Passate due settimane dall’invasione dell’Ucraina, l’economia russa inizia ad accumulare i segni delle sanzioni che si vanno estendendo (l’ultima è il bando di Usa e Gran Bretagna alle importazioni di petrolio, gas e carbone da Mosca). L’impatto sarà importante. Le stime, anche se è molto complicato farne, parlano di un calo del Pil per il secondo trimestre tra il 20 e il 30%, qualcosa che trova un paragone solo con la crisi finanziaria e il default del 1998. L’inflazione, che a febbraio è arrivata al 9,15% dal 8,73% di gennaio, potrebbe più che raddoppiare in pochi mesi. Il livello e l’estensione delle sanzioni non hanno paragoni in tempi recenti.
Stando ai dati di Castellum.ai la Russia ha ricevuto in due settimane più sanzioni di quelle erogate all’Iran in dieci anni ed è ora il Paese più sanzionato al mondo, con quasi 5.500 obiettivi colpiti. Le sanzioni riguardano le disponibilità patrimoniali fuori dalla Russia di Putin e dei suoi oligarchi, le attività di commercio con l’estero svolte da società e istituzioni russe, la possibilità per sette grandi banche di ordinare e ricevere pagamenti all’estero utilizzando il sistema Swift e, per la prima volta, anche il blocco delle riserve valutarie detenute dalla Banca centrale russa in Usa, Giappone, Ue e Svizzera.
La risposta a queste sanzioni è stata quella tipica di un’economia sottoposta a una forte fuga di capitali: rialzo dei tassi d’interesse dal 9,5% al 20% e misure draconiane di contenimento delle esportazioni di valuta estera. Ai russi è vietato effettuare pagamenti all’estero e il prelievo di valuta estera è molto limitato. Le imprese che vendono all’estero devono convertire in rubli l’80% di quello che incassano. I pagamenti dei debiti con l’estero saranno sottoposti a un regime differenziato a seconda che il creditore sia residente in Stati “ostili” che hanno adottato le sanzioni oppure no. Nel primo caso il pagamento potrà essere effettuato solo in rubli ed erogato solo su un conto classificato come “C” in una banca russa o estera in Russia e sottoposto a dei limiti di utilizzo stabiliti dalla Banca centrale. Se invece il creditore è di un Paese non ostile riceverà il pagamento nella valuta stabilita e potrà disporne liberamente.
Non è ancora chiaro se questa disciplina sarà applicata anche ai titoli di Stato. Questi dubbi sono alla base dei continui declassamenti di rating sul debito pubblico russo e l’ultimo, avvenuto martedì da parte di Fitch, ha portato il giudizio a livello C, solo un gradino sopra lo stato D di fallimento. La scadenza del 16 marzo, con 107 milioni di dollari di interessi da pagare, svelerà se e come lo Stato russo ha intenzione di onorare il suo debito. Quello della Russia non è elevato, nel 1998 era oltre il 120% del Pil ma oggi è il 20%. Nel 2021, la quota detenuta da soggetti stranieri era di 62 miliardi di dollari, ma solo 20 denominati in valuta estera, soprattutto dollari. Inutile sperare che Mosca si spaventi del danno reputazionale da default, con la perdita di accesso ai mercati: la Russia è già, di fatto, fuori dai mercati. Il problema è che a rischio non c’è solo il debito dello Stato. Il debito estero dell’economia russa in totale è di 478 miliardi di dollari, 80 scadono entro un anno e più della metà è denominata in dollari. C’è il rischio concreto di una nuova crisi finanziaria se il default sul debito pubblico portasse a cascata il default sul debito di banche e imprese russe e di conseguenza l’attivazione dei derivati di copertura sottoscritti per proteggersi dal fallimento. Il recente pagamento da parte di Gazprom del bond da 1,3 miliardi in scadenza lunedì scorso fa ipotizzare che questo default a cascata possa ancora non avvenire. Alla Russia è ancora concessa l’esportazione verso l’Ue di beni petroliferi. Dai dati della rete europea Entsog, si vede che i flussi di gas russo hanno raggiunto la scorsa settimana il massimo del 2022, al livello del 2021. Inoltre, verso Est, che conta circa il 25% dei 500 miliardi di export russo, non ci sono molti vincoli alle esportazioni. Sanzioni e minori consumi riducono le importazioni e così l’afflusso netto di valuta estera dovrebbe continuare a un ritmo non diverso rispetto agli oltre 100 miliardi annui degli anni precedenti. Questi afflussi tengono in piedi il sistema russo e sarebbero in grado di fornire la valuta straniera necessaria per onorare il debito estero. Procedere con altre sanzioni, pur potendo effettivamente mettere in ginocchio l’economia russa, aumenta il rischio di causare una crisi finanziaria globale: il dubbio è proprio che si sia raggiunto quel punto in cui andare oltre possa portare più danni al sanzionatore che al sanzionato.