“Fatti gravi”: nel 2019 i dem evocavano la questione morale

“Fatti gravi”, una vicenda fatta di “uomini cerniera tra mafia e istituzioni” e finanche una mozione di sfiducia nei confronti del governo Conte 1 su cui aleggiavano “ombre inquietanti”. Era l’aprile del 2019 e il Partito democratico, allora all’opposizione del governo gialloverde Lega-M5S, reagiva così alla notizia dell’inchiesta nei confronti di Armando Siri, sottosegretario leghista alle Infrastrutture indagato a Roma per corruzione. Era accusato di aver favorito l’imprenditore Paolo Franco Arata (anche lui indagato) in cambio di una tangente da 30mila euro. Quando emerse la notizia dell’inchiesta – che fece traballare il governo – i dem si stracciarono le vesti prima chiedendo a gran voce le dimissioni del sottosegretario, poi di tutto il governo, arrivando addirittura a scomodare la “questione morale” di Enrico Berlinguer. Peccato che ieri, tre anni dopo, sia stato proprio il Pd a contribuire a stoppare l’uso delle intercettazioni chiesto dal Tribunale di Roma proprio nel processo in cui Siri è imputato.

Ma allora la musica era un’altra. Il 18 aprile 2019, quando le agenzie battevano la notizia dell’inchiesta, fonti del Nazareno non si lasciavano scappare l’occasione: “Fatti molto gravi”. I parlamentari del Pd iniziavano ad attaccare la “doppia morale” di Matteo Salvini sul caso Siri e sulle inchieste che in quei giorni stavano terremotando la giunta umbra della dem Catiuscia Marini: “Salvini è garantista a Roma, ma non in Umbria: è un atteggiamento intollerabile” diceva l’allora capogruppo dem in Senato, Andrea Marcucci. Michele Anzaldi, bulldog della televisione pubblica poi passato in Italia Viva di Matteo Renzi, gridava all’insabbiamento del Tg2 sul caso Siri: “Un’informazione vergognosa coi soldi pubblici” scriveva Anzaldi su Facebook. Il gruppo del Pd al Senato, con una lettera di Alan Ferrari, arrivava a chiedere al premier Conte “di riferire in aula” su Siri.

Due giorni dopo l’inchiesta, poi, emerse uno scandalo legato alla vicenda Siri: il figlio di Arata, Federico, era stato assunto come consulente del sottosegretario Giancarlo Giorgetti. Un nuovo filone della vicenda che aveva creato ancora più imbarazzo nella maggioranza e prodotto la reazione ancora più scandalizzata del Pd: “Le ipotesi di indagine della magistratura sono gravissime e impongono al governo di fare chiarezza” scandivano dal Nazareno. “Il presidente del Consiglio venga in aula per spiegare” attaccava Graziano Delrio. Enrico Letta, allora professore a Science Po, invocava le dimissioni di Siri: “Un passo indietro servirebbe anche a lui”. Franco Roberti, ex procuratore nazionale antimafia eletto al Parlamento europeo col Pd, in un’intervista a Repubblica ci andava giù pesantissimo: “In questa indagine mi sembra di rivedere quel modello di corruzione politico-mafiosa che ha avvelenato la vita del Paese e ha consentito alle organizzazioni criminali di entrare nelle istituzioni”. E ancora parlava di “un modello fondato su uomini cerniera” che consente “alla mafia di controllare e orientare la politica”. Nicola Zingaretti, segretario del Pd, attaccava Siri per le mancate dimissioni, e il premier Conte per non avergli revocato la delega alle Infrastrutture: “È tutta una recita, un imbroglio” scandiva. Poi una recita non fu, perché Conte, dopo due settimane, decise di far dimettere Siri con scorno di Salvini (che tre mesi dopo farà cadere il governo). Ma nel mezzo, il Pd aveva presentato una mozione di sfiducia contro il premier, ed esultato per le dimissioni di Siri. “È merito nostro se ha lasciato” tuonava il 2 maggio Paola De Micheli. Lo stesso Pd che ieri, il senatore leghista, lo ha salvato.

Eolico in Sicilia: destra, renziani e Pd salvano Siri, il fedelissimo di Salvini

Palazzo Madama continua a dire no ai magistrati di Roma e questa volta a beneficiarne è Armando Siri, a processo con l’accusa di essersi dato da fare dietro promessa di lauti guadagni, per favorire in ogni modo Paolo Arata, l’imprenditore in affari con il re dell’eolico Vito Nicastri, considerato uno dei finanziatori di Matteo Messina Denaro. Nonostante le accuse di corruzione, il Senato ha negato agli inquirenti l’utilizzo delle intercettazioni allegate all’inchiesta, che gli è costata la poltrona di sottosegretario nel governo Conte-1. Chiosa Alessandro Di Battista, già deputato M5S: “Mentre in Europa si spara, si muore, si fugge e ci si suicida economicamente, la classe politica si approfitta di un’opinione pubblica, giustamente, interessata alla tragedia ucraina e pensa a salvare il deretano di un membro del clan partitocratico. Sono vomitevoli!”.

Il senatore ed ex sottosegretario leghista avrebbe asservito i suoi poteri a “interessi privati, proponendo e concordando con gli organi apicali dei ministeri competenti per materia” provvedimenti ed emendamenti volti a incentivare il mini-eolico e per ottenere un provvedimento normativo ad hoc che finanziasse il progetto di completamento dell’aeroporto di Viterbo, di interesse per future commesse della Leonardo. Sempre di interesse di Arata a cui Siri aveva spalancato ogni porta al ministero. E pure al Senato, dove era di casa. “Sono alla buvette, ti aspetto. Ho incontrato e salutato Matteo”, scrive l’imprenditore che aspettandolo si era imbattuto in Salvini. Ma non è tutto: Arata, sempre secondo quanto emerge dalle intercettazioni, viene tenuto informato da Siri passo passo delle sue iniziative legislative per favorirlo. E che per questo è anche prodigo di complimenti con il leghista: “Che bravo che sei, cazzo”.

Il Senato, con due votazioni separate, ha però deciso che tutto questo materiale investigativo non potrà essere utilizzato. E son servite ben due votazioni per stabilirlo, con il Pd che si è espresso una prima volta a favore di Siri e l’altra contro.

Ma riavvolgiamo il nastro. Grazie ai voti di Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Italia Viva, ma anche del Pd (in totale 158 senatori) è stata negata la possibilità ai magistrati di usare quella parte delle intercettazioni riguardanti il parlamentare leghista, perché ritenute non casuali. A votare contro solo 64 senatori di M5S e LeU. Ma prima il Senato aveva detto no anche all’uso delle primissime captazioni tra Arata e Siri, ossia quelle per le quali non vi è alcun dubbio che fossero assolutamente fortuite. In questo caso, a votare per “salvare” Siri, l’ormai collaudato asse tra centrodestra e renziani. In totale, 120 voti che hanno prevalso contro i 104 di chi voleva dare via libera ai magistrati: M5S, gli ex pentastellati oggi in Alternativa e LeU. Ma anche il Pd, sebbene Tommaso Cerno si sia smarcato votando con il centrodestra: “È un voto di garantismo estremo che vuole invitare la sinistra a una definitiva e più profonda riflessione sul tema dell’utilizzo dei materiali di indagine a fini propagandistici e non inerenti al caso penale per arrivare a una posizione senza più ambiguità”.

E sarà pure come sostiene Cerno. Ma il rischio è che anche questo caso finisca alla Consulta, perché pur di dire no a queste ultime intercettazioni si è arrivati a sostenere che i magistrati avrebbero fatto cilecca, sicché all’epoca Siri non era ancora sottosegretario. Ovviamente a patto di tacere che Siri era comunque pubblico ufficiale in quanto senatore, come ha evidenziato in aula Pietro Grasso di LeU, secondo il quale tutto ciò “espone il Senato alla possibilità che il giudice dell’udienza preliminare sollevi un conflitto di attribuzioni davanti alla Corte costituzionale”.

In ogni caso, il risultato a fine giornata è tondo per il leghista Siri, che può infine brindare per il doppio scudo. Con buona pace degli inquirenti, che da settembre attendevano una risposta dal Senato a cui si son rivolti data la “assoluta rilevanza per la valutazione dei fatti” del materiale che chiedevano di utilizzare, ritenuto rappresentativo “del contesto in cui avrebbe operato il senatore e sottosegretario a seguito della consegna o promessa di denaro nelle modalità e finalità illecite prospettate dalla pubblica accusa”. Cin.

Salvini grida al “complotto mondiale”

“C’è qualcosa che non va”. Di buon mattino, quando scorre i social, Matteo Salvini è preoccupato. La figuraccia del giorno prima con il sindaco polacco di Prezemysl, Wojciech Bakun, è ancora sotto gli occhi di tutti. Qualcuno, anche nella Lega, arriva a dire che potrebbe essere il “Papeete bis” di Salvini, ma “stavolta quello definitivo” maramaldeggia un deputato del nord. Epperò il segretario non si dà pace.

Non capisce come anche una “missione di bene” possa diventare oggetto di “polemiche e strumentalizzazioni”. Anche i marchi sul giubbotto del leghista hanno preso le distanze. Ma dietro questo sfogo c’è di più: Salvini è convinto che l’intemerata del sindaco contro di lui non sia nata per caso. Era preparata da giorni. “È stata un’imboscata, il sindaco mi aspettava alla stazione con i microfoni accesi” dice il leader ai suoi. Da parte di chi? Qui le voci dei suoi colonnelli a Roma si fanno più basse. Sospettose. “I nostri servizi…” dice a mezza bocca un fedelissimo. Il ragionamento dal dietrologico si fa logico (sic): degli spostamenti di Salvini in Polonia-Ucraina erano informati solo la nostra ambasciata, l’intelligence (che gli aveva chiesto di non andare) e la onlus Ripartiamo fondata da Francesca Chaoqui, cui si è appoggiato il leghista per portare aiuti al confine. Salvini aveva avvisato il sindaco lunedì con un sms e, raccontano fonti leghiste, il numero gli era stato fornito proprio da membri della onlus. “I rapporti tra Chaoqui e i nostri servizi sono noti…” azzardano i salviniani.

Dal sospetto alla paranoia il passo è breve. Anche perché ieri si è aggiunta un’altra batosta: la nuova inchiesta a Milano sul caso Metropol rivelata dal Fatto in cui si ipotizza una seconda compravendita di petrolio. I pm stanno cercando di capire se parte del denaro sia arrivato a leghisti. E l’articolo del Fatto ieri girava molto nelle chat del Carroccio: “Perché esce adesso?”. Così, raccontano che Salvini ai suoi sia arrivato all’amara conclusione: qualcuno vuole farmi fuori. “C’è un complotto internazionale contro di me” si è sfogato. Paranoie che si intrecciano con la nuova veste pacifista del leghista. Ieri è tornato a Roma e ha partecipato alla lectio magistralis di Parolin. Per poi annunciare: “Riparto presto per la Polonia”. Sperando che stavolta vada meglio.

Catasto e gas russo: crisi di nervi in aula per Draghi

Quando dopo un’ora e mezza di question time, Mario Draghi abbandona il consueto atteggiamento di freddezza studiata e cordialità modulata, ci si aspetta quasi di vederlo togliersi la giacca e abbandonare i banchi del governo a Montecitorio. Ovviamente non lo fa. Ma la risposta che dà a Francesco Lollobrigida (Fratelli d’Italia) sul presunto aumento delle tasse derivato dalla riforma del catasto somiglia molto a un “andate a quel paese” collettivo. C’è un equivoco, dice: “Siccome c’è l’emergenza, bisogna fermarsi, non fare, stare fermi, niente riforme, cambiamenti, sempre fermi. Ecco, questo non è il motivo per cui è nato questo governo. Non è nato per stare fermo”. Poi sul merito, sarcastico: “L’impianto del catasto è del 1939, tante cose ci sono state in mezzo, anche la Seconda guerra mondiale. E non solo”. Affonda: “Nessuno pagherà più tasse. E devo dire che un po’ di credibilità sul fatto di non far pagare tasse questo governo se l’è guadagnata…”. Ai deputati meloniani, che sottolineano le sue parole con un polemico “eeehhhh”, fa quasi il verso: “Eh, eh, eccome!”. Dopo che per due volte in una settimana, la maggioranza non è andata sotto per un solo voto, la materia è talmente calda che il premier sbaglia pure le date. “Gli estimi su cui sono basati i gettiti” del catasto “sono dell’88-89, sono passati 22-23 anni…”, dice. Per poi precisare: “33 anni, sì scusate, ma è diventata una materia così emotiva che mi sbaglio anche io”. Sembra che sul catasto Draghi scarichi psicologicamente tutte le tensioni e le difficoltà delle ultime settimane, dalla mancata elezione al Quirinale alla guerra. Tanto è vero che è andato diritto, utilizzando il capo di gabinetto, Antonio Funiciello, come ariete di sfondamento. Da oggi, che c’è da lavorare sulla delega fiscale (con non pochi punti critici), entra in campo il ministro Federico D’Incà. Si parte con i bilaterali con i partiti.

Nel frattempo il premier volerà a Versailles per il Consiglio europeo informale. Un vertice dedicato a Ucraina, difesa, energia e resilienza economica, con i leader divisi su alcuni dossier. E se nella dichiarazione finale potrebbe esserci un riferimento alla richiesta dell’Ucraina di entrare nella Ue, un Recovery Plan per l’energia è una possibilità più che remota. Insomma, dei bond evocati anche ieri a Montecitorio, con la richiesta a Draghi di porre la questione, non si parla. Intanto ieri la Ue ha inasprito le sanzioni estendendole ad altri 160 membri della nomenclatura russa e aumentando il raggio delle misure anche per la Bielorussia. Ma l’embargo a gas e petrolio decretato da Usa e Gran Bretagna per il Vecchio continente resta un tabù. Germania, Olanda ma anche Ungheria, hanno già espresso la propria contrarietà. E Draghi alla Camera osserva come le sanzioni, per durare, “devono essere sostenibili”. Compito non facile il suo, quello di rappresentare a Versailles anche gli interessi del nostro Paese.

Se la prima parte del question time è dedicata alla gestione dell’emergenza profughi (in Italia sono già arrivati in 24mila), al centro delle interrogazioni c’è l’energia. Draghi batte sul fatto che ci deve essere una risposta europea per far fronte alla crisi del gas. Ma poi si tratta di rafforzare le misure di risparmio energetico e di accelerare la strada per la transizione verso le rinnovabili. Senza escludere neanche il nucleare “pulito”: il consorzio Eurofusion potrebbe tradurre gli studi nel primo “prototipo di reattore a fusione” entro il 2028. Draghi però non evita di sottolineare: “È incredibile, la quota di gas russo è aumentata molto negli ultimi 10-15 anni. È veramente strano che è aumentata fortemente anche dopo l’invasione della Crimea. Questo dimostra una sottovalutazione del problema energetico e di politica estera e internazionale”. A ciascuno le sue responsabilità.

Putin ha imparato la lezione da noi

Nel 1997 la Nato invita nell’Alleanza Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria. Così si forma la prima linea dell’espansione a Est. Nel 2002 su proposta britannica vengono invitate altre sette nazioni (Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Slovacchia, Bulgaria e Romania), completando l’accerchiamento della Russia a Nord e Sud-est.

Nel 2008 Mosca impedisce l’adesione della Georgia e nel 2014 si oppone con forza a quella dell’Ucraina. Nel 2008 si tappano i “buchi” di Albania e Croazia, nel 2015 e nel 2018 quelli del Montenegro e della Macedonia del Nord. Con otto allargamenti successivi e 30 Stati membri schierati attorno alla Russia, la reazione di Putin non era imprevedibile. Stephen Walt, editorialista di Foreign Policy e professore ad Harvard, ha recentemente scritto che “la grande tragedia è che tutta questa vicenda era evitabile”. “Se gli Stati Uniti e i loro alleati europei non avessero ceduto all’arroganza, all’illusione e all’idealismo liberal e si fossero invece affidati alle intuizioni fondamentali del realismo, la crisi attuale non si sarebbe verificata. Infatti la Russia probabilmente non avrebbe mai preso la Crimea e l’Ucraina sarebbe più sicura oggi. Il mondo sta pagando un prezzo alto per aver fatto affidamento su una teoria errata della politica mondiale”.

Mentre il realismo parte dal presupposto che la guerra è sempre possibile e che non ci si può fidare degli altri, il liberalismo divide il mondo in “Stati buoni” (quelli che incarnano i valori liberali) e “Stati cattivi” (praticamente tutti gli altri) e sostiene che i conflitti nascono principalmente dagli impulsi aggressivi di autocrati, dittatori e altri leader illiberali. “Per i liberal, la soluzione è quella di rovesciare i tiranni e diffondere la democrazia, convinti che le democrazie non combattano l’una contro l’altra, specialmente quando sono legate dal commercio, dagli investimenti e da un insieme di regole concordate”. In realtà (tanto per essere realisti) quella descritta da Walt non era una visione rosea delle relazioni internazionali, ma una vera e propria forzatura logica. Infatti, gli oppositori dell’allargamento della Nato, tra cui noti esperti come George Kennan, Michael Mandelbaum e l’ex Segretario alla Difesa, William Perry, avvertirono che la Russia lo avrebbe inevitabilmente considerato come una minaccia e che andare avanti avrebbe avvelenato le relazioni con Mosca. I sostenitori dell’espansione vinsero il dibattito sostenendo che avrebbe aiutato a consolidare le nuove democrazie nell’Europa orientale e centrale e a creare una “vasta zona di pace” in Europa. (…) “I dubbi della Russia sono aumentati quando gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq nel 2003 – una decisione che ha mostrato un certo disprezzo intenzionale per il diritto internazionale”. Questo comportamento ripetuto nella crisi libica e in quella siriana “spiega perché Mosca sta ora insistendo su garanzie scritte”. In realtà tali garanzie non sarebbero necessarie se la Nato e in primis il suo ineffabile e muscolare segretario generale, il norvegese Stoltenberg, si attenessero alla lettera e allo spirito del Trattato Atlantico. (…) Infatti, l’articolo 1 impegna le parti a rispettare lo statuto delle Nazioni Unite e a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale che pregiudichi la pace e la sicurezza. L’allargamento è stato da subito una controversia internazionale che pregiudicava la sicurezza e la pace. Gli articoli 5 e 6 sulla cosiddetta mutua difesa si riferiscono ai territori dei singoli Stati membri minacciati da attacco armato. E l’Ucraina non è compresa. L’articolo 7 stabilisce che il Trattato non pregiudica e non dovrà essere considerato in alcun modo lesivo dei diritti e degli obblighi derivanti dallo statuto alle parti che sono membri delle Nazioni Unite o della responsabilità primaria del Consiglio di Sicurezza per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali. La Russia è parte delle Nazioni Unite e la politica della Nato ne ha leso i diritti, compromettendo la pace e la sicurezza di tutto il mondo.

Da questa lesione parte la reazione russa e sorprende che non sia scattata prima. L’articolo 10 stabilisce che le parti “possono”, con accordo unanime, invitare ad aderire al trattato ogni altro Stato europeo in grado di favorire lo sviluppo dei princìpi dello stesso e di “contribuire alla sicurezza della regione dell’Atlantico settentrionale”. Durante il vertice della Nato di Bucarest del 2008, il presidente americano George W. Bush, nonostante il parere contrario della propria intelligence, parlò espressamente dell’ammissione alla Nato di Georgia e Ucraina. Paesi che non potevano contribuire alla sicurezza dell’Alleanza, se non peggiorandola. Inoltre il vincolo dell’unanimità conferisce a ciascun membro un pari diritto di veto che ne rispetta la dignità ma lo rende anche individualmente responsabile delle conseguenze del mancato esercizio di tale di ritto. Quindi non impedire l’ingresso nell’Alleanza di tutti quei paesi che avrebbero alterato gli equilibri, minacciato la propria sicurezza e quella di altri paesi è stata una violazione del Trattato Atlantico e dello stesso statuto dell’Onu. Tutti sapevano che la Polonia e i paesi baltici avrebbero alterato tali equilibri e la Russia non era nelle condizioni d’impedirlo. Lo erano però la Germania, la Norvegia, la Francia, l’Italia e perfino il Lussemburgo, ma non hanno fatto o detto nulla (…)

Oggi tutti assistono stupiti al fatto che la Federazione è in grado di far valere i propri diritti e soprattutto le ragioni della propria sicurezza. Eppure la retorica imposta da un’annosa velina americana passata alla Nato continua a minacciare la sicurezza di tutti. “È un luogo comune in Occidente – scrive Walt – difendere l’espansione della Nato e dare la colpa della crisi ucraina solo a Putin. Ma Putin non è l’unico responsabile della crisi in corso, e l’indignazione morale per le sue azioni o il suo carattere non è una strategia. Né è probabile che sanzioni maggiori e più dure lo inducano a cedere alle richieste occidentali. Per quanto spiacevole possa essere, gli Stati Uniti e i loro alleati devono riconoscere che l’allineamento geopolitico dell’Ucraina è un interesse vitale per la Russia, che è disposta a usare la forza per difenderlo (…) L’indisponibilità degli Stati Uniti e dell’Europa ad accettare questa realtà di base è una delle ragioni principali per cui il mondo è in questa crisi oggi”. A queste considerazioni molto razionali e condivisibili si può soltanto osservare che l’idealismo attribuito ai liberal statunitensi è una comoda favoletta nella quale non crede più nessuno né in America né tanto meno altrove. Ogni pretesa idealista è stata smentita dai fatti. Non devono perciò sorprendere le azioni di Mosca e diventano vergognose le posizioni di quegli europei che oggi si ergono a garanti dell’integrità territoriale ucraina, quando sono stati i primi a violare il diritto internazionale e l’integrità di un paese sovrano europeo con la guerra e l’occupazione militare. L’Ucraina è oggi lo specchio di ciò che gli Stati Uniti, la Nato e l’Europa hanno fatto alla Serbia (al tempo Repubblica Federale di Jugoslavia comprendente il Montenegro) in e per il Kosovo. Erano tutti “liberal” quelli che fecero fallire i colloqui di Rambouillet per attaccare la Serbia (…). Erano idealisti quelli che bombardarono la Serbia per settanta giorni e con il pretesto umanitario inviarono contingenti militari a occupare il Kosovo, con un’operazione di “pace” che dura da 24 anni (…). Erano idealisti quelli che hanno riconosciuto l’autoproclamazione della Repubblica del Kosovo, sottraendo alla sovranità di Belgrado il cuore della cultura slava. Allora, è idealista anche Putin che con l’Ucraina ha fatto proprio il “modello Kosovo” inventato da noi e che tuttavia anche con l’invasione non ha ancora raggiunto la ferocia di uno di quei settanta giorni di bombardamenti che noi destinammo alla Serbia.

 

Ritrovato il relitto di Endurance disperso in Antartide nel 1915

È statoritrovato a 3 mila metri di profondità nel mare di Weddel il relitto della Endurance. Realizzata in Norvegia, la Endurance venne scelta dal celebre esploratore britannico Ernest Shackleton per compiere una delle missioni più ambiziose dell’epoca: l’attraversamento a piedi e in slitta del continente antartico. La missione però fallì ancor prima di iniziare perché poche settimane dopo la partenza, la nave rimase bloccata tra i ghiacci, lontano da dove avrebbe dovuto lasciare gli esploratori e poi affondò. I 28 uomini dell’equipaggio riuscirono a mettersi in salvo.

Tra le anime sotto assedio di Kiev

Il ruolo del giornalismo è la ricerca della verità e in guerra questa verità è ancora più nascosta”, mi diceva Mimmo Candito, nel 2011, quando insieme in Libia documentavamo un Paese in rivolta che ancora oggi non trova pace. Qui in Ucraina più che mai, la ricerca della verità, l’attendibilità delle fonti, quello che viene detto e non detto, rende questo caos ancora più disordinato. L’unica possibilità, la certezza è andare a vedere con i propri occhi quello che accade sul campo. Quello che si può vedere e quello che ti lasciano vedere. La propaganda è diventata un’arma di guerra, capace di persuadere i più indecisi e dare ragione agli stolti.

Ogni guerra ha i suoi morti e i suoi feriti. Le immagini delle vittime di questo conflitto tardano a mostrarsi. Forse è parte della propaganda che considera una fotografia o un video di un ferito un segno di debolezza verso il nemico davanti al quale bisogna sempre mostrarsi invincibili. Mentre vittime di guerra palesano un’umanità disastrosa alla quale non dobbiamo mai abituarci. È importante guardare e ricordare per smettere di fare la guerra. Negli ultimi giorni ho girato in lungo e in largo la Capitale per provare a entrare in cinque diversi ospedali, sia militari che civili, ai quali mi è stato vietato l’accesso. In uno, la tensione era così alta che al check-point d’ingresso ho dovuto chiedere se per favore potessero smettere di puntarci le armi. Ho poi scoperto che erano appena arrivati dei feriti, le sale chirurgia erano piene e perciò i nervi tesi.

Solo nell’ospedale più vicino alla linea del fronte di Irpin, il dottor Novikov mi accoglie e prova ad aiutarmi a dare risposta alle domande. “Io e i miei colleghi abbiamo curato diversi feriti, molti dei quali provengono dal fronte di Irpin. Vittime degli scontri, dei proiettili e dell’artiglieria”. Come il militare nudo nella sala chirurgica al quale stanno togliendo due frammenti di mortaio dalla gamba destra o il civile intubato con i polmoni spappolati, probabilmente dell’onda d’urto di un altro mortaio. “Negli ultimi due giorni, gli scontri sono diminuiti di intensità e le vittime sono diminuite. Ma tre giorni fa è stata una giornata difficile”.

A Kiev, le ultime 24 ore sono state le più tranquille dall’inizio dell’invasione. Le macchine procedono spedite fra un check point e l’altro. Sono i miliziani della resistenza a sorvegliarli, quelli con il laccio giallo al braccio e il fucile in mano. Si affacciano, ti guardano e chiedono i documenti. Alla risposta “giornalisti”, a volte chiedono anche il tesserino, per vedere se effettivamente non sei un “sabotatore”, un russo. Qualcuno fa la coda ai pochi supermercati rimasti aperti mentre gli altri rimasti corrono attraverso le arterie della città che portano i segni della distruzione dell’artiglieria di Putin. Un’antenna bombardata, macchine carbonizzate e tante barricate. Un palazzo colpito da un missile che sembra essere stato sbranato da un mostro infernale. Dalle finestre penzolano ancora le lenzuola: forse erano state lavate ed erano pronte per esser usate prima di sporcarsi di guerra. Una carcassa di una lavatrice e un materasso si affacciano sul balcone pericolante da dove si possono vedere gli alti palazzi di Kiev alternarsi con i chruščëvka, gli edifici a cinque piano sovietici che prendono il nome dal presidente Nikita Krusciov.

I cosiddetti corridoi umanitari, ufficializzati in più città, arrivano dopo giorni di violente battaglie che hanno infuriato lungo il fronte nord-occidentale della Capitale. Da tre giorni è cominciato l’esodo delle persone dalle città sotto assedio dove si combatte: Irpin, Bucha, Hostomel. La maggioranza delle persone è già fuggita sotto i colpi dei mortai. Come due giorni fa, quando una donna con i suoi due figli sono morti sul colpo lungo la strada che porta fuori città. Mentre l’uomo è deceduto dopo esser stato soccorso. In totale le vittime di quella dannata giornata sono state otto, secondo il sindaco di Irpin. L’avanzata delle armate russe è lenta ma costante nel provare a circondare la Capitale e metterla sotto scacco. Il tempo, anche se apparentemente sembrava giovare agli ucraini, con ogni giorno trascorso diventato una vittoria, alla lunga può sfinire e favorire un esercito molto più grande abituato a guerre lunghe.

A Kiev si vive una nuova normalità alla quale i pochi civili non vogliono abituarsi. Sanno che devono prepararsi e organizzare la resistenza. Sono tutti impegnati, c’è chi trasporta viveri, benzina, giubbotti antiproiettile e armi. I miliziani preparano trincee per nascondersi e sparare all’invasore quando entrerà in città. Dentro le trincee le poche armi, qualche colpo di RPG, qualche Kalashnikov e tante molotov pronte a essere lanciate da chiunque per rallentare l’avanzata sovietica. Ma soprattutto tanta determinazione, nazionalismo e voglia di resistere. “Preferisco morire che scappare, questo è il mio Paese. Tutti sanno chi sono”, mi confida Alex, imprenditore, mentre corre lungo la città oramai buia: fra poco comincerà il coprifuoco.

Dopo ore di silenzio, suona un nuovo allarme, la sirena carica la sua voce e comincia a urlare, una, due, tre volte, ma tanto nessuno l’ascolta più. La città è sempre più sola e chi è rimasto si è ormai abituato. Suona una quarta volta, ma forse ancora normale, dopo una giornata di calma apparente. Suona una quinta e sesta volta, la tensione sale, si scappa di casa e ci si dirige verso il più vicino rifugio sotterraneo.

“Che errore per le tv lasciare Mosca”

“Andare via da Mosca è un errore”. Sono molti i giornalisti italiani che, pur riconoscendo la legittima preoccupazione delle proprie testate, avrebbero preferito restare in Russia nonostante una nuova legge preveda pene detentive per chi pubblica notizie ritenute false dalle locali autorità.

Tra chi è dovuto tornare c’è Pietro Suber, che fino a tre giorni fa si occupava di servizi e dirette dalla Capitale per Mediaset. Poi l’ordine di tornare indietro, sollecitato da Cologno Monzese proprio come ha fatto la Rai per i suoi inviati, sostenendo la necessità di “tutelare la sicurezza dei giornalisti”. La ritirata, però, è stata criticata dall’associazione Stampa Romana (“Così la Rai fa un favore a Putin, perché resta solo la sua propaganda”) e non piace neanche a Suber: “È una decisione che rispetto e comprendo, ma io sarei rimasto. Come si potrà raccontare ora la Russia dall’Italia?”.

Il tema c’è ed è sia politico – è giusto “darla vinta” a Putin? – sia professionale, vista la qualità del servizio che può garantire un inviato. Tanto è vero che la Bbc, tra le prime a far rientrare i propri corrispondenti, ci ha già ripensato e presto riprenderà a trasmettere da Mosca: “Dopo qualche giorno di riflessione – è l’idea di Suber – forse hanno capito che l’importanza di mantenere oggi un presidio in Russia prevale sui possibili rischi da correre”. Rischi che ci sono e che non devono essere minimizzati, ma che secondo l’inviato Mediaset fanno parte del mestiere: “In questo momento è senz’altro più rischioso lavorare in Ucraina che in Russia. Io sono stato a Mosca cinque giorni e ho potuto lavorare senza grandi problemi. Ho girato e fatto dirette appena fuori dalla Piazza Rossa, dal Bolshoi, dalla Duma. Ho potuto intervistare parlamentari dell’opposizione che hanno attaccato Putin sull’intervento in Ucraina”. Sintomo del fatto che rimanere a Mosca non per forza avrebbe significato far da megafoni della propaganda di Putin: “A Mosca ho sempre detto quello che mi andava, parlando apertamente di ‘invasione’ e ‘aggressione’. Non capisco come mai agli inviati della tv sia stato chiesto di rientrare, mentre quelli della carta stampata sono rimasti”. Una decisione arrivata senza discuterne con chi era sul posto, come conferma Lazzaro Pappagallo di Stampa Romana: “La decisione è legittima. Ma perché non parlarne con chi vive ogni giorno il posto e sa meglio di tutti com’è la situazione?”. La tempistica (tutte le testate hanno dichiarato la ritirata lo stesso giorno) e il modo in cui è stata comunicata suggeriscono che la scelta possa essere stata un boicottaggio politico, oltre che una misura di tutela. Secondo Pappagallo è un autogol: “La Rai si pregia di avere molte sedi all’estero, le quali spesso sono criticate o viste come un costo inutile. Ora che c’è l’occasione per trarne il meglio, si sceglie di rinunciare al lavoro dalla Russia”. Stesse preoccupazioni espresse da Alessandro Cassieri, storico giornalista Rai rientrato in Italia lunedì: “Il rischio riguarda soprattutto i cittadini russi, mentre per quanto riguarda la Rai e gli altri si è preferito ricorrere a un eccesso di sicurezza e di garanzia, invitando noi a tornare e invitando i corrispondenti a silenziarsi”. Ci spera: “Aspettiamo una possibile evoluzione nelle valutazioni della Rai viste le decisioni di altre testate che abbiamo seguito nel passo indietro e che magari potremmo accompagnare nel ritorno in Russia”.

“Avete usato i nostri figli come carne da cannone”

“Ci avete ingannato. Avevate detto che erano esercitazioni. Li avete usati come carne da cannone. Perché li avete spediti lì?!”.

A Sergey Tsivilyov, governatore di Kemerovo, Siberia, lo hanno chiesto due giorni fa le madri della città di Novokuznetsk. Vogliono sapere dove si trovano i loro figli, semplici aspiranti Omon, corpi della polizia antisommossa, con cui non hanno più contatti da settimane. Il conflitto è senza telefoni: senza voce, senza informazioni, una pura attesa fatta di buio per chi è chiuso dentro, in patria. Tsivilyov alle donne dice che “dell’operazione speciale non è corretto parlare”, si potrà farlo quando terminerà e “lo farà presto”. “Finirà quando saranno tutti morti?!” gli urlano le mamme russe. È un interrogativo che rimane senza risposta perché il video amatoriale si interrompe, rimane solo il coraggio del coro di voci che si alza nonostante i divieti: quello delle madri che perdono timore della autorità e dell’ultima legge di Mosca, quella che impedisce di parlare della guerra in Ucraina. La pena per chi la viola va dai 5 ai 15 anni di galera, ma pure le madri russe adesso vanno in battaglia. Solo ieri il Cremlino ha ammesso che tra le divise inviate contro Kiev ci sono i più giovani e immaturi: i militari di leva. “Sono state scoperte presenze di coscritti in unità delle forze armate russe in territorio ucraino”, ha ammesso il portavoce del ministero della Difesa, Igor Konashenkov. Il Cremlino ieri ha smentito il presidente Putin che, solo due giorni fa, aveva riferito ai suoi cittadini in tv che, sul campo, erano stati spediti solo professionisti e veterani. Non tutte le leggi valgono: un decreto presidenziale russo che risale al 1999 vieta la partecipazione delle leve a combattimenti e battaglie.

Più dei fucili, a volte, possono le lacrime. Più della propaganda di Mosca sanno urlare solo le madri russe, quelle che da una guerra all’altra, da Kabul a Grozny, hanno sfidato gli uomini del Cremlino, ieri sovietici, oggi russi, pur di rivedere di nuovo a casa i loro figli. Spesso hanno cambiato la storia, spostato l’asse dell’opinione pubblica, con la diplomazia hanno spinto a rese e capitolazioni, sebbene non sempre pubbliche, le alte cariche di un esercito che spesso ha divorato i suoi figli da un confine all’altro.

“Dove sta mio figlio?”. Negli uffici di Mosca da giorni non smette di squillare il telefono degli uffici del “Comitato delle madri dei soldati”, ha riferito la direttrice Olga Larkina. Dal giorno dell’avvio dell’operazione, centinaia di famiglie russe hanno cercato di capire numeri dell’unità, base, territorio e Paese in cui il governo aveva deciso di spedire i loro figli. Quando l’organizzazione è nata nel 1989, i sovietici si ritiravano a testa bassa dall’Afghanistan e le mamme erano in principio solo 300. Braccato più volte dalle sempre più restrittive leggi russe, tacciato di essere “agente straniero” sebbene non abbia finanziamenti esteri, il Comitato delle madri è rimasto in piedi da allora.

L’obiettivo per il quale è nato nell’era in cui sventolava la bandiera dell’Unione Sovietica non era politico, ma primitivo e quindi inarrestabile: volevano far ritornare vivi dal fronte i loro figli. Da allora circa 180 mila volte i loro desideri sono stati esauditi: una cifra troppo bassa per il sangue versato. Durante gli anni delle guerre cecene, interminabili file di donne rimaste per giorni in attesa di avere informazioni, sono rimaste impresse nella memoria dei russi, ma soprattutto delle russe, e sono memorie che risalgono a galla adesso.

Foto, nomi, documenti dei soldati russi, morti o prigionieri, in Ucraina sono apparsi dall’inizio della guerra su Ishchi Svoikh, “Trova i tuoi”, un sito creato dalla Rada di Kiev, dove, ha spiegato il consigliere governativo ucraino Oleksiy Arestovych, le donne possono cercare i cari di cui non hanno più notizie. Molte, troppe informazioni personali però sono richieste per ottenerne altre indietro. Per la Federazione sono caduti solo 498 soldati, per l’Ucraina i soldati russi morti sono 11 mila. Tra questi due numeri, entrambi inverificabili, rimangono in bilico le madri russe.

Il sospetto: “Yacht di Putin in Italia”? Indaga la Finanza

La Guardia di finanza sta svolgendo accertamenti sullo Scheherazade, uno yacht di 140 metri, e un valore di circa 700 milioni di euro, ormeggiato a Marina di Carrara. Le Fiamme gialle stanno cercando di capire se appartiene a uno degli oligarchi destinatari delle sanzioni Ue. Il Nucleo valutario della Guardia di finanza di Roma sta anche cercando di capire se quel super-yacht è riconducibile a Putin. Ipotesi questa di cui ha scritto due giorni fa il New York Times e che per ora non trova conferma negli accertamenti delle Fiamme gialle. Al giornale americano, Guy Bennett-Pearce, il capitano della nave, ha negato che Putin sia mai stato sullo yacht: “Non l’ho mai visto né mai incontrato”, ma non ha rivelato l’identità del proprietario. Ma chi c’è davvero dietro lo Scheherazade (nome che richiama una regina persiana protagonista della fiaba Le mille e una notte)?

Lo yacht è uno dei più grandi al mondo: è stato costruito nel giugno 2020 e batte bandiera delle isole Cayman. Risulta aver viaggiato su rotte lungo il Mediterraneo, a eccezione dell’agosto del 2020, quando risultava nell’Oceano Indiano. Il gestore della barca, la società inglese Oceano Mare Yacht Management, riconducibile al comandante, e domiciliata in una villa di Lucca, in viale Lazzaro Papi. Il proprietario è celato da una società offshore, che sembra portare più nell’Est Europa che in Medio Oriente: la Bielor Asset Ltd, con sede nell’Isola di Man. L’imbarcazione attualmente è ormeggiata presso i moli dei cantieri navali della Italian Sea Group, società con molti clienti russi, presso cui la barca è attualmente in manutenzione ordinaria. Gli accertamenti della Finanza sono a 360 gradi. Le Fiamme gialle stanno concentrando la propria attenzione su proprietà russe nelle zone residenziali più esclusive d’Italia. Un primo monitoraggio ha portato gli inquirenti a censire nel solo comprensorio tra Forte dei Marmi e Viareggio centinaia di ville. Scoprire i veri intestatari è un altro paio di maniche. Lo schema si ripete quasi sempre identico: il reale proprietario è schermato da architetture composte da società offshore, che rimandano a paradisi fiscali e societari; oppure non risulta necessariamente nelle carte ufficiali, intestate a prestanome.

Sono oltre 600 i destinatari delle sanzioni (ieri Bruxelles ha aggiunto altri 160 nomi alla black list dell’inner circle putiniano), anche se si restringe a 26 tra persone fisiche e società. Nei giorni scorsi la Finanza ha sequestrato due super-yacht ormeggiati in Liguria, il Lena, riconducibile a Gennady Timchenko, e il Lady M, riconducibile ad Alexey Mordaschov. Sono state congelate anche tre proprietà legate a imprenditori colpiti dalle sanzioni: villa Lazzareschi, a Lucca, valore 3 milioni di euro, di Oleg Savchenko; un compendio immobiliare nel golfo del Pevero, in Sardegna, del magnate russo-uzbeko Alisher Usmanov; una villa da 8 milioni sul lago di Como riconducibile a Vladimir Soloviev. Proprio Usmanov, dopo il congelamento dei beni, è al centro di nuovi accertamenti delle autorità italiane. Fra le proprietà di lusso attribuite negli anni, c’è anche quella di Villa Maramozza, a Lerici, in provincia di La Spezia.