“Fatti gravi”, una vicenda fatta di “uomini cerniera tra mafia e istituzioni” e finanche una mozione di sfiducia nei confronti del governo Conte 1 su cui aleggiavano “ombre inquietanti”. Era l’aprile del 2019 e il Partito democratico, allora all’opposizione del governo gialloverde Lega-M5S, reagiva così alla notizia dell’inchiesta nei confronti di Armando Siri, sottosegretario leghista alle Infrastrutture indagato a Roma per corruzione. Era accusato di aver favorito l’imprenditore Paolo Franco Arata (anche lui indagato) in cambio di una tangente da 30mila euro. Quando emerse la notizia dell’inchiesta – che fece traballare il governo – i dem si stracciarono le vesti prima chiedendo a gran voce le dimissioni del sottosegretario, poi di tutto il governo, arrivando addirittura a scomodare la “questione morale” di Enrico Berlinguer. Peccato che ieri, tre anni dopo, sia stato proprio il Pd a contribuire a stoppare l’uso delle intercettazioni chiesto dal Tribunale di Roma proprio nel processo in cui Siri è imputato.
Ma allora la musica era un’altra. Il 18 aprile 2019, quando le agenzie battevano la notizia dell’inchiesta, fonti del Nazareno non si lasciavano scappare l’occasione: “Fatti molto gravi”. I parlamentari del Pd iniziavano ad attaccare la “doppia morale” di Matteo Salvini sul caso Siri e sulle inchieste che in quei giorni stavano terremotando la giunta umbra della dem Catiuscia Marini: “Salvini è garantista a Roma, ma non in Umbria: è un atteggiamento intollerabile” diceva l’allora capogruppo dem in Senato, Andrea Marcucci. Michele Anzaldi, bulldog della televisione pubblica poi passato in Italia Viva di Matteo Renzi, gridava all’insabbiamento del Tg2 sul caso Siri: “Un’informazione vergognosa coi soldi pubblici” scriveva Anzaldi su Facebook. Il gruppo del Pd al Senato, con una lettera di Alan Ferrari, arrivava a chiedere al premier Conte “di riferire in aula” su Siri.
Due giorni dopo l’inchiesta, poi, emerse uno scandalo legato alla vicenda Siri: il figlio di Arata, Federico, era stato assunto come consulente del sottosegretario Giancarlo Giorgetti. Un nuovo filone della vicenda che aveva creato ancora più imbarazzo nella maggioranza e prodotto la reazione ancora più scandalizzata del Pd: “Le ipotesi di indagine della magistratura sono gravissime e impongono al governo di fare chiarezza” scandivano dal Nazareno. “Il presidente del Consiglio venga in aula per spiegare” attaccava Graziano Delrio. Enrico Letta, allora professore a Science Po, invocava le dimissioni di Siri: “Un passo indietro servirebbe anche a lui”. Franco Roberti, ex procuratore nazionale antimafia eletto al Parlamento europeo col Pd, in un’intervista a Repubblica ci andava giù pesantissimo: “In questa indagine mi sembra di rivedere quel modello di corruzione politico-mafiosa che ha avvelenato la vita del Paese e ha consentito alle organizzazioni criminali di entrare nelle istituzioni”. E ancora parlava di “un modello fondato su uomini cerniera” che consente “alla mafia di controllare e orientare la politica”. Nicola Zingaretti, segretario del Pd, attaccava Siri per le mancate dimissioni, e il premier Conte per non avergli revocato la delega alle Infrastrutture: “È tutta una recita, un imbroglio” scandiva. Poi una recita non fu, perché Conte, dopo due settimane, decise di far dimettere Siri con scorno di Salvini (che tre mesi dopo farà cadere il governo). Ma nel mezzo, il Pd aveva presentato una mozione di sfiducia contro il premier, ed esultato per le dimissioni di Siri. “È merito nostro se ha lasciato” tuonava il 2 maggio Paola De Micheli. Lo stesso Pd che ieri, il senatore leghista, lo ha salvato.