distanza.

Di certo c’è poi che la sera del 9 febbraio nel cielo polacco, a circa 30 chilometri dal confine ucraino, volavano due aerei militari italiani da trasporto (un Boeing 767-2EY e un Hercules C 130). E da giorni – anche mentre scriviamo – 4 Boeing KC-135R (due da rifornimento) e un elicottero militare Usa sorvolano il cielo polacco e rumeno. Evidentemente riforniscono caccia in volo. Volendo usare la logica, stiamo coprendo il trasferimento delle armi di cui abbiamo appena parlato, che devono arrivare in Ucraina senza incorrere nella reazione russa. Fino alla notte tra il 9 e il 10 marzo, sul Mar Nero, ha stazionato un drone di Washington partito dalla base italiana di Comiso. Nelle stesse ore ha incrociato (ma all’altitudine di ben 14mila metri) l’aereo russo che trasportava in Turchia il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov. Il drone in questione è un’arma d’intelligence. E vale la pena ricordare che nel settembre 2021 il presidente ucraino Volododymyr Zelensky ha firmato a Washington un accordo di partenariato strategico per la difesa, la sicurezza dei voli spaziali e la protezione delle informazioni e sicurezza delle frontiere. Difficile immaginare che il drone – e anche il sistema Sigint in grado di intercettare via satellite qualsiasi conversazione – abbia fornito a Washington informazioni poi non riversate a Kiev. Informazioni utili (anche) per contrastare e rallentare l’assalto al cielo dei russi. Un ruolo importante lo stanno svolgendo i droni turchi acquistati dall’Ucraina nel 2019. E anche i droni che gli ucraini producono già da soli. Su tutti il The Punisher: ali per 230 centimetri e tre bombe, per un totale di 2,7 chili, da sganciare a circa 400 metri di altitudine. Praticamente una zanzara. Ma in grado di fare molti danni. Mai quanto il devastante missile russo termobarico Tos1 – Buratino . Già usato in Siria. E secondo fonti occidentali già trasportato in Ucraina.

Io, ribelle in fuga dall’Arabia Saudita

Tra me e la libertà c’era solo un viaggio in macchina. Da più di un anno aspettavo il momento giusto per scappare. Avevo diciotto anni e morivo di paura al solo pensiero che il piano che avevo messo a punto con la massima attenzione potesse ritorcersi contro di me. Ma il mio cuore fremeva di ribellione verso il terrore costante, le regole crudeli e le tradizioni arcaiche che soffocano e a volte uccidono le ragazze come me in Arabia Saudita, e si librava ogni volta che immaginavo una vita lontana da tutto questo.

(…) Casa nostra, ad Hā’il, dista dieci ore di macchina da Kuwait City, dove saremmo andati a trovare dei parenti e a passare una settimana di vacanza in famiglia. Era l’occasione giusta per mettere in atto il mio piano. Lì seduta guardavo i miei fratelli caricare i bagagli in macchina e provavo un misto di tristezza ed emozione. Ero combattuta tra la voglia di abbracciarli, cosa in realtà proibita perché considerata un atto sessuale, e la speranza che niente e nessuno mi impedisse di svignarmela. Le pareti della mia camera erano spoglie, non c’era niente che facesse pensare che ci viveva una giovane donna. Mostrare segni di vita sulle pareti di una camera da letto in una società tanto inflessibile non è halal, cioè non è permesso. L’opposto di halal è haram, che significa proibito. Ricordo quando mi hanno sequestrato l’orsacchiotto che tenevo sul letto da piccola perché era diventato haram: solo il Profeta può essere immaginato, in fotografia o in qualche altra forma. Una volta ho fatto dei disegni che ritraevano persone e animali e me li hanno confiscati, perché tutto ciò che ha un’anima è considerato in competizione con il Profeta e pertanto haram. Alla fine del mio primo semestre all’Università di Hā’il, hanno fatto sparire i miei libri e quaderni, per ribadire il fatto che non ci sarei mai più tornata. (…)

A scuola mi hanno insegnato che l’Arabia Saudita è l’invidia del mondo, il Paese più ricco e più bello di tutti, in cui si trova la maggior parte del petrolio del pianeta, un Paese che obbliga i suoi cittadini a compiere l’haji, il pellegrinaggio alla Mecca, almeno una volta nella loro vita, per rinnovare il senso del proprio ruolo nel mondo. (…) Ciononostante, sono stata cosciente delle contraddizioni della mia terra sin da bambina. Il panorama offre soprattutto sfumature di nocciola e bianco, con chiazze di verde nei dintorni delle oasi e montagne con affioramenti rocciosi e alberi, ma i colori tenui del paesaggio dell’Arabia Saudita sono in netto contrasto con tutti quei corpi avvolti in sacchi neri che si muovono tra le vie secondarie. Le donne e le ragazze, dai dodici anni in su, sono obbligate a coprirsi per evitare che un uomo posi lo sguardo sulle loro forme. In realtà, a casa mia, già a nove anni ero costretta a indossare l’abaya, una tunica nera e goffa che copre tutto il corpo dalle spalle in giù, e a partire dai dodici anni anche il niqab, il velo che avvolge il viso come una maschera e lascia liberi solo gli occhi. Ero ancora una bambina quando ho cominciato a chiedermi che razza di punizione fosse mai questa. Se un uomo non riesce a controllare se stesso, perché è la donna a doversi infagottare come se fosse colpa sua? (…)

Più della metà della popolazione dell’Arabia Saudita, che conta 34 milioni di persone, ha meno di venticinque anni, un dato che ho sempre considerato un buon presupposto per il cambiamento. Ma coloro che sono a capo del Regno, e pretendono di agire in nome di Dio, continuano ancora a crocifiggere, decapitare e torturare chiunque non sia d’accordo con il governo, nonostante quest’ultimo abbia confermato importanti emendamenti alle severe regole islamiche seguite dai sauditi, e invitato il popolo alla tolleranza e alla moderazione. La Muṭawwiʿa (la polizia religiosa saudita) fa capo a un organo governativo chiamato Comitato per l’imposizione della virtù e l’interdizione del vizio e pattuglia le strade e persino le università con la scusa di verificare che i cittadini si comportino a dovere, ossia che i negozi chiudano cinque volte al giorno per le preghiere, che le donne rispettino rigorosamente le norme sull’abbigliamento e che la separazione tra i sessi sia fanaticamente osservata, così come il divieto sul consumo di alcolici. (…)

La mia famiglia è musulmana sunnita della tribù Shammar, che ha governato nella regione nordoccidentale di Hā’il finché la dinastia saudita non ha preso il sopravvento. Ne è capitale l’omonima città di Hā’il. Si tratta della parte più conservatrice dell’Arabia Saudita (…). Facciamo parte di un’élite: viviamo nel quartiere residenziale di Ṣal al-D n, la zona ricca di Hā’il dove non ci sono negozi ma solo abitazioni, in una grande casa con nove camere da letto e due cucine, dieci bagni, sei salotti e un piccolo giardino. (…) Ma quando si tratta di nutrire l’anima, manca l’essenziale. Per esempio: casa nostra non ha terrazze o balconi, perché una donna perbene non dovrebbe mai sedersi all’esterno, dove qualcuno potrebbe vederla. Le finestre sono sempre chiuse, così nessun uomo può scorgere le donne che vivono all’interno. Una donna – ovvero qualsiasi persona di sesso femminile a partire dai nove anni in su – non può andare al mercato o a trovare i vicini, non può uscire a comprarsi biancheria intima o trucchi, e men che meno fare una passeggiata, senza essere accompagnata da un marito, un fratello o un figlio che la tengano d’occhio. Ci è proibito andare al cinema, ma guardiamo i film americani sul computer. Ai musulmani poi è vietato convertirsi a un’altra religione. Gli atei sono considerati dei terroristi, così come le femministe. L’omosessualità è punibile con la morte. Sposarsi tra cugini è la norma e lo hanno fatto talmente tanti sauditi che i genetisti stanno tentando di convincere la gente a smetterla, perché le malattie genetiche gravi sono aumentate in modo preoccupante. Anche la poligamia maschile è comune (…).

L’ipocrisia regna a tal punto che anche se la religione disciplina ogni aspetto, dall’educazione alla giustizia allo stesso governo, il 95 per cento degli edifici storici della Mecca, molti dei quali avevano più di un migliaio di anni, è stato demolito per l’esasperato timore che distogliessero l’attenzione dal Profeta. Persino i palazzi legati alla famiglia di Maometto sono stati distrutti. E mentre gran parte delle donne è costretta a infagottarsi con tuniche simili a sacchi neri, nella rete televisiva di proprietà della famiglia reale le presentatrici dei telegiornali si vestono all’occidentale. In Arabia Saudita la doppiezza è all’ordine del giorno. (…) È un castello di carta complicato e contorto che rischia di collassare di fronte a ogni affermazione di verità.

Per gentile concessione di Rizzoli

 

Sopravvivere come topi tra i vagoni della metro

I tornelli sono sempre aperti e c’è silenzio, all’ingresso della stazione della metropolitana Majdan Konstituciï, nel centrale quartiere governativo di Kharkiv. I cartelloni pubblicitari colorano le pareti lungo l’interminabile scala mobile che raggiunge una delle tante, nuove, piccole città sotterranee che stanno nascendo dal 24 febbraio, cioè da quando i russi hanno attaccato la città.

Alcune tende da campeggio occupano gli spazi tra i piloni, che dividono il corridoio centrale dalle banchine dei due binari. Una madre, seduta su una delle panchine, culla il figlio: “È nato un mese fa e ha già passato metà della sua giovane vita sottoterra”, racconta. Igor Terekhov, il sindaco della seconda città più grande dell’Ucraina, passeggia per la stazione: “La situazione è sempre più difficile perché continuano a bombardare tutto il giorno, senza tregua. Le infrastrutture sono danneggiate”. Sottoterra, lontano dalle bombe e dalla distruzione, gli sfollati vivono nascosti e, solo nella stazione di Majdan, due treni in sosta sono diventati la casa di circa 200 persone che ne condividono le carrozze, sdraiati sul pavimento o sui sedili in plastica. Irina ha 42 anni e con suo marito e suo figlio, di soli 6 anni, vive in uno dei vagoni della metropolitana: “C’è panico in città e la gente ha abbandonato le case distrutte o che si trovano vicino ai palazzi colpiti. Con mio marito avevamo uno studio di design, proprio qui in centro. Ora la nostra casa è questa”. Treccine colorate, una lunga giacca a vento grigia e un gattino tra le braccia, Irina fatica a trattenere le lacrime, mentre racconta la sua vita che non c’è più, nascosta trenta metri sotto terra insieme a centinaia di sconosciuti. Anche alla fermata “Ventitrè agosto” la gente ha cercato rifugio, quando l’artiglieria russa ha bombardato un quartiere residenziale vicino all’antenna della televisione, colpendo anche un asilo. “Il primo giorno di guerra, il 24 febbraio alle 17.40, siamo scesi qui sotto e da allora ogni giorno ci sono da 400 a 600 persone.

Due giorni fa hanno bombardato pesantemente il centro e circa mille persone si sono rifugiate nella metropolitana. I più anziani sono stati fatti accomodare sul pavimento, almeno per passare la notte, i più giovani hanno dovuto arrangiarsi come potevano” racconta uno dei volontari. “Ci laviamo nei lavandini, oppure usiamo le salviette igienizzanti. Quelli che abitano vicini o che, comunque, hanno ancora una casa, alla mattina magari passano dalla loro abitazione per potersi lavare o per cambiarsi” continua. L’eco delle esplosioni raggiunge tutta la città, di giorno, come di notte. La sirena invece non suona più, alcuni dicono che forse si è rotta a furia di continuare a suonare, per giorni, a tutte le ore. Anastasiia è una delle coordinatrici dei volontari che si occupano degli sfollati che hanno trovato rifugio nelle stazioni della metropolitana: prima della guerra, assieme al marito, si occupava di progettazione di siti web: “Non riceviamo aiuti da nessuno. Ma qui ci sono almeno 1,500 persone che hanno quotidianamente bisogno di cibo, vestiti, medicine e non abbiamo neanche personale medico: abbiamo solo un dottore che, in realtà, non è ancora neanche un dottore, ma solo uno studente al quinto anno di medicina”. Ai piedi di una biglietteria automatica un bambino sfoglia un libro di favole sotto una coperta e si fa luce con una torcia, forse per non vedere il mondo degli adulti.

I morti di Mariupol innescano i social: guerra di fake news

Una guerra nella guerra, arrivata a coinvolgere Serghey Lavrov e le ambasciate di Mosca. Il bombardamento dell’ospedale pediatrico di Mariupol, un “crimine di guerra” per Volodymyr Zelensky, è una “messinscena” per la propaganda russa, che ha mobilitato la diplomazia internazionale in sostegno della sua versione e per provare a smontare gli scatti di Evgeniy Maloletka, fotografo che ha documentato per l’Associated Press i danni provocati dall’attacco di mercoledì. La distanza siderale tra le due versioni ha finito per coinvolgere anche la Rete, con le più svariate ricostruzioni sull’accaduto. Le autorità di Mariupol hanno parlato di un attacco con bambini e donne “sotto le macerie”. Alla fine, il conteggio di Kiev parla di 3 morti e 17 feriti. Le foto e i video testimoniano come nell’ospedale colpito dall’ordigno russo ci fossero donne in gravidanza e neo mamme. Un numero esiguo, con ogni probabilità dettato dalla fuga di civili da Mariupol, uno dei territori più colpiti dall’offensiva russa (1.200 morti, secondo il vicesindaco) e ormai “circondato” da giorni con la gente “rifugiata negli scantinati”, ha raccontato padre Pavlo Tkachyk, rettore della parrocchia di Nostra Signora di Czestochowa.

Negli scatti ecco una donna in lacrime, una incinta in barella portata via dai soccorritori, un’altra in pigiama con lo sguardo stravolto che abbandona l’edificio sventrato da un ordigno, in grado di aprire un cratere profondo diversi metri. Immagini che hanno provocato lo sdegno dell’Occidente, dal Vaticano agli Usa, e un cortocircuito nelle stesse versioni russe. L’ambasciata russa a Roma ha messo in discussione l’attacco definendolo “presunto”. Quella a Londra ha invece sostenuto che la donna ritratta in alcuni scatti è “la blogger Marianna Podgurskaya” e “ha interpretato i ruoli di entrambe le donne incinte”. Una “messinscena”, insomma. Eppure nelle foto appaiono evidenti differenze dei tratti somatici e nell’abbigliamento. La versione, sostenuta su Twitter, è poi scomparsa dal profilo dell’ambasciata. Lavrov invece non ha affatto negato l’attacco né ha bollato le foto come messinscena: “L’ospedale era usato come base del battaglione Azov”, ha risposto il ministro degli Esteri russo. Un alert Mosca lo aveva già lanciato il 7 marzo davanti all’Onu, come ha ricordato il primo vice rappresentante permanente russo, Dmitry Polyansky. “La gente del posto riferisce che le forze armate ucraine hanno cacciato il personale dell’ospedale pediatrico n. 1 della città di Mariupol e hanno allestito un base militare all’interno della struttura”, si legge nel documento citato da Polyansky in un tweet. Quella dell’ospedale trasformato in una base dalla frangia più estremista delle milizie ucraine è una versione accreditata in Rete attraverso foto di soldati e mezzi che negli scorsi giorni erano sul tetto e attorno alla struttura. Ma come ha dimostrato David Puente su Open, l’edificio ripreso non è quello bombardato mercoledì. Si tratta di due strutture diverse. Le bombe russe sono cadute sul Dytyacha Konsulʹtatyvno-Diahnostychna Poliklinika, mentre le foto che dimostrerebbero l’occupazione del battaglione Azov sono riferibili a un edificio molto distante, che sorge nella stessa zona in cui è geolocalizzato il Dytyacha Poliklinika, un altro ospedale di Mariupol. Nella ridda di versioni russe, il Cremlino ha preso tempo: “Indagheremo necessariamente con i nostri soldati, perché noi, come voi, non abbiamo informazioni chiare su quanto accaduto e i soldati ci daranno informazioni”, ha detto il portavoce di Vladimir Putin, Dmitry Peskov. Un modo per provare a spegnere il gioco di propaganda e disinformatia, allontanando l’eco di uno dei raid che più hanno scosso l’opinione pubblica da quando Mosca ha dato il via all’invasione.

Kiev-Mosca, la diplomazia fallisce. L’Ue verso il “Recovery di guerra”

Le speranze di uno sblocco diplomatico della guerra fra Russia e Ucraina affondano nel mare di Antalya, in Turchia, di fronte a Cipro: i ministri degli Esteri russo Sergej Lavrov e ucraino Dmytro Kuleba non riescono a raggiungere un accordo su un cessate-il-fuoco. L’esito negativo dell’incontro, mediato dalla Turchia, non fa desistere il presidente turco Racep Tayyip Erdogan dall’intento di provare a far dialogare i due presidenti, Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. Bulema dice: “Non abbiamo fatto progressi” verso un cessate-il-fuoco, perché “sembra che ci siano altre persone che decidono in Russia”; ma “abbiamo convenuto di continuare a cercare di dare una soluzione ai drammi umanitari sul terreno”. L’Ucraina, assicura Bulema, “non si è arresa, non s’arrende e non s’arrenderà”. Lavrov non lascia intravedere ammorbidimenti negli obiettivi cui Mosca mira con l’invasione: indipendenza e in prospettiva annessione delle autoproclamate repubbliche filorusse del Donbass, Donetsk e Lugansk; e neutralizzazione dell’Ucraina, senza più prospettive di adesione alla Nato e all’Ue. Lavrov afferma che la Russia “saprà cavarsela”, nonostante l’intensificarsi delle sanzioni con cui l’Occidente vuole accelerare la fine del conflitto. Zelensky rinnova gli appelli all’Occidente perché intervenga, ma Stati Uniti e loro alleati europei continuano a escluderlo per il rischio di un conflitto con la Russia. E l’Ue non offre neppure prospettive d’adesione rapide.

Sul terreno, il bilancio dell’attacco aereo russo alla maternità di Mariupol è di tre morti, fra cui un bimbo, e una ventina di feriti. Secondo Lavrov, la Russia aveva notificato fin dal 7 marzo all’Onu, che l’ospedale ieri colpito era divenuto sede del battaglione Azov e che dalla struttura erano state evacuate pazienti e personale sanitario. Il battaglione Azov, già formato da volontari di destra e neonazisti, provenienti da diversi Paesi europei, per combattere i separatisti del Donbass, è ora inquadrato nella Guardia nazionale. La scorsa notte, un bombardamento effettuato da unità russe ha colpito un edificio residenziale, nel villaggio di Slobozhanske, vicino alla città di Kharkiv, nel sud-est del Paese, fecendo quattro morti, fra cui due bambini. Ci sono pure stati raid russi nella regione di Sumy: tre i morti. Secondo l’Onu, i civili uccisi sono finora 549, ma il numero è in continuo aumento.

Oleksiy Arestovych, un collaboratore di Zelensky, afferma: “Coloro che hanno bambini o donne, specie nelle regioni di Kharkiv, Donetsk, Lugansk, è meglio che se ne vadano. Queste città sono teatro di aspre battaglie e i civili non vi hanno niente da fare”. L’Onu stima che le persone fuggite siano oltre 2,3 milioni, 112 mila non ucraine. Le forze avanzano lentamente, ma costantemente, nelle città chiave ucraine, compresa la capitale Kiev e al sud Odessa. Fonti militari Usa non escludono il ricorso ad armi chimiche, anche se l’ipotesi non è al momento suffragata da fatti. I leader dei Paesi dell’Ue sono riuniti da ieri a Versailles, vicino a Parigi, per dare un giro di vite alle sanzioni contro Mosca e per impostare scelte energetiche che consentano di ridurre d’un terzo, entro l’anno, la dipendenza di gas e petrolio dell’Unione dalla Russia e, in prospettiva, di azzerarla, accelerando la diversificazione delle fonti. Secondo diverse voci europee raccolte a Versailles, la proposta della Francia, condivisa dall’Italia, di adottare un piano di rilancio da 800 miliardi sul modello del Recovery Plan non fa l’unanimità. Germania e Paesi del Nord accolgono freddamente l’idea di un prestito comunitario che ammortizzi l’impatto della guerra in Ucraina. Ci sono invece convergenze su alcuni aspetti della difesa europea. Nel Congresso Usa, intanto, avanza un provvedimento che stanzia ulteriori 14 miliardi di dollari d’aiuti per l’Ucraina, umanitari, economici, militari. Americani ed europei lavorano sui prezzi dell’energia per contrastare l’effetto dei rincari sull’inflazione. Ieri sera, sui corridoi umanitari, la Russia ha rilanciato l’opzione che le uniche vie sicure per i civili delle città martoriate siano quelle che portino dentro i suoi confini o in Bielorussia.

Vengo anch’io, no tu no

Nella rassegna stampa di ieri, spicca per originalità l’analisi di Nathalie Tocci sulla Stampa. Direttore dell’Istituto Affari Internazionali, già “Special Adviser dell’Alto rappresentante Federica Mogherini” (e ho detto tutto), ma specialmente consigliere di amministrazione dell’Eni, la Tocci sostiene che si può negoziare con tutti, ma non con Putin: con lui “è impossibile”. Per due motivi. 1) “Putin vuole l’Ucraina” che, essendo “democratica, è una minaccia per Putin” e su questo “Kiev non è disposta a trattare, né possiamo esserlo noi” (noi maiestatico, non è ben chiaro se nel senso di Eni, di Iai, di Italia o più modestamente di Tocci). 2) “A differenza della Russia di Putin”, che è “autocrazia e cleptocrazia”, l’Ucraina e le altre “liberaldemocrazie sono tali proprio perché proteggono quei valori sui quali sono fondate”. In attesa di conoscere nel dettaglio i valori della democrazia ucraina (esportati a suon di stragi in Donbass) e conoscendo già quelli delle nostre (esportati a suon di massacri in ex Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia e – in combutta coi russi – in Siria ecc.), ci affascina quest’idea di negoziato del tutto inedita.

Non essendo del ramo, pensavamo dovessero parteciparvi – come avviene da millenni – le due parti in conflitto, per la banale ragione che, se non si mettono d’accordo loro, la guerra continua. Invece apprendiamo dalla Tocci che Putin va escluso a priori. Deciderà lei chi ammettere al tavolo per la Russia e naturalmente cosa scrivere nel trattato: “L’unico sbocco sensato” è il “cessate il fuoco immediato e incondizionato”. Il che, a voler sottilizzare, renderebbe superfluo qualunque negoziato: se i russi si ritirano, la guerra finisce da sola. Purtroppo serpeggia il sospetto che i russi non abbiano alcuna intenzione di seguire gli amorevoli consigli della Tocci. Anzi, a dirla tutta, gira voce che la guerra in Ucraina sia un po’ più complicata del derby fra buoni e cattivi, fra liberaldemocrazie e cleptotirannidi, fra amici e nemici della pace che le Sturmtruppen da divano raccontano. Sennò dovremmo dichiarare guerra a tutti i tiranni del mondo, e pure a tutti i guerrafondai, inclusi i nostri. Poi dovremmo espellere dalla Nato la Turchia, che fa strage di curdi, e smettere di lisciare i regimi di Azerbaigian, Qatar, Arabia Saudita, Iran e Venezuela perché ci vendano il gas e il petrolio che non vogliamo più comprare da Mosca. E infine trascinare al Tribunale dell’Aja per crimini contro l’umanità i nostri governanti che bombardarono Belgrado e Baghdad sterminando molti più civili, anche bambini nelle scuole e negli ospedali, di quanti sia riuscito a ucciderne Putin in Ucraina. Anche se, va detto, i bambini serbi e iracheni ebbero l’indubbio privilegio di essere massacrati da bombe liberaldemocratiche.

“Giangi” in arte “Osvaldo”: i sogni di Feltrinelli bruciati sul traliccio

Èpassato mezzo secolo dalla scomparsa di Giangiacomo Feltrinelli, morto il 14 marzo 1972 a Segrate: un caso eclatante che, ancora oggi, alimenta il dibattito su uno dei periodi più burrascosi della storia repubblicana. Il saggio di Aldo Grandi (Chiarelettere), pubblicato proprio in occasione dell’anniversario, passa in rassegna i momenti più significativi della biografia dell’editore milanese, analizzando una vicenda che si inserisce a pieno titolo tra gli scorci più tragici degli anni di piombo.

Una vita, quella di “Osvaldo” (nome di battaglia assunto da “Giangi” durante la lotta armata, lui che aveva partecipato anche alla lotta partigiana durante la Resistenza), vissuta sui fili dell’alta tensione e terminata, fuor di metafora, proprio a causa del fallito sabotaggio di un traliccio dell’Enel a Segrate, nel Milanese. Un episodio che, sin dal giorno dell’identificazione della salma grazie al riconoscimento da parte della moglie Inge Schönthal, ingrossò il mare magnum delle dietrologie, promosse innanzitutto dagli ambienti della sinistra politica e intellettuale: Feltrinelli era forse stato ucciso nella cornice di quella strategia della tensione messa a punto dai servizi americani (e attuata dalla galassia di entità occulte nostrane) al fine di spingere l’opinione pubblica tra le braccia dell’autoritarismo conservatore? Qui Grandi è perentorio: fandonie, come certificato dai magistrati che si occuparono dell’inchiesta.

La narrazione è virtuosamente scandita dall’alternanza tra i capitoli dedicati alle indagini e quelli imperniati sull’evoluzione umana del protagonista: Feltrinelli era nato nel 1926, “rampollo” di una delle famiglie italiane più facoltose e prestigiose del tempo, ma si approcciò quasi subito – dopo una breve fascinazione giovanile per il fascismo – al movimentismo di sinistra, nel più classico dei paradossi alto-borghesi. Fu partigiano e si iscrisse al Partito comunista, conservando però un ottimo fiuto per gli affari che lo portò a rivoluzionare il panorama editoriale italiano, pubblicando ad esempio gli allora reietti Dottor Zivago e Gattopardo. Amico di Fidel Castro, si gettò anima e corpo nella lotta clandestina contro il nemico neofascista e l’imperialismo internazionale.

L’esperienza di vita “intensa ed esasperata” di Feltrinelli, le cui ossessioni rivoluzionarie furono il leitmotiv di un percorso di militanza totalizzante, è il micro-tassello di una macro-storia capace di mutare indelebilmente la fisionomia del nostro Paese. Un’avventura corsara di luci e ombre che, a cinquant’anni di distanza dal suo tragico finale, torna a essere lucidamente raccontata.

“L’intelligenza è un’arma, ma gli italiani sono pacifisti”

Pubblichiamo alcuni dei 2.276 aforismi del genetista e filosofo Edoardo Boncinelli, raccolti in un “Arcibaldone” in libreria con Castelvecchi.

L’aforisma è un ingegnosissimo piede di porco per scassinare il mondo e lasciarlo esattamente come prima.

Non esagerate nel gioco d’azzardo. Non vi è bastata la vita?

Per vivere ci vuole un movente.

Le emozioni andrebbero rinviate a giudizio.

Le donne non sono più sensibili. Sono solo più reattive.

Oggi il sesso si presta a confusioni di ogni genere.

Si vive nei ritagli di tempo.

Una delle cose più inaccettabili del nostro Dio è che accetti che qualcuno parli in suo nome.

Signore, quando Ti ho chiesto: “Che cosa siamo?”. Tu mi hai risposto: “Che cosa vuoi?”.

Posso anche credere che gli ultimi saranno i primi, ma intanto gli ultimi sono gli ultimi.

A molti direi: “Su questa terra siamo tutti di passaggio, è vero, ma non potreste essere di passaggio da un’altra parte?”.

In fondo Adamo ed Eva volevano solo fare un picnic.

La scienza dice delle cose mentre la filosofia ne parla.

Lo scienziato è colui che si sforza di affrontare le questioni più appassionanti nella maniera più spassionata.

“Io non capisco la meccanica quantistica” disse il professore “ma se mi seguirete attentamente, non sarò più il solo: anche voi tra qualche tempo non capirete la meccanica quantistica”.

Il teorema di Gödel dice che è impossibile sbucciare una patata usando un matterello.

Il filosofo s’infortunò nel tentativo di trascendere le scale.

Il filosofo conosce il mondo per sentito dire.

La metafisica è per metà fisica e per tre quarti nebbia.

L’invidia del pene conduce ad avere un debole per le minchiate.

Massimo Recalcati mena Lacan per l’aia.

Ragionare stanca.

Ci sono persone nelle quali l’eccitazione intellettuale non si trasforma mai in erezione.

Gli intellettuali sono persone che hanno letto e studiato più di quanto fossero in grado di capire.

Aveva paura che gli rubassero le idee prima di averle capite.

Fingersi scemi è un lusso che non tutti possono permettersi.

Essere stupidi è molto riposante.

Arriveremo al punto di chiamare i mediocri “diversamente eccellenti”.

Se hai molte idee originali sei considerato un disadattato.

Tutti vorremmo che nel mondo trionfasse la giustizia. Il problema è che al mondo ci sono sette miliardi di giustizie.

Ogni volta che ha deciso direttamente, il popolo ha scelto Barabba.

L’intelligenza è un’arma, ma gli italiani sono pacifisti.

Davanti a un problema serio, in Italia si dicono messe e si organizzano processioni.

In Italia non manca la gente che pensa, manca quella che sa.

Dicono che con il denaro non si compra tutto. Ma chi vuole tutto? A me basta il denaro.

Il problema è che con il virus ci troviamo in inferiorità numerica.

I vermi non fanno altro che parlare di quando saranno farfalle.

Salviamo le zanzare, l’anima dell’estate!

© 2022 Lit edizioni Sas per gentile concessione

“Vi svelo chi è stata mamma”

Charlotte Gainsbourg, che invidia a sua madre Jane Birkin?

Da ragazza avrei voluto tanto assomigliarle fisicamente. Mi consideravo brutta, con l’aggravante che nella nostra famiglia il lato estetico ha sempre avuto un peso importante. Però non rimpiango quel malessere, quella sofferenza: ha forgiato la mia personalità.

Dirigendo il documentario Jane by Charlotte (il 16 giugno in sala) regola i conti?

No, trovo immodestamente che sia un ritratto a tutto tondo: di lei e di me che cerco mia madre.

Jane è diventata una borsa, la celebre Birkin Bag di Hermès: lei a cosa ambisce?

(ride) È stato accidentale, con il presidente della maison si erano incontrati sull’aereo, lei si lamentava di non trovare una borsa adatta a una giovane madre… È la casualità divertente della vita, bello succedesse anche a me.

Dal 21 aprile sugli schermi, Gli amori di Suzanna Andler, per la regia di Benoît Jacquot, inquadra “una donna dell’alta borghesia, ricca, oziosa, al limite del suicidio, stretta tra doveri coniugali e desiderio”. Che cosa non le appartiene?

Non ho potuto in alcun modo condividere il suo esser cosi borghese, dipendere dal marito, non lavorare. Mi appartiene invece lo smarrimento, il sentirsi sull’orlo di crollare. E il mistero profondo di cui si ammanta, la capacità di fantasticare, una certa infantilità. Mi è piaciuto poi trasformarmi: capelli corti, abito anni Sessanta, a metà tra la Mia Farrow di Rosemary’s Baby e la Deneuve di Bella di giorno.

E Marguerite Duras, da cui è tratto?

Mi preoccupava: non mi sentivo adeguata, con una cultura sufficiente. È stato Jacquot a sottolinearmi la modernità del testo: tre giorni di prove, sette di riprese, il ritmo mi ha dato una libertà totale.

Con il suo compagno, il regista Yvan Attal, e vostro figlio Ben ha fatto L’accusa, sulla zona grigia dello stupro. Scelta coraggiosa.

Il film non fornisce risposte, ma è interessante proprio nel voler esplorare questa zona grigia. Per mio figlio si è trattato di un ruolo estremamente difficile, uno stupratore che si pente, ma non capisce appieno la portata delle sue azioni.

E la sua di parte?

Io difendo anche il mio personaggio, una femminista da sempre schierata dalla parte delle donne violentate e abusate che si trova improvvisamente con un figlio che ha perpetrato questa violenza: la madre prevale sulla femminista, è qualcosa di estremamente toccante.

All’ultima Mostra di Venezia ha portato anche Sundown di Michel Franco. Il suo film precedente per Nanni Moretti è un banco di prova: “Ti è piaciuto Nuevo Orden? Non siamo più amici”. Lei con chi sta?

(ride) Non lo so, Nuevo Orden non l’ho visto: glielo farò sapere.

Le piacciono ruoli, quali Antichrist e Nymphomaniac di Lars von Trier, che altri non si permetterebbero. Provocare è una missione?

Trovo sia fondamentale, mio padre ha incarnato lo spirito provocatore con esempi musicali che tutti conoscono, Je t’aime moi non plus con mia madre e Lemon Incest con me. Mi ha insegnato quanto sia utile provocare per sviluppare il dibattito ed esaltare l’umorismo: è un modo per esplorare noi stessi, e ringrazio Lars von Trier di avermelo ricordato.

Suo padre Serge Gainsbourg se n’è andato nel 1991. Lei aveva 19 anni.

La sua morte mi ha completamente distrutta, ho impiegato tantissimo tempo a superarla e ancora adesso non mi è semplice da affrontare. Sento la sua mancanza in tantissime occasioni. Quando è morto, uscivo dall’adolescenza e avevo bisogno di una guida… Solo ora ho deciso di aprire al pubblico la sua casa: sento necessario cedere le chiavi di quello spazio, che era il nostro e che è stato esclusivamente mio per tutti questi anni.

Serge era di origini ucraine, lei come si pone rispetto alla guerra?

Proprio grazie a questa terribile guerra mi sono resa conto che le origini di mio padre erano ucraine e non semplicemente russe. Sono cresciuta sapendo che proveniva da una famiglia di ebrei russi che aveva lasciato la patria nel 1917 per sfuggire alla Rivoluzione, poi ricordi e legami si sono incrociati con la Seconda guerra mondiale, i nazisti, la persecuzione degli ebrei e la Francia occupata.

Oggi?

Scopro le mie vere origini, guardando il popolo ucraino che si difende riesco a riconoscere dei tratti della mia identità, che è forte, che è l’identità ucraina alla quale aderisco al cento per cento. Trovo commovente la volontà di quel popolo di combattere fino alla fine per affermare la propria identità.

E l’Europa?

La guerra le restituisce valore. Durante la pandemia ogni Paese ha adottato il suo protocollo e marciava per conto proprio, mi sono chiesta se dopo la Brexit l’Europa avesse ancora senso. Oggi abbiamo trovato una unità morale, sono molto fiera di essere europea e di tutto quel che l’Europa sta facendo per aiutare l’Ucraina.