L’assedio all’Ipercoop e le “pseudo repubbliche separatiste” di Kasanova

Riassunto delle puntate precedenti: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia hanno invaso con 5.000 mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur, mettendolo sotto assedio. Ieri le gemelle hanno aperto uno spiraglio nei negoziati con i Tracchia: “Siamo pronte alla capitolazione, non al dialogo. Cioè, no, il contrario”. La partita si gioca sull’Ipercoop e su quelle che le gemelle chiamano le “pseudo repubbliche separatiste” di Kasanova e Sandro Ferrone, autoproclamate e filo-Tracchia. Ovunque, nel centro commerciale, stentano le tregue locali, i corridoi umanitari e le evacuazione dei clienti, i quali non capiscono la necessità di clisteri proprio in questo momento. L’irrigazione di acqua serve per liberare l’ultimo tratto dell’intestino (colon o intestino crasso) da feci incrostate, residui non digeriti, gas, fermentazioni, putrefazioni e flora batterica patogena. “Spesso si sente parlare di differenze tra clistere e peretta, ma in realtà ciò che contraddistingue l’uno dall’altra è la dimensione dei volumi introdotti, che va da 0,5 a 2 litri per il clistere e per la peretta da 0,1 a 0,2 litri”, informa l’agenzia ucraina Unian, che accusa gli Spetsnaz dei Tracchia di bombardare le operazioni di evacuazione come strategia deliberata: “Si tratta di un crimine di guerra, dato che un colon intasato può dare stanchezza, depressione, disturbi della concentrazione, perdita di vitalità, stati di paura, indebolimento del sistema immunitario, predisposizione alle infezioni, e patologie come affezioni reumatiche, affezioni cutanee, emicrania, ipertensione arteriosa, allergie, stipsi, meteorismo, diarrea, disbiosi, colon irritabile, emorroidi, diverticolosi e molto altro ancora, se non ci credete vi facciamo vedere le foto”. Matteo Salvini, arrivato al centro commerciale per “dare una mano ai profughi”, ovvero farsi il solito selfie propagandistico, è stato accolto da un ex di Terza posizione, che con la scusa di volerlo ringraziare pubblicamente ha improvvisato una conferenza stampa per sputtanarlo di fronte ai fotografi: gli ha regalato una t-shirt bianca con l’immagine “del suo amico Tracchia”, simile a quella che Salvini esibiva in pubblico fino a poco tempo fa, e gli ha detto; “Nessun rispetto per te”. Salvini ha definito questa figura di merda epocale “una polemica della sinistra italiana”. Nel pomeriggio, le gemelle Mastrocinque, collegate in video con la Camera dei Comuni inglese, hanno citato Alberto Sordi (“Ammazza che zozzeria, ahò! Macaroni. M’hai provocato e io te distruggo”) e, riecheggiando la retorica di Churchill, hanno paragonato la resistenza del centro commerciale contro i Tracchia a quella britannica contro i nazisti. Standing ovation dei parlamentari, con il premier Boris Johnson che, commosso, ha dovuto strizzare più volte il fazzoletto imbevuto di lacrime di coccodrillo (600 permessi concessi ai profughi su 9.000 domande d’ingresso). Non è sfuggito agli addetti ai lavori l’occhiolino massonico con cui le gemelle hanno concluso il collegamento. In serata, il capo della resistenza, l’ex generale Formaggio, piduista, già capo del reparto H (insabbiamenti) del Sid, coinvolto nel golpe Borghese, implicato nell’organizzazione Rosa dei Venti, e condannato per depistaggi nel processo sulla strage di piazza Fontana, annunciava che un commando di ex di Avanguardia nazionale aveva fatto prigioniero Dimitri UItkin, il capo degli Spetsnaz, con un blitz durante la sua intervista da Giletti. Utkin, che aveva combattuto in Cecenia e in Siria, era stato decorato per la conquista dell’Ipercoop. Non confermate le voci che Giletti, alla vista del commando, si sarebbe difeso facendosi scudo con un bambino.

(8. Continua)

 

L’irrazionalità sale al potere: il David oscurato a Firenze

Prosegue senza sosta e con inquietante partecipazione la gara di idiozie attorno alla guerra in Ucraina. Dopo i gatti russi banditi dalle competizioni feline internazionali, la cacciata degli artisti russi che si rifiutano di fare pubblica abiura, la sospensione di corsi universitari su Dostoevskij, la cancellazione di proiezioni di film russi (in diverse città del mondo), l’eliminazione dei corsi di russo dalle piattaforme di insegnamento delle lingue, qui da noi abbiamo un problema con le statue. Segnatamente a Firenze dove il sindaco Dario Nardella ha deciso di iscriversi alla competizione dello sciocchezzario, pur avendo preso una settimana fa una sensata posizione pubblica, dopo la polemica per la cancellazione del corso di Paolo Nori sull’autore de I fratelli Karamazov. Aveva dichiarato su Twitter: “Mi hanno chiesto di buttare giù la statua di Dostoevskij a Firenze. Non facciamo confusione. Questa è la folle guerra di un dittatore e del suo governo, non di un popolo contro un altro. Invece di cancellare secoli di cultura russa, pensiamo a fermare in fretta Putin”. La statua si trova nel Parco delle Cascine ed è stata donata dall’ambasciata russa lo scorso dicembre, in occasione del 200º anniversario della nascita dell’autore. Ma questo afflato di buon senso – “non facciamo confusione” – è durato come un gatto in tangenziale (ora: come un gatto russo in una competizione internazionale) e a farne le spese è un’altra statua.

Da qualche giorno Nardella ha fatto coprire con un gigantesco lenzuolo nero il David di Michelangelo di piazza della Signoria (è una copia dell’originale esposto nella Galleria dell’Accademia di Firenze). Iniziativa così motivata alla Nazione dal medesimo primo cittadino: si tratta di “gesto di dolore e di lutto per tutti i caduti di questa guerra, i civili ucraini, i militari ucraini, ma anche i giovani militari russi che sono stati mandati a morire sul fronte da Putin, per un motivo che neanche loro conoscevano. Il David è il simbolo della lotta contro la tirannia”. Ne è seguito uno scambio di cortesie con Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi: “Le statue nei musei e nelle piazze hanno un forte valore non solo artistico ma educativo, poetico, identitario, di incoraggiamento individuale e collettivo. Vestirle o tatuarle con proiezioni di loghi commerciali o di messaggi politici falsa il loro senso, le banalizza, spesso ridicolizzandole. Coprirle invece completamente, per qualunque motivo, equivale a una censura, e pertanto si oppone ai fondamenti della società libera”. Ecco, noi sottoscriviamo queste parole una per una, ma naturalmente il sindaco non ha gradito (“Con migliaia di morti in Ucraina e un dolore immenso, c’è chi trova il tempo di fare polemiche”).

Battibecchi fiorentini a parte, il guaio è che da quando l’Ucraina è stata invasa nessuno rinuncia a dire/fare qualcosa in proposito, in un’ansia di protagonismo sprovvista di motivazioni razionali. È un atteggiamento fortemente irrispettoso delle vittime e oltretutto pericolosissimo per chi lo adotta. Basta guardare la spedizione di Matteo Salvini in Polonia, che avrebbe dovuto restituirgli la virtù compromessa dalle ripetute laudi putiniane (il più grande leader sulla faccia della Terra) e ha avuto invece l’unico effetto di portare la figuraccia sotto i riflettori del mondo, quando il sindaco di Przemysl, cittadina al confine con l’Ucraina, gli ha mostrato la ormai celebre maglietta con il ritratto di Putin, con cui Salvini s’immortalò. Fidatevi: quasi sempre il silenzio è d’oro. A forza di urlare stupidaggini, presto non si sentirà più il rumore delle bombe.

 

Guerra e industria della paura: Putin è utile come nuovo covid

Il delirio bellicista e antirusso dei media europei deve certo preoccupare, ma non oltre un certo punto: gli stereotipi apocalittici del tipo “il mondo non sarà più quello di prima”; “la più grande crisi dopo il ’45”; “sull’orlo della terza guerra mondiale” non dureranno a lungo. Verranno dismessi non appena si profilerà un nuovo Grande Nemico al posto di Putin e della Russia.

Non è questione di geopolitica. O di valori e di passioni. Ma di interessi. Gli interessi dell’industria della paura che semina panico e rancore allo scopo di vendere copie e alzare ascolti. Un’industria subdola, alleata di quella militare, soprattutto americana, che va in giro per il mondo in cerca di nemici mortali da combattere. Parliamo di una macchina mediatica che si nutre di calamità reali da gonfiare fino all’inverosimile, vedi Covid, per poi sgonfiarle e passare ad altro. Parliamo di un vento mercenario che trasforma crisi limitate in disastri soffiando sul fuoco della guerra e delle armi, vedi Russia-Nato-Ucraina. Parliamo di un esercizio di cinismo informativo che monta e smonta allarmi epocali senza dare spiegazioni, vedi terrorismo islamico e conflitti mediorientali. È da qui, dal recente declino delle guerre in Medioriente, e dal parallelo calo degli attentati terroristici, che bisogna partire per capire le ragioni più nascoste della guerra in corso.

Il partito della paura ha due forze motrici: l’industria mediatica e quella della sicurezza. Entrambe hanno ridotto in schiavitù la politica organizzata. Dopo l’11 settembre 2001 i temi dominanti della fabbrica del panico sono stati la guerra al terrorismo e ai regimi mediorientali, nemici delle cosiddette democrazie liberali. Gli Stati Uniti e gli europei tramite la Nato hanno condotto una serie di guerre tanto sanguinose quanto disastrose negli esiti: in Iraq si è sterminato quasi un milione di persone per installare un governo filo-iraniano; in Afghanistan si è stati sconfitti da un’armata di “straccioni” e in Siria, dopo aver promosso una guerra civile da mezzo milione di morti, è rimasto al potere Assad. Il tutto con l’entusiastico sostegno dei mezzi di comunicazione e dei produttori di armamenti schierati a difesa della democrazia e della libertà.

Nel 2016 Trump ha preso atto del fiasco e ha iniziato un ritiro delle truppe occidentali concluso da Biden con la fuga dall’Afghanistan. I profeti di sventura preconizzavano un’impennata della violenza, del caos e dei conflitti. Si è verificato l’esatto opposto. Venuta meno la causa scatenante, che era l’intervento occidentale, vittime e attentati si sono ridotti di oltre la metà, e continuano a ridursi. Tra Siria e Iraq, la riduzione delle vittime supera il 90%, e il principale problema dell’Afghanistan oggi è la fame e non più la guerra. Gli sventurologi erano in ansia. Il mondo rischiava di diventare più sicuro e il loro business poteva soffrirne malamente. Declinato il grande scontro di civiltà, dove trovare il nuovo Satana da sconfiggere per salvare appalti e ascoltatori? La lotta all’immigrato ha funzionato poco perché è andata a beneficio del solo complesso mediatico e dei partiti populisti, lasciando a secco la componente militare. La lotta alla criminalità aveva una sua potenzialità, ma è stata ostacolata dall’improvvido declino, soprattutto in Europa, della violenza. L’arrivo inaspettato del Coronavirus è stata la classica manna, ma è durata un paio di anni. Finché non è arrivato Putin con la sua guerra sciagurata contro l’Ucraina che sembra fatta su misura dell’industria della paura, e della paga dei soldati à la Riotta. I politici scadenti dell’Ue ora non sanno come affrontare una crisi molto meno grave di quella dei missili a Cuba che nel ’62 ci ha portati davvero a un soffio dalla guerra nucleare. Ma allora c’erano in scena statisti come Kennedy e Krusciov, e l’industria della paura non era così potente.

 

L’ultima nemesi di Salvini: Chi di maglietta ferisce…

Per quanto in molti lo sperassero, era difficile credere che la parabola di Matteo Salvini sarebbe finita un giorno con un tonfo così grottesco, così tondo e perfetto, in ossequio a tutti i codici della commedia all’italiana (gli mancavano il colbacco e il caciocavallo appeso in spalla), davanti alla stazione di Przemysl, cittadina polacca ai confini con l’Ucraina, a 10 chilometri dai carrarmati di Putin. Già strideva il contrasto tra la sua figura – sempre abborracciata, mai autorevole – e l’atroce frangente storico; tra la missione che si era dato, “portare pace e salvare donne e bambini”, e il suo curriculum politico di seminatore d’odio, finito a servire l’acqua nel governo dei banchieri; ma il rifiuto del sindaco Wojciech Bakun di riceverlo, con la trovata drammaturgicamente perfetta di regalargli una maglietta con sopra stampata la faccia di Putin, ha fatto compiere uno scatto di chiusura ermetica alla sua vicenda. Il video dell’evento è per lui, bulimico di selfie, semplicemente micidiale.

La t-shirt, insieme alla felpa, è stata uno strumento della sua propaganda: superficie di messaggi basici per divoratori d’immagini social (“Basta uro”), usata per geolocalizzarsi con captatio benevolentiae delle pro-loco (“Bergamo”, “Gioia Tauro”), esternare ideologie e programmi (“Padania is not Italy”), additare nemici (“Basta Fornero”), esprimere solidarietà a tabaccai sparatori, lisciarsi polizia, “marò” e CasaPound, la maglietta è stata il manifesto elettorale di Salvini, che si è fatto muro, supporto del suo stesso messaggio per i collegamenti Tv. Quella tirata fuori con gesto teatrale dal sindaco polacco (pure lui di destra, del movimento xenofobo Kukiz’15), era un fac-simile della maglietta che Salvini indossò nel 2014 a Mosca, sulla Piazza Rossa, naturalmente a insaputa dello stesso Putin, facendosi immortalare quale turista-groupie dell’autocrate; e poi nel 2015, al Parlamento europeo, in chiave anti-Ue e anti-Merkel. Figuriamoci se Salvini studiava e aveva un’idea degli equilibri geopolitici: la smargiassata era a esclusivo beneficio degli italiani. La Lega, già padana, era adesso un movimento nazionalista, cellula del sovranismo europeo, affine all’America “great again” di Trump e adoratrice di Putin, cacciatore di tigri e “uomo forte” (da sempre, l’ultimo faro dei codardi).

La propaganda leghista consisteva nell’esposizione fisica e persino fisiologica del “Capitano”, impegnato nello sforzo diuturno di far parlare di sé, sfidare il buon senso e il buon gusto, dire sempre la cosa meno assennata, meno decente, in una regressione infantile di tutti i codici, “dacché i deficienti si innamorano dei modelli deficientemente ritenuti valevoli quali modelli” (Gadda). E arrivava fino a sporcare tutto ciò che è sacro, ferme restando le esibizioni esteriori di devozione alla Madonna, i baci a rosari, crocefissi e salamelle (uno degli emissari della Lega al confine ucraino è quel Grimoldi che nel 2010 fece un’interrogazione parlamentare per censurare nelle scuole i passi del diario di Anna Frank in cui la ragazzina ebrea morta a Bergen-Belsen descriveva “le sue parti intime”, troppo “dettagliati” per non “suscitare turbamento in bambini di scuola elementare”).

Il ministro dei Decreti sicurezza alternava bonomia paterna e odio; odio, beninteso, sempre rivolto ai deboli, giammai ai forti: ha fatto credere al ceto medio che se impoveriva la colpa era dei senza ceto; che i ladri erano i “migranti con l’iPad”, non i commercialisti dei partiti tra cui il suo, che ha rubato 49 milioni di euro allo Stato cioè a tutti, pure ai suoi elettori, intortati con la mitologia dei due sopraffattori a tenaglia, l’Europa e l’Africa, mentre la Russia di Putin – che già occupava la Crimea, toglieva libertà al suo popolo, eliminava giornalisti e dissidenti – era il Paese di Bengodi.

È stato un politico di destra a sbugiardarlo davanti al mondo come impostore (per soprammercato comico-kitsch, stavolta l’indumento parlante era un giubbotto decorato con gli sponsor della spedizione: quando si dice il fiuto per gli affari); uno per cui il senso della patria e dell’onore si esprime evidentemente anche rifiutando di ricevere un opportunista straniero che va a farsi propaganda sulla sofferenza di un popolo amico (“È insolente da parte sua”). Dopo l’auto-combustione del Papeete e il negazionismo della Covid, la fine di Salvini nella stazioncina polacca era un appuntamento col destino (mai sottovalutare gli scherzi del destino nelle stazioni in terra russa o quasi: Anna Karenina vi muore, e anche Tolstoj morì in una stazione, quella di Astàpovo, il cui orologio segna ancora oggi le 6:05), altro che, come dicono i suoi difensori con anacronismo struggente, “un agguato della sinistra e dei centri sociali”. Salvini non ha mai avuto onore, non ha mai avuto politica; ha avuto solo comunicazione, e di comunicazione politicamente perisce.

 

Quando i Liberal erano amici di Matteo

Lo sport preferito dei giornalisti italiani è il calcio dell’asino. Ma quando Matteo Salvini era popolare e potente, anche la stampa liberal mostrava una certa riverenza. L’ennesima “svolta” del Capitano – quella euro-draghista del 6 febbraio 2021 – era salutata da applausi e morbidi tweet di apprezzamento. Il vicedirettore del Corsera, Antonio Polito, profetizzava: “Salvini ha imboccato la corsia di sorpasso”. Verso la Polonia? Mario Lavia, turborenziano de Linkiesta, domandava malizioso: “Come fa il Pd a mettere veti a ‘questo’ Salvini?” (quel Salvini era già un indossatore seriale di magliette di Putin). Il Riformista vezzeggiava la scaltrezza del leghista e irrideva gli imbarazzi del Pd (allora) guidato da Nicola Zingaretti, che non lo voleva in maggioranza: “Psicodramma Pd, l’apertura di Salvini imbarazza i dem”. Occhiello: Zingaretti in difficoltà. Il Foglio ha guardato a lungo con indulgenza alle imprese di Matteo (leggere soprattutto Annalisa Chirico) e il direttore Claudio Cerasa invitava il Pd a mollare i grillini e fare asse con la Lega (aridaje): “Serve un patto tra Zingaretti e Salvini (…). Basta un caffè”. Corretto?
Ora che è un paria internazionale, per il Capitano solo moderate pernacchie. Giusto un amico non gli volta le spalle: il “suo” direttore Gennaro Sangiuliano. Martedì il Tg2, così come il Tg1, ha praticamente ignorato la figuraccia polacca. Coerenza, diciamo.

Pessime notizie: giù la produzione industriale (-3,4%)

Il dato è brutto assai, il secondo mese negativo di fila, e segnala quello che tutti sanno a parte i media: la ripresa italiana post-Covid di fatto s’era fermata già tra la fine del 2021 e l’inizio dell’anno. Il dato di cui sopra è la produzione industriale, che l’anno scorso aveva guidato il rimbalzo dopo il tracollo pandemico: a gennaio 2021, cioè prima della guerra ma in piena emergenza da prezzi energetici, l’indice destagionalizzato è diminuito del 3,4% rispetto al mese precedente e, per capire la sorpresa, basti dire che la maggior parte degli analisti si aspettavano un pareggio dopo il -1% di dicembre (il segno “meno”, peraltro, adesso accomuna tutti i comparti, nessuno escluso). Male anche il raffronto col gennaio 2021: calo del 2,6% rispetto a dodici mesi prima da cui (sempre sull’anno) si salvano solo farmaceutica, petrolio e fornitori di energia.

La crisi, insomma, può essere durissima per un Paese che non ha recuperato il Prodotto pre-Covid e nemmeno, per la verità, quello precedente alla crisi finanziaria del 2008: i dati di febbraio e ancor più i successivi saranno anche peggiori di questo.

Il leader di Confindustria, Carlo Bonomi, batte già cassa (integrazione): “I prezzi insostenibili creano un effetto domino che può portare il sistema industriale nel suo complesso a chiedere 400 milioni di ore di cassa integrazione”, ha detto a Repubblica (le ore autorizzate nel 2020 del lockdown furono 1,19 miliardi). Pare decisamente ottimista la stima di Istat che calcola per ora nello 0,7% di Pil in meno l’effetto dei prezzi energetici sulla crescita.

Cessione Rai Way, Vigilanza convoca Fuortes e Giorgetti

Iministri dell’Economia, Daniele Franco, e dello Sviluppo, Giancarlo Giorgetti, insieme all’ad Rai Carlo Fuortes, sono stati chiamati in Vigilanza Rai per dare spiegazioni sul Dpcm che consente a Viale Mazzini di scendere sotto il 51% della sua partecipazione in Rai Way, la controllata che gestisce le torri di trasmissione (il tetto ora è al 65%) e la fibra ottica. La vendita è oggetto di grandi polemiche perché da una parte porterà ingenti introiti alla tv pubblica (si prevedono 482 milioni per la vendita del 34,9%) e dall’altra apre il mercato ai privati, come Mediaset tramite la società Ei Towers. Oppure si andrà verso una nuova società pubblico/privata. “È un provvedimento poco trasparente, di cui non si è discusso e allo scopo di fare cassa…”, l’attacco di Michele Anzaldi di Italia Viva. Da ricordare che un tentativo di Opa di Ei Towers su Raiway venne bloccato nel 2015 dal governo Renzi. “Contro la vendita di un asset strategico del sistema paese”, si sono schierati anche M5s e Fdi. “Vogliamo capire”, fa sapere il presidente della Vigilanza, Alberto Barachini.

Csm, nel governo scontro su porte girevoli e carriere

I partiti vanno all’assalto della riforma del Csm. Oggi scadono i termini per la presentazione degli emendamenti alla “Cartabia” e si annuncia una battaglia nella maggioranza. Lo scontro più duro sarà sulle porte girevoli: il Pd presenterà proposte per ridurre il tempo di decantazione dei capi di gabinetto per rientrare in magistratura (da 3 a un anno) e differenziare tra i magistrati eletti e quelli che hanno avuto incarichi di governo in quota tecnica (il cosiddetto lodo Garofoli). Il M5S invece si oppone e vuole tornare alla norma Bonafede: non sarà mai possibile tornare in magistratura, sia se eletti che con incarichi governativi. I 5S ritengono che la norma del governo sia scritta male e si presti a “interpretazioni”. FI e Lega chiederanno di introdurre la separazione delle carriere (si può scegliere una volta nei primi cinque anni) e il sorteggio. La riforma dovrebbe andare in aula il 28 marzo ma il rischio è che si fermi in commissione. Così, per non far eleggere il Csm con le vecchie regole, Draghi sta pensando di mettere la fiducia sul provvedimento.

Dap, via libera del Csm all’arrivo di Renoldi. Di Matteo: “No, delegittimò il Dipartimento”

Si avvicina la nomina ufficiale di Carlo Renoldi a capo del Dap, che amministra le carceri. Ieri, il plenum del Csm, a larghissima maggioranza, ha approvato il fuori ruolo dell’attuale consigliere di Cassazione subissato da polemiche politiche per le sue dichiarazioni offensive sul mondo dell’antimafia. Un voto scontato, ieri, dato che in questo ambito il Csm valuta solo se l’autorizzazione pregiudichi l’organico dell’ufficio di provenienza del magistrato richiesto o se abbia già compiuto 10 anni di incarichi fuori ruolo. Ci sono state, però, tre astensioni: dei togati Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita e del laico M5S Fulvio Gigliotti, mentre Stefano Cavanna, laico della Lega, ha votato contro. Di Matteo per spiegare perché “non posso votare, secondo la mia coscienza, a favore”, ha detto che il punto non è la differenza di vedute sull’addomesticamento del 41-bis e dell’ergastolo ostativo, ma le argomentazioni: “Ha utilizzato toni e parole sprezzanti nei confronti di coloro i quali, altrettanto legittimamente, avevano assunto posizioni diverse dalle sue, arrivando a delegittimare gravemente perfino il Dipartimento che ora è chiamato a dirigere e i suoi appartenenti”. Ricorda sue dichiarazioni pure riportate dal Fatto, quando ha rivelato che era Renoldi il capo Dap designato dalla ministra della Giustizia, Marta Cartabia: “Ha definito almeno una parte di Antimafia ‘arroccata nel culto dei martiri’” ed esempio di “ottuso giustizialismo, bollando ancora la costante invocazione da più parti del rispetto del principio di certezza della pena come esplicativa di un ‘vecchio retribuzionismo da talk show’”. Un po’ diversa la posizione di Ardita, pure lui astenuto e pure lui contrario a modifiche del 41-bis e dell’ostativo: “Le scelte, però, vanno sempre analizzate ex post e non ex ante”. Anche il consigliere Cavanna spiega il suo voto: “La richiesta del governo è legittima”, ma di fronte a una figura “così divisiva, il Csm deve valutare l’utilità per la magistratura e i riflessi sulla sua immagine”, quindi “voto contro”. Si è detto, invece, “contento” il togato Giuseppe Cascini, per la scelta della ministra di un magistrato che è stato “giudice di Sorveglianza”. La nomina di Renoldi deve essere ora ratificata dal Consiglio dei ministri. M5S e Lega avevano provato a far cambiare idea alla Cartabia, il sindacato Sappe aveva scritto una lettera al presidente Sergio Mattarella contro quella nomina ritenuta “conflittuale”.

Una società fittizia girava a Morisi & C. i fondi del Senato

A fine aprile del 2018, i vertici della Lega mostrano una strana fretta. E non per le elezioni vinte, ma per l’apertura di una piccola e sconosciuta società bresciana. Il 20, Alberto Di Rubba, allora contabile del partito per il Senato, scrive ad Andrea Paganella, tra le persone più vicine a Matteo Salvini. “Società ok trovato tutto!”. Paganella: “Procedete in modo definitivo e risolutivo, altrimenti non tengo più le truppe. E i generali”. Il 2 maggio il tesoriere del partito, Giulio Centemero, scrive all’amico Di Rubba: “Alby il bunker è ok?”. Di Rubba: “Tra un’ora è costituita”. Centemero: “Grande!”. Il 21 maggio l’allora capo della macchina social di Salvini, Luca Morisi, scrive anche lui a Di Rubba: “Ciao Alberto, ti scrivo qui la riga generica sulla mansione dei miei ragazzi bunker”. Il bunker è il nome con cui i “generali” del partito chiamano la Vadolive srl nata il 2 maggio 2018 e nelle cui casse (unica voce di entrata), per circa sei mesi, sono arrivati 260 mila euro pubblici dal gruppo parlamentare del Senato a loro volta, in violazione del regolamento di Palazzo Madama, usati per pagare i collaboratori della stessa società, vicini alla cerchia di Salvini e poi in parte assunti dal Viminale di cui Salvini a giugno diventerà ministro, percependo due stipendi.

Insomma, la storia segreta della Vadolive svela gli interessi non proprio chiari di buona parte dei vertici leghisti, segretario federale compreso. Gestita da prestanomi legati ai due ex contabili del partito, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, ma di fatto diretta dai più stretti collaboratori di Salvini, Luca Morisi e Andrea Paganella, la vicenda di questa srl è riassunta in una annotazione di circa 60 pagine scritta dalla Guardia di finanza di Milano nel gennaio scorso e depositata agli atti dell’ultima chiusura indagine che ha riguardato fatti e protagonisti minori della maxi-inchiesta sulla fondazione regionale Lombardia Film Commission. Il documento, per il quale ancora non è stata fatta un’iscrizione, è al vaglio dei magistrati. Tutto si svolge dal maggio 2018 con Salvini prossimo vicepremier e ministro dell’Interno. Scrive la Finanza: “Vadolive” appare “preordinata all’appropriazione di fondi di natura pubblica erogati, per legge, a favore dei Gruppi Parlamentari”. Il regolamento del Senato, come quello della Camera, consente l’utilizzo dei soldi solo per “scopi istituzionali” dei vari gruppi parlamentari. La fretta si diceva. Il 2 maggio 2018 nasce “il bunker” leghista, il 9 Morisi e amici sono assunti da Vadolive che il giorno dopo firma un contratto per 480 mila euro annui con il gruppo Lega al Senato. A siglarlo per il partito è l’allora presidente del gruppo Gian Marco Centinaio, deputato leghista e sottosegretario di Stato nel governo Draghi. Vadolive si impegna alla “promozione social delle attività del Gruppo”. Nulla che si riferisca all’assunzione degli stessi leghisti. Tra questi, Morisi e Paganella, i quali, scrive la Finanza, “con la loro società Sistemaintranet.com vantano rapporti attivi (come fornitori) con la Lega o con entità alla stessa riconducibili, dal 2017 al 2020, per 1,1 milioni”. A chiarire il vero scopo del “bunker” è una nota riservata in cui Di Rubba elenca i collaboratori, pagati con oltre 80 mila euro e precisa: “Costituzione società con spese anticipate da persone di nostra fiducia perché c’era solo fretta di iniziare”. Quindi aggiunge 43 mila euro di spese per “affitto costo loro abitazione”. E cioè un appartamento nel centro di Roma in via delle Tre Cannelle 7. Un simile contratto sarà pensato anche tra “il bunker” e la Camera. Tanto che Andrea Manzoni, contabile per Montecitorio, scrive al deputato Fabrizio Cecchetti, vicepresidente del gruppo, proponendo un contratto annuo con Vadolive per oltre 1 milione. La email è di giugno. Nello stesso mese alcuni collaboratori della srl vengono assunti al Viminale. La cosa crea allarme. Manzoni scrive a Centemero: “Bisogna essere più accorti (…). Molinari (presidente allora del gruppo alla Camera) solleva più di un dubbio sull’eventuale contratto”. Centemero: “È una cosa cui tiene Salvini. Va fatta. Molinari vada lui da Matteo a dire che non può”. Alla fine Molinari non firmerà il contratto, quello con il Senato sarà chiuso nell’ottobre 2018. In totale Vadolive veicolerà per le varie spese legate ai fedelissimi di Salvini 260 mila euro di denaro pubblico.