Bianchi si sente male, Locatelli lo accoglie al Bambin Gesù

Il ministro Patrizio Bianchi, 69 anni, nelle scorse settimane è stato sottoposto a un controllo diagnostico all’ospedale Bambino Gesù di Roma dopo aver accusato un malore, visita ottenuta in poche ore grazie all’interessamento del presidente del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli. Dunque senza prenotazione o il rispetto delle liste d’attesa. La vicenda, raccontata ieri dall’ AdnKronos, è stata di fatto confermata dal nosocomio pediatrico capitolino.

Bianchi, secondo quanto ricostruito dall’agenzia di stampa, il 24 febbraio scorso ha accusato un malore, che ha spaventato moltissimo lui e il suo staff. Non essendo di Roma, ha così deciso di telefonare a Locatelli, che al Bambino Gesù è a capo del Dipartimento di onco-ematologia pediatrica e terapia cellulare e genica. A stretto giro, il ministro è stato sottoposto all’esame diagnostico che ha scongiurato qualsiasi pericolo imminente per la sua salute. Di solito, come noto, l’ospedale Bambino Gesù prende in cura pazienti sotto i 18 anni – che hanno diritto al rimborso del servizio sanitario regionale – oppure adulti con gravi patologie che siano stati seguiti in età infantile dai medici del Gianicolo. Per il resto, trattandosi di una struttura di proprietà della Santa Sede (che si autogestisce come qualsiasi soggetto privato), il costo delle prestazioni sanitarie non è soggetto a un controllo pubblico, almeno non quando queste non rientrano fra quelle convenzionate. Il Bambino Gesù in serata ha diramato una nota: “L’ospedale ha dato disponibilità per una situazione di emergenza e forte preoccupazione. L’esame è durato meno di 20 minuti. Non c’è stato alcun ritardo per gli altri pazienti. La prestazione, ovviamente, non è tra quelle a carico del Ssn”. Nessun commento ufficiale da Franco Locatelli e dallo staff del ministro Bianchi, che tuttavia non hanno smentito i fatti.

Sono guariti ma senza pass. Il “bug” che punisce i medici

Sono medici, infermieri, tecnici di radiologia, fisioterapisti, ostetriche. Hanno completato il primo ciclo di vaccinazione contro il Covid-19. Poi però si sono infettati e sono guariti. In base al decreto legge 172 del 26 novembre 2021, che ha previsto per tutti gli operatori sanitari l’obbligo della terza dose, devono sottoporsi al booster. Ma in ogni caso, avendo sviluppato gli anticorpi, dovrebbero attendere almeno quattro mesi prima di farlo, come indicato dallo stesso ministero alla Salute sulla base delle linee guida internazionali.

Intanto però accanto ai loro nomi c’è il bollino rosso e rischiano la sospensione dall’albo professionale e quindi il blocco della retribuzione. La piattaforma nazionale del Green pass digitale non recepisce infatti il differimento della terza dose.

Paradossale. “La sospensione non sarebbe solo ingiusta – dice Danilo Massai, presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Pistoia e Firenze –. Ci troveremmo di fronte anche a un’altra emergenza clinica e assistenziale, con la chiusura dei servizi e l’aumento dei carichi lavoro che diventerebbero insostenibili per chi rimane. I servizi dell’area socio sanitaria vedrebbero, in molte situazioni, perdere gli unici infermieri che hanno. Per questo noi non procederemo con ulteriori sospensioni”.

Solo tra la provincia di Pistoia e quella di Firenze sono 500 gli infermieri in questa condizione paradossale. E a questi vanno aggiunti tutti gli altri operatori sanitari. Anche se i vari Ordini professionali non ritengono di poter fare una stima complessiva di quanti ne sono coinvolti, proiettando questi numeri a livello nazionale appare evidente che il problema riguarda migliaia di professionisti.

“Basti dire che solo tra gli infermieri si conta una media di 14-15 mila nuovi casi di Covid al mese”, fanno notare dalla Fnopi, la federazione degli Ordini infermieristici. Tutto a causa di una falla nel decreto. La normativa non contempla l’eventualità di una possibile infezione dopo la vaccinazione. E, di conseguenza l’impossibilità di procedere con il richiamo. Solo che la piattaforma nazionale agisce in automatico, segnalando il mancato adempimento che porta alla sospensione, a ruota, dall’albo e dal servizio. Stringendo così gli Ordini professionali in una tenaglia. “Se non sospendiamo l’iscritto commettiamo un illecito, ma lo commettiamo anche se lo sospendiamo”, osservano ancora dalla Fnopi. Tutte le categorie sanitarie (30, raggruppate in oltre dieci federazioni) hanno scritto al ministero della Salute per sollecitare un intervento normativo che consenta di superare l’ostacolo. La questione è giuridica, ma risposte ufficiali ancora non sono arrivate. Il decreto 172 ha previsto l’obbligo del booster anche per il personale della scuola, della difesa, delle forze dell’ordine. Con la conversione in legge del decreto 1 del 2022 (quello che ha introdotto l’obbligo vaccinale per gli over 50) è stato soppresso il limite temporale di validità del certificato verde anche per chi si è ammalato ed è guarito dopo il completamento del ciclo primario del vaccino o l’assunzione della terza dose. Il problema resta per gli operatori sanitari. Tanto da indurre alcuni Ordini, come quello di Firenze e Pistoia, a un ammutinamento. “A distanza di due anni dall’inizio della pandemia – aggiunge Massai (che si è appellato anche alla Regione Toscana per chiederle ordinanze per correggere le “storture” del sistema di vigilanza) –, chiediamo al governo di emanare criteri diversi e ponderati per il rispetto degli obblighi vaccinali del personale sanitario, distinguendo fra chi ha rinunciato alla vaccinazione e chi invece si è vaccinato, ha lavorato duramente nei servizi Covid e si è successivamente, e spesso per questo, contagiato. E ora rischia la sospensione”.

Quanto ai medici, ora devono affrontare anche un’altra questione. Quella dei camici bianchi che non si sono vaccinati – e per questo sono stati sospesi – e che poi hanno contratto il virus e sono guariti. La Fnomceo, la Federazione degli Ordini dei medici, vorrebbe riammetterli, per consentire loro di rientrare in servizio. Il ministero fino a questo momento, tra lettere e incontri, ha negato l’autorizzazione. Il braccio di ferro è in corso.

Torino, festini di lusso con droga dello stupro

I carabinieri hanno eseguito otto misure cautelari tra Torino e Lecce nei confronti di sette uomini ed una donna, accusati a vario titolo di violenza sessuale aggravata, rapina e spaccio. È stato scoperchiato un giro di prostituzione maschile che ha coinvolto alcuni giovani tossicodipendenti, i quali venivano adescati nel capoluogo piemontese e indotti a prostituirsi in cambio di stupefacenti. Teatro del giro criminoso sarebbero stati una serie di appartamenti di lusso nel centro della città, in cui si consumavano i rapporti sessuali e dove i giovani sarebbero stati costretti a ingerire gocce di Ghb, sostanza conosciuta anche come “droga dello stupro”.

Disse: “Meriti stupro” Procura: “Archiviare”

La procura di Torino ha archiviato il fascicolo partorito dalla denuncia presentata nel 2018 dall’allora consigliera regionale piemontese Nadia Conticelli, oggi capogruppo Pd in consiglio comunale a Torino, che fu bersaglio di frasi di odio online. Riprendendo un commento in cui la consigliera, discutendo di immigrazione, auspicava che Matteo Salvini (ai tempi Ministro dell’Interno) finisse in galera, un membro locale della Lega incitò il popolo del web a risponderle: “dovrebbero violentare te e tutta la tua famiglia” e “bastarda” sono solo alcuni degli attacchi rivolti alla Conticelli. Per la Procura, pur essendo “sicuramente inurbane e molto maleducate”, tali espressioni non integrerebbero però la diffamazione.

Uccise il figlio di 2 anni, annullato l’ergastolo

I giudici della Corte d’Assise d’Appello di Milano hanno inflitto 28 anni di carcere al 26enne di origini croate Alija Hrustic, ribaltando la sentenza di primo grado con cui l’uomo era stato condannato all’ergastolo per avere torturato e ucciso volontariamente il figlio Mehmed, di due anni e cinque mesi. Il cadavere del piccolo, martoriato, fu ritrovato in un appartamento in zona San Siro, a Milano, nel maggio 2019. Il reato di omicidio è stato riqualificato dalla Corte in “maltrattamenti pluriaggravati” (anche dalla morte del bambino) ed è stata esclusa la tortura. Il soggetto, inoltre, è stato assolto con la formula “Il fatto non sussiste” dall’accusa di maltrattamenti aggravati verso la moglie.

A Cavriago, il paese di Orietta Berti, si litiga sul busto di Lenin: “Via in Russia” “No, resta”

Conoscere per deliberare, si dice. Ma anche per polemizzare bisognerebbe avere un po’ sotto mano la situazione. Altrimenti si finisce nel capitombolo storico e logico di chi ha chiesto che a Cavriago, la piccola Pietruburgo italiana, paese alle porte di Reggio Emilia fosse rimosso il busto di Vladimir Ilych Lenin, piazzato nella omonima piazza Lenin la cui devozione ha trasformato il leader dei bolscevichi nel santo patrono della comunità.

I polemisti asinelli e anche un tantino fanatici hanno immaginato che Vladimir Putin e Vladimir Lenin siano in qualche modo anche po’ compagni di merende per via ereditaria e il primo il nipote legittimo del secondo. E quindi per condannare ancora più fermamente l’incauto aggressore bisognasse chiamare in causa il capostipite e fargliela pagare radendo al suolo appunto il busto in terra emiliana e riconsegnando la miseria leninista ai legittimi proprietari moscoviti.

Abbiamo letto la ferma risposta della sindaca Francesca Badogi: “Lenin è simbolo di pace e il suo busto è ormai elemento che fa parte della comunità” ha dichiarato. Non ha avuto il tempo o il cuore di spiegare ai concittadini che Putin ha puntato il dito proprio contro Lenin colpevole, nel furioso discorso in cui annunciava la “denazificazione” del potere usurpatore di Kiev, capitale dello Stato confinante. Lenin dunque ha creato l’Ucraina moderna “strappando territori alla Russia”. “È importante risalire agli antefatti della questione. L’Ucraina è stata creata dalla Russia”, ha puntualizzato. Putin perciò accusa Lenin di essere il creatore e l’architetto della cosiddetta “politica delle nazionalità”: aver immaginato la costruzione di comunità nazionali con proprie identità e, cosa ancora più grave, aver ammesso, nella Costituzione del 1924, il diritto alla secessione delle Repubbliche federate.

L’Ucraina è la figlia illegittima della politica leninista, accusa Putin. È Russia strappata ai russi. Ecco il tragico capitombolo di cui è rimasto vittima chi immaginava che questo secolo fosse la semplice continuazione del Novecento e dunque Lenin o Putin che differenza fa?

Cavriago, il paese di Orietta Berti, conserverà il suo Lenin che già fu acclamato suo sindaco onorario, a maggior ragione che il sacro busto fu realizzato nel 1922 nelle officine di Lugansk, Ucraina fino a oggi ma domani chissà.

Antichi rituali di un Carnevale con la guerra e con il Covid

L’esile figura dell’Omarino mi si avvicina mentre a debita distanza osservo ciò che succede in piazza. È il sabato grasso infatti per noi di rito ambrosiano e maschere, adulte e no, (no mascherine), la affollano mettendo in scena il riassunto di quella che in altri tempi sarebbe stata una festa che avrebbe coinvolto l’intero paesello. In tempo di guerra, mi dice, tutta quell’allegria gli sembra fuori luogo. Passi i bambini, ma gli adulti… Bofonchio un vabbè, tanto per dire qualcosa ma l’Omarino osserva che manca qualcosa. Ma dove? chiedo. Lì, risponde lui, proprio di fronte a noi, in piazza: qualcosa manca. Allora guardo meglio caso mai mi sia sfuggito qualche particolare. Niente però mi balza all’occhio, c’è tutto quello che ci deve essere per festeggiare un carnevale, seppur ridotto. Eppure c’è, anche se non si vede, insiste, accompagnando la sua uscita con il sorrisetto di chi conosce la risposta. Obietto: mi ha appena detto che qualcosa manca e adesso afferma che invece c’è ? Certo, conferma l’Omarino, la guerra l’ha soppiantato e lui in buon ordine, forse tra tutti l’unico felice dell’evento, si è messo in un cantone a proseguire il suo lavoro. Ecco che cosa manca, la percezione che il Covid non è sparito mentre invece si cela dietro il fragore delle bombe. Bisognerebbe di tanto in tanto ricordarselo, come fa lui che ha un metodo infallibile. Lungimirante, per non dimenticare, ha archiviato nel suo televisore i bollettini dei momenti più bui e ogni tanto se li riguarda. Come quando, me ne ricordo? allo spuntare della primavera sembrava tutto finito o quasi, e poi invece… Uno sbuffo di breva sospinge fino ai nostri piedi una manciata di coriandoli. Li guardo e quei colori mi mettono allegria. Così che dico all’Omarino che è buona cosa tenere conto delle esperienze passate. Ma, aggiungo anche, non gli sembra di essere un po’ menagramo? Chi vivrà vedrà, pontifica. E allora, anche se sono davanti a una piazza gremita, pienamente cosciente di ciò che sto per fare, l’apotropaico gesto parte.

Alla fine è colpa di Black lives matter

Era dall’iniziodell’invasione russa che nel nostro cuore s’agitavano domande che non trovavano forma, figurarsi risposte. E invece ieri le abbiamo lette sul Corriere della Sera per la firma di Federico Rampini: “Perché Vladimir Putin ha deciso che questo è il momento giusto per scatenare una guerra nel cuore d’Europa?”. E non solo: “Che cosa unisce la sua visione all’analisi del mondo che fa Xi Jinping?”. E poi: “E come mai l’Occidente è arrivato impreparato a una sfida tremenda?”. E il nostro mica ha solo domande: “Un filo rosso unisce le risposte a questi interrogativi: è la caduta di autostima delle democrazie liberali”, “è la smobilitazione ideologica dell’Occidente: da tempo concentrato nel processare se stesso, criminalizzare la propria storia, colpevolizzarsi per gli orrori dell’imperialismo”. Ah, vedi, era questo! E chi è il sabotatore, il nemico interno? Un po’ “la presidenza filo-putiniana di Trump”, ma soprattutto “il movimento radicale dell’anti-razzismo, Black Lives Matter”, che “da anni denuncia gli Usa come l’Impero del Male”, fornendo armi alla “propaganda russa e cinese”; e poi “il pacifismo ipocrita”, i “docenti vetero-marxisti nei campus universitari dove domina il pensiero politically correct” e le “requisitorie della sinistra ‘no border’ di Alexandria Ocasio-Cortez che accusa l’America per tutte le ingiustizie planetarie”. Putin ha dato un’occhiata su Youtube a questa congerie di anime belle, poi ha parlato col patriarca Kirill che “ci considera una società molle” (in Texas non ci sono più i cowboy d’una volta), infine ha chiesto ai cinesi se pure per loro questi di BLM hanno ridotto l’autostima dell’Occidente: tirate le somme, è partito coi carrarmati. Dev’essere così, d’altronde Rampini per il Corriere cura la collana “Capire la geopolitica” e che sia una persona che capisce ce lo dice il fatto che continua a evolversi, come ogni intellettuale dovrebbe fare: dopo una carriera da aedo del “progressismo globalista” (così forse lo definirebbe oggi), ha avviato un corposo ripensamento che finalmente lo porta vicino alle tesi del Ci salveranno le vecchie zie? (1953) di Longanesi, che a pensarci bene qualche anno prima aveva coniato per il Duce il fortunato slogan “Taci, il nemico ti ascolta”.

Mail box

 

Il Papa scenda in campo per promuovere la Pace

L’immane tragedia dell’Ucraina provocata dallo sconsiderato intervento militare di Putin non ha davanti a sé che un solo e quasi disperato sbocco, che non è poi detto sia decisivo, ma che risulterebbe in ogni caso di portata storica. Si muova personalmente il Papa, vada a Mosca e incontri Putin, imponendogli con la sola sua autorità morale la fine immediata del massacro e dell’avanzata del suo esercito in una terra che non gli appartiene, così come fece il grande pontefice suo predecessore Leone Magno nel 452 quando, sulla riva del Mincio, osò sfidare Attila, re degli Unni, e lo convinse a desistere dall’invadere l’Italia. Oppure vada a Kiev e, invocando la pace, si unisca a quella popolazione martoriata, rischiando, se necessario, anche la vita, ma facendo vedere con la sua presenza sui luoghi del conflitto che accanto agli ucraini c’è tutta un’umanità che li abbraccia, soffre e prega con loro, unita nella condanna della violenza e del sopruso. Le tante parole che si sentono dire in Tv e le soluzioni che vengono proposte appaiono, allo stato dei fatti, solo dei pannicelli caldi che non risolveranno alcunché: solo un gesto di grande significato religioso, morale e storico come l’intervento sul campo del Papa in persona potrà impedire l’imminente catastrofe che si annuncia per l’umanità.

Palmiro Filippo Bini

 

Il “salvatore” Draghi snobbato dai leader

Ma non doveva essere Mario Draghi, oltre che il salvatore dell’Italia, anche il nuovo faro dell’Europa, capace di incontrare Putin e portarlo sul sentiero della pace, dove Macron e Scholz avevano fallito? Eccolo invece escluso dall’incontro tra Biden, Johnson, Macron e Scholz e, successivamente, da quello tra Xi Jinping, Macron e Scholz. Incontri, tra l’altro, tenuti in videoconferenza, cioè in una modalità che non permette di addurre scuse circa la propria assenza. Abbiamo così un Mario Draghi riportato alla sua angusta dimensione settoriale (quella finanziaria), che fa emergere per contrasto la sua incapacità ad assumere il ruolo politico che le circostanze richiederebbero (e meno male che non l’hanno fatto presidente della Repubblica!). Con il sovrappiù, quasi comico se non fosse drammatico, di un’Italia che, senza partecipare ai tavoli delle grandi decisioni, viene inclusa dalla Russia nella lista dei Paesi ostili. Il massimo risultato negativo nonostante la minima esposizione. Un fallimento politico.

Ugo Massolo

 

Il silenzio mediatico sulle figuracce di Salvini

Ma di quali altre nefandezze si deve macchiare un politico come Salvini per essere messo all’indice dalla nostra classe politica, che digerisce anche i chiodi, supportata dalla quasi totalità dei media?

Claudia Chiostri

 

Diritto di replica

In nome e per conto del dottor Patrizio di Marco siamo a significare quanto segue. Lo scorso 18 febbraio il Fatto pubblicava un ulteriore articolo sulla questione fiscale che ha coinvolto il gruppo Kering, dal titolo “Taxgate Gucci, la ex manager: “l’input fu del numero 1 Pinault”. In quella sede si riportano alcuni stralci degli atti di indagine, fornendone tuttavia una lettura strumentalizzata, che non trova riscontro negli atti processuali. L’impressione che si ricava dalla lettura dell’articolo è che il dottor di Marco fosse il braccio operativo di Kering nel dare attuazione a un piano che – secondo la vostra ricostruzione – avrebbe permesso di sottrarre risorse al Fisco italiano. Siffatta interpretazione degli atti processuali non è corretta e danneggia l’immagine del nostro assistito. Come emerge dagli atti processuali, il dottor di Marco – coinvolto nell’inchiesta in funzione della sua posizione – non ha avuto alcun ruolo operativo nelle scelte fiscali del gruppo Kering che – carte processuali “alla mano” – risalgono a diverso tempo prima dell’arrivo del dottor di Marco in Gucci. Siffatta lettura non è confortata dalle dichiarazioni rese da Le Divelec – e da voi parzialmente riportate e strumentalizzate – che, invero, non riguardano la condotta contestata, bensì un elemento assolutamente marginale e consequenziale, che si pone a valle di scelte di pianificazione fiscale attuate da altri, quando il dottor di Marco non faceva parte del gruppo.

Avv. Prof. Giulio Garuti
Avv. Fabio Cagnola

 

Prendiamo atto della precisazione, ma evidenziamo che ci siamo limitati a riprendere parte delle dichiarazioni, effettivamente rese all’Ag dalla dottoressa Le Divelec, riportandole tra virgolette, senza strumentalizzare né dare loro un’interpretazione soggettiva.

Ste. Verg.

Onu “La Russia può affossare ogni decisione, anche se è parte in causa”

 

 

Caro “Fatto”, ho letto lo statuto delle Nazioni Unite e ho notato che nel capitolo V articolo 27 (votazione), il paragrafo 3 recita: “Le decisioni del Consiglio di Sicurezza su ogni altra questione sono prese con un voto favorevole di nove membri compresi i permanenti: tuttavia nelle decisioni previste dal capitolo VI e dal paragrafo 3 dell’articolo 52, un membro che sia parte di una controversia deve astenersi”. Non si specifica se membro originario o annesso. Ora, la Russia ha diritto di veto ma, in base a questo articolo, sembra di no. Si può sapere quale altro articolo dello Statuto dà alla Russia la possibilità di votare anche essendo parte in causa? Se fosse che le Nazioni fondatrici possono fare quello che vogliono, affossando tutte le decisioni prese contro di loro, significa che qualcosa non va e che ci vogliamo far prendere per i fondelli.

Pier Luigi Gullo

 

Gentile lettore, è come lei dice: i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza – sono cinque: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina –, che hanno diritto di veto, possono affossare qualsiasi decisione presa contro di loro o che semplicemente a loro non piaccia, ponendo il veto a monte della discussione. Ed è successo molte e molte volte nella storia dell’Onu, per conto proprio o per conto terzi – si ricordino le risoluzioni di condanna di Israele bloccate dal veto Usa –. Il primato e il potere dei membri permanenti, che sono in buona sostanza le potenze uscite vincitrici dalla Seconda guerra mondiale e quelle legittimate ad avere l’arma atomica, è stato più volte messo in discussione, nei dibattiti sulla riforma dell’Onu e, in particolare, del Consiglio di Sicurezza. Ma sempre senza esito. Proprio l’incapacità, anzi l’impossibilità, per l’Onu di decidere quando le questioni sono urgenti e importanti costituisce il maggior limite delle Nazioni Unite. Fatta salva la Guerra di Corea nel 1950, resa possibile da un errore della Russia, l’Onu è finora riuscita a essere determinante in un conflitto e a fare recedere un Paese da un comportamento sbagliato solo con la Guerra del Golfo del 1991, quando, di fronte all’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, il Consiglio di Sicurezza autorizzò l’uso della forza per ristabilire lo stato ‘quo ante’. Cosa che poi avvenne, in un contesto mondiale ben diverso da quello attuale, caratterizzato dall’estrema debolezza dell’Unione Sovietica che, a fine anno, si sarebbe dissolta.

Giampiero Gramaglia