Bivio sanzioni, Mosca non crolla: oltre, si rischia la crisi dei mercati

Passate due settimane dall’invasione dell’Ucraina, l’economia russa inizia ad accumulare i segni delle sanzioni che si vanno estendendo (l’ultima è il bando di Usa e Gran Bretagna alle importazioni di petrolio, gas e carbone da Mosca). L’impatto sarà importante. Le stime, anche se è molto complicato farne, parlano di un calo del Pil per il secondo trimestre tra il 20 e il 30%, qualcosa che trova un paragone solo con la crisi finanziaria e il default del 1998. L’inflazione, che a febbraio è arrivata al 9,15% dal 8,73% di gennaio, potrebbe più che raddoppiare in pochi mesi. Il livello e l’estensione delle sanzioni non hanno paragoni in tempi recenti.

Stando ai dati di Castellum.ai la Russia ha ricevuto in due settimane più sanzioni di quelle erogate all’Iran in dieci anni ed è ora il Paese più sanzionato al mondo, con quasi 5.500 obiettivi colpiti. Le sanzioni riguardano le disponibilità patrimoniali fuori dalla Russia di Putin e dei suoi oligarchi, le attività di commercio con l’estero svolte da società e istituzioni russe, la possibilità per sette grandi banche di ordinare e ricevere pagamenti all’estero utilizzando il sistema Swift e, per la prima volta, anche il blocco delle riserve valutarie detenute dalla Banca centrale russa in Usa, Giappone, Ue e Svizzera.

La risposta a queste sanzioni è stata quella tipica di un’economia sottoposta a una forte fuga di capitali: rialzo dei tassi d’interesse dal 9,5% al 20% e misure draconiane di contenimento delle esportazioni di valuta estera. Ai russi è vietato effettuare pagamenti all’estero e il prelievo di valuta estera è molto limitato. Le imprese che vendono all’estero devono convertire in rubli l’80% di quello che incassano. I pagamenti dei debiti con l’estero saranno sottoposti a un regime differenziato a seconda che il creditore sia residente in Stati “ostili” che hanno adottato le sanzioni oppure no. Nel primo caso il pagamento potrà essere effettuato solo in rubli ed erogato solo su un conto classificato come “C” in una banca russa o estera in Russia e sottoposto a dei limiti di utilizzo stabiliti dalla Banca centrale. Se invece il creditore è di un Paese non ostile riceverà il pagamento nella valuta stabilita e potrà disporne liberamente.

Non è ancora chiaro se questa disciplina sarà applicata anche ai titoli di Stato. Questi dubbi sono alla base dei continui declassamenti di rating sul debito pubblico russo e l’ultimo, avvenuto martedì da parte di Fitch, ha portato il giudizio a livello C, solo un gradino sopra lo stato D di fallimento. La scadenza del 16 marzo, con 107 milioni di dollari di interessi da pagare, svelerà se e come lo Stato russo ha intenzione di onorare il suo debito. Quello della Russia non è elevato, nel 1998 era oltre il 120% del Pil ma oggi è il 20%. Nel 2021, la quota detenuta da soggetti stranieri era di 62 miliardi di dollari, ma solo 20 denominati in valuta estera, soprattutto dollari. Inutile sperare che Mosca si spaventi del danno reputazionale da default, con la perdita di accesso ai mercati: la Russia è già, di fatto, fuori dai mercati. Il problema è che a rischio non c’è solo il debito dello Stato. Il debito estero dell’economia russa in totale è di 478 miliardi di dollari, 80 scadono entro un anno e più della metà è denominata in dollari. C’è il rischio concreto di una nuova crisi finanziaria se il default sul debito pubblico portasse a cascata il default sul debito di banche e imprese russe e di conseguenza l’attivazione dei derivati di copertura sottoscritti per proteggersi dal fallimento. Il recente pagamento da parte di Gazprom del bond da 1,3 miliardi in scadenza lunedì scorso fa ipotizzare che questo default a cascata possa ancora non avvenire. Alla Russia è ancora concessa l’esportazione verso l’Ue di beni petroliferi. Dai dati della rete europea Entsog, si vede che i flussi di gas russo hanno raggiunto la scorsa settimana il massimo del 2022, al livello del 2021. Inoltre, verso Est, che conta circa il 25% dei 500 miliardi di export russo, non ci sono molti vincoli alle esportazioni. Sanzioni e minori consumi riducono le importazioni e così l’afflusso netto di valuta estera dovrebbe continuare a un ritmo non diverso rispetto agli oltre 100 miliardi annui degli anni precedenti. Questi afflussi tengono in piedi il sistema russo e sarebbero in grado di fornire la valuta straniera necessaria per onorare il debito estero. Procedere con altre sanzioni, pur potendo effettivamente mettere in ginocchio l’economia russa, aumenta il rischio di causare una crisi finanziaria globale: il dubbio è proprio che si sia raggiunto quel punto in cui andare oltre possa portare più danni al sanzionatore che al sanzionato.

La Cina è al bivio: rompere con Putin o con l’Occidente?

La Cina cerca di restare in equilibrio su una corda sempre più traballante. Pechino è stretta tra le dichiarazioni di fedeltà alla tradizionale e solida “amicizia” con Mosca, ribadite da Xi Jinping anche dopo l’invasione russa dell’Ucraina, e i rischi di venire colpita da sanzioni economiche secondarie, se il suo sostegno al Cremlino violasse le durissime misure contro il regime di Putin imposte da Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e altri Paesi. Ma gli spazi di manovra per la Repubblica popolare si fanno sempre più esigui, specie dopo la decisione statunitense di imporre l’embargo ai prodotti petroliferi russi. Martedì Washington ha lanciato un duro monito alle aziende cinesi che potrebbero sfidare le restrizioni alla Russia. In un’intervista al New York Times Gina Raimondo, segretaria del Commercio dell’amministrazione Biden, ha avvisato Pechino che, in caso di violazione alle sanzioni, gli Usa taglierebbero fuori le società cinesi dalle apparecchiature e dal software americani. Nel mirino c’è la Semiconductor Manufacturing International (Smic) di Shanghai, come qualsiasi altra azienda cinese che continuasse a fornire chip e altre tecnologie a Russia e Bielorussia. “Potremmo fermare Smic: sarebbe devastante per la capacità cinese di produrre chip”, ha affermato Raimondo. Già nel 2020 gli Usa hanno colpito la società di tlc cinese Huawei, tagliandola fuori dalle forniture globali.

Pechino deve fare i conti con i rischi per la sua economia. Come ha spiegato il premio Nobel Paul Krugman, la Cina non può salvare la Russia dalle sanzioni. Non farebbe in tempo per motivi logistici (per esportare a Pechino più petrolio e gas la Russia dovrebbe costruire migliaia di chilometri di pipeline, i collegamenti ferroviari sono già intasati), non potrebbe sostituire l’import di Mosca dall’Occidente su fronti strategici come i beni intermedi, l’elettronica, l’avionica, non ha interesse a rischiare i suoi rapporti commerciali con Usa e Ue che valgono 10 volte l’interscambio sino-russo. Ma sopratutto, Putin sa che rischia di diventare un vassallo di Pechino, che ha un’economia dieci volte la sua.

Ma un tentativo cinese di aggirare le sanzioni a Mosc potrebbe comunque scattare, proprio per mettere un guinzaglio definitivo all’economia della Russia. Esclusa l’industria, il tavolo su cui si giocherà questa rischiosa mano di poker geopolitico sarà quello finanziario, con Mosca sull’orlo del default che ha bloccato la convertibilità interna del rublo sino a settembre e che rischia di esaurire le proprie riserve di valuta pregiata. Dopo le prime sanzioni occidentali a Putin per l’invasione russa della Crimea nel 2014, la Cina ha stretto con Mosca un accordo di swap valutario con Mosca da 24 miliardi di dollari per fornirsi reciprocamente liquidità. Alcune banche cinesi minori come la Harbin Bank di Hong Kong e la Bank of Kunlun, già sanzionata dagli Usa per violazioni dell’embargo all’Iran, potrebbero aggirare le sanzioni e prestare fondi a Mosca, tagliando però anche i propri ponti con qualsiasi controparte occidentale. Ma Pechino deve valutare i rischi di nuove pressioni sul sistema bancario, già dal 2019 colpito da una serie di fallimenti di piccole banche. C’è poi la possibilità che le banche russe, tagliate fuori dal sistema di transazione globale Swift, passino a quello cinese Cips, ma le due reti sono imparagonabili per dimensioni e volumi. Nel gioco delle convenienze, Xi Jinping più che quelle dell’“amica” Russia deve valutare con attenzione quali siano le proprie. Anche perché la Cina è già alle prese con previsioni negative per la propria crescita economica, tema da sempre esiziale ai piani alti del Partito e del governo di Pechino.

Il Sultano accusa Israele per scippare le trattative

Forte dei propri – nel senso di fabbricati dalla famiglia del genero, micidiali, ma non esosi – droni armati Bayraktar, venduti negli ultimi due anni a pacchi anche all’esercito ucraino, permettendogli così di mietere molte vittime tra i soldati russi, il presidente-autocrate turco, Recep Tayyip Erdogan, sta cercando di sottrarre del tutto a Israele la sua parte di ruolo negoziale nella epocale crisi in corso tra Russia-Ucraina-Occidente. Il Sultano sta sgomitando per imporsi come primo mediatore non tanto per provare a rallentare l’invasore russo, quanto per convincere Kiev a desistere. Al netto del fatto che prima del Sultano, il premier israeliano Naftali Bennett si è inserito nella partita negoziale (non fosse che per l’alto numero di cittadini ucraini di religione ebraica, come lo stesso presidente Volodymyr Zelensky) e probabilmente vorrebbe continuare a rimanervi, ciò che sorprende è il livello di cinismo raggiunto da Ankara, “cruciale” membro Nato. Non che ci si illudesse, con un massimalista esercizio di naïveté, che Erdogan non avrebbe approfittato anche di questo nuovo teatro di guerra per portare avanti i propri interessi economici e geopolitici. Resta il fatto tuttavia che vederlo mentre con una mano vende armi a Kiev e con l’altra la schiaffeggia, sottolineando che osa reagire troppo all’aggressore (con le armi vendute proprio dal genero) è un gioco davvero sporco. Per non dimenticare che Tayyip, 2 anni fa comprò il sistema antimissilistico russo S-400 facendo infuriare la Nato, di cui la Turchia rappresenta il secondo esercito più potente. Dimostrazione della sua sfrontatezza nel giocare in più tavoli.

Ciò che più allarma è che ora il signore e padrone della Turchia da vent’anni, pretende di ripristinare ufficialmente le altalenanti relazioni con Israele agitando pericolosamente lo spettro dell’antisemitismo. “Arte” di cui è maestro – vedi il sostegno ad Hamas – che questa volta riversa indirettamente, da par suo, contro il principale rappresentante dello Stato ebraico, il presidente Isaac Herzog, arrivato ieri ad Ankara sulla base di un invito fortemente voluto da tempo dallo stesso Erdogan. Alla vigilia del suo arrivo, il rais turco ha permesso che il suo consigliere nonché ex giornalista, Yigit Bulut, scrivesse nero su bianco in un tweet che “l’ Ucraina e il suo popolo vengono consumati e gettati via da Volodymyr Zelensky, sostenuto da Israele e dal miliardario George Soros”. Finanziere e filantropo ebreo, Soros è stato fatto oggetto frequentemente di teorie complottiste antisemite sugli ebrei che controllano segretamente il mondo. La sua Open Society Foundation aveva annunciato nel 2018 di dover cessare le operazioni in Turchia dopo che Erdogan ha accusato il suo fondatore di cercare di dividere e distruggere le nazioni.

Bulut, il ventriloquo di Erdogan, accusa dunque gli ebrei ad aver gettato nel caos l’Ucraina e il mondo sull’orlo del baratro . Così oggi, grazie a questa ennesima sparata antisemita, il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusolglu potrà “mediare” con la benevolenza russa l’incontro ad Antalya, nel sud della Turchia, tra i ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba e il suo omologo russo Seghey Lavrov. Si vedranno in un forum che rappresenta i primi potenziali colloqui tra i massimi diplomatici ucraino e russo dall’inizio del conflitto. Il presidente ucraino Zelensky è stato sponsorizzato nella sua carriera politica dal magnate e oligarca Igor Kolomoisky, uno dei più potenti rappresentanti della comunità ebraica mondiale con ben tre nazionalità, tra cui israeliana.

L’assedio di Mariupol: sangue sui negoziati russo-ucraini ad Antalya

Alla vigilia di quella che potrebbe rivelarsi una svolta diplomatica nel conflitto russo-ucraino, la guerra conosce una giornata di aberrazioni: a Mariupol, un raid aereo russo distrugge un ospedale con reparti maternità e pediatrici, le autorità ucraine lanciano un allarme radiazioni a Chernobyl, ma l’Aiea da Vienna tranquillizza: “Nessun rischio”.

Secondo fonti militari ucraine, che mostrano in un video delle macerie, l’ospedale pediatrico “non esiste più”. Le prime notizie, poi ridimensionate, parlavano di “molte donne ferite e uccise”; Zelensky segnalava “donne e bambini sotto” i reparti crollati. A due settimane dall’inizio dell’invasione russa, le notizie dal fronte continuano a essere frammentarie e inverificabili. Il vice sindaco di Mariupol, Sergiy Orlov, dice che la città è “sotto il continuo martellare dei bombardamenti russi” e parla di 1.170 persone uccise, molte sepolte in fosse comuni.

Igor Terekhov, il sindaco di Kharkiv, segnala nuovi bombardamenti. E il sindaco di Kiev, Vitalii Klitschko, avverte che la Capitale potrà resistere soltanto “una settimana”. Un Sukhoi Su-27 – un caccia intercettore russo – si è schiantato su un edificio residenziale nel quartiere di Osokorky, sulle rive del Dnipro, dopo essere stato colpito dalla contraerea ucraina. Anche ieri, l’agibilità dei corridoi umanitari è risultata parziale, spesso compromessa da violazioni dei cessate-il-fuoco concordati. A Bucha, appena a nord di Kiev, i russi avrebbero bloccato l’esodo dei civili.

In questo quadro di combattimenti e devastazioni, l’interruzione di corrente alla centrale nucleare, chiusa da tempo, di Chernobyl ha destato molta apprensione, dopo che il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba aveva twittato: l’interruzione “farà bloccare i sistemi di raffreddamento dell’impianto di stoccaggio del combustibile nucleare, provocando la fuoriuscita di radiazioni entro 48 ore”. Ma l’Aiea assicura: l’interruzione di corrente a Chernobyl non ha “nessun impatto critico sulla sicurezza”. In attesa dell’incontro, oggi ad Antalya, in Turchia, fra i ministri degli Esteri ucraino Kuleba e russo Serghey Lavrov, il Cremlino ha ieri confermato di volere negoziare con l’Ucraina “il prima possibile” precisando, però, di considerare le repubbliche di Donetsk e di Lugansk “Stati sovrani e indipendenti” che vanno riconosciuti come tali. Oggi e domani si riunirà pure in Francia il vertice europeo, che discuterà dell’import di energia dalla Russia. La Gran Bretagna chiede ai Paesi del G7 di bloccarlo.

In una nuova telefonata tra Putin e il cancelliere tedesco Olaf Scholz, s’è discusso, secondo la Tass, degli “sforzi politico-diplomatici in atto, compresi i risultati del terzo round di colloqui tra le delegazioni russa e ucraina”. La Cina accusa Usa e Nato di essere “responsabili della guerra” e critica la sospensione dell’import di energia dalla Russia negli Usa. La Nato continua a frenare sulla no fly zone che – spiega da Ottawa il Segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg – comporterebbe “un attacco massiccio al sistema di difesa aerea russo in Ucraina, Bielorussia e Russia” e porterebbe a una “escalation significativa della guerra in Ucraina e al rischio d’una guerra aperta in Europa, Nato contro Russia”.

In questo contesto, c’è il giallo dei Mig polacchi: Varsavia vorrebbe “recapitare” in basi aeree Usa in Germania i suoi Mig-29, vecchi caccia in dotazione all’Aeronautica polacca dai tempi del Patto di Varsavia – hanno il vantaggio che gli ucraini saprebbero pilotarli, ma hanno lo svantaggio d’essere tecnologicamente obsoleti.

Ma gli Stati Uniti e la stragrande maggioranza degli altri Paesi Nato pensano che il disegno polacco non sia “attuabile”, come spiega il portavoce del Pentagono, John Kirby: del resto, la mossa polacca nasce della speranza che l’artificio della triangolazione esponga meno Varsavia al pericolo di divenire bersaglio di una qualche rappresaglia ravvicinata russa; o le offra almeno il paravento statunitense. Ed ecco tornare il refrain occidentale di questa crisi: tutti sono contro Putin, ma nessuno ha voglia di morire per Zelensky (e neppure di restare al freddo).

No law zone

Commosso a favore di telecamera per l’eroica resistenza ucraina, il Partito Unico dell’Impunità Pd-Lega-FI-FdI-centrini approfitta della distrazione generale per combattere l’unica guerra che non comporta rischi, ma solo vantaggi: quella contro la Giustizia. In due mesi il Parlamento ha negato ai giudici l’autorizzazione all’arresto di Luigi “Giggino ’a Purpetta” Cesaro (senatore FI, imputato per camorra) e all’uso delle intercettazioni indirette di Cosimo Ferri (deputato Iv, sotto azione disciplinare al Csm per le cene con Palamara, Lotti&C.). Ha dichiarato insindacabile Carlo Giovanardi (ex deputato Ncd, imputato a Modena per “rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio e minaccia o violenza a corpo dello Stato con l’aggravante di aver rafforzato l’associazione mafiosa”). Ha trascinato alla Consulta col conflitto di attribuzioni i pm di Firenze che hanno osato acquisire le chat di un privato cittadino a colloquio con Matteo Renzi (senatore Iv, imputato per finanziamento illecito nel caso Open). E ieri ha negato ai giudici di Roma l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni indirette di Armando Siri (senatore leghista, imputato per due corruzioni). In tutti questi casi, escluso quello di Giovanardi, il Pd ha votato col fronte centrodestra-Iv, lasciando soli 5Stelle e LeU (con i rispettivi ex) a votare contro.

Una mano sporca lava l’altra e trasforma il Parlamento in una fabbrica di abusi di potere incostituzionali. La Costituzione vieta di intercettare senza autorizzazione i membri del Parlamento, non chi da fuori parla con loro. Ma, vista l’abitudine di molti eletti di commettere reati e di parlarne con i complici, Camera e Senato si sono inventati un’“immunità contagiosa” che copre anche i non parlamentari. Il caso Siri è tipico: nel 2018 il sottosegretario leghista viene beccato sei volte al telefono con l’imprenditore Paolo Arata (legato a un finanziatore di Messina Denaro e intercettato) a parlare di norme e altri favori ai suoi affari nell’eolico: Conte lo caccia. Ieri il Senato, su richiesta del Pd, spacchetta le sei conversazioni in due voti: no alle prime due “per l’incerta e implausibile configurazione del requisito di necessità”; no alle altre quattro perché “la Procura poteva rendersi conto del coinvolgimento di un parlamentare e sospendere immediatamente le captazioni”. Due voti fuorilegge: sulla necessità di un’intercettazione decide il gip, non il Senato; ed è demenziale smettere di intercettare un soggetto intento a delinquere perché ogni tanto parla con un parlamentare (sennò a uno stragista, per evitare le intercettazioni, basterebbe fare il numero di un deputato). Mentre sproloquia di No fly zone, questa banda di impuniti si è già creata la No law zone.

“Cuori selvaggi” in cerca di pace, ma nessuna censura alla Russia

Nemmeno la guerra contiene l’annosa verbosità italiana. Così ci vogliono quasi due ore di conferenza stampa, ieri al Teatro Astra di Torino, e un’estenuante maratona di chiacchiere spesso del tutto inutili, soprattutto quelle dei rappresentanti delle pubbliche istituzioni, per svelare il titolo della trentaquattresima edizione del Salone del Libro (al Lingotto Fiere dal 19 al 23 maggio) e snocciolare le prime anticipazioni sugli ospiti. Tutto ciò per ribadire, inoltre, che non vi sarà alcun boicottaggio di autori russi, ma nessun invito a delegazioni ufficiali dal Paese di Putin; e che invece sarà allestita una sorta di Casa della Pace, con scrittrici e scrittori ucraini.

Il tema della kermesse, dunque, è “Cuori selvaggi”. Ovvero – spiega lo scrittore Nicola Lagioia (confermato come direttore editoriale fino al 2023, poi si vedrà) – un modo per dire che “confidiamo nei cuori selvaggi affinché sconfiggano il selvaggio nei cuori. A chi appartengono i cuori selvaggi? A chi ha il coraggio di cambiare le cose, di costruire ponti, in nome dell’amicizia tra i popoli e anche tra le generazioni”.

Pace, ovviamente, per segnare un Salone che ritorna al suo tradizionale appuntamento primaverile dopo lo spostamento a ottobre, l’anno scorso, per via del Covid. E la retorica giusta, ma pur sempre, retorica, che “la cultura” – come ha detto uno degli intervenuti alla maratona oratoria – “è un vaccino contro la guerra”. Sicuramente più commovente di tanti discorsi, in apertura di conferenza stampa, è stata la lettura di testi di poeti ucraini e di un post drammatico di una donna da una delle città assediate in queste ore dai russi. E certamente più interessante, rispetto alle parole del sindaco di Torino e di un’assessora regionale, l’elenco di chi verrà al Lingotto. Si va da Joe R. Lansdale ad Annie Ernaux, dalla narratrice dell’Oman Jokha al-Harthi (autrice di Corpi Celesti, Bompiani) a Joël Dicker, che presenterà in anteprima il suo nuovo romanzo Il caso Alaska Sanders, in uscita per La nave di Teseo. E poi la statunitense Jennifer Egan (La casa di marzapane, Mondadori), il regista Werner Herzog, il cileno Benjamín Labatut, la spagnola Cristina Morales con Ultime sere con Teresa d’Avila (Guanda).

Non mancherà la memoria con i centenari della nascita di Pier Paolo Pasolini e Beppe Fenoglio, e il decennale della scomparsa di Enzo Sellerio. E non mancano, già adesso, le promesse di una Librolandia 2022 super: forse più editori, più spazi espositivi, più pubblico (si spera, almeno).

Liti, bugie e il rischio di addio: ecco gli U2 secondo The Edge

Un viaggio in dodici capitoli da Los Angeles a Berlino passando per il deserto del Mojave con epicentro Dublino. È l’incipit del libro di Andrea Morandi The Edge Oltre il confine, la prima biografia di David Howell Evans – chitarrista e compositore degli U2 –, frutto di un incontro tra l’autore e l’artista e di un lungo carteggio col management. Nato nel 1961, l’anno della costruzione del muro di Berlino – è il figlio di Gwenda e Garvin, provenienti dal Galles: non si sarebbero mai immaginati che un giorno al loro programma preferito – il Late Late Show di Gay Byrne – ci avrebbero rivisto il loro secondogenito. A sette anni la madre gli regalò una chitarra classica e qualche anno dopo sarà suo cugino a iniziarlo al rock di Derek and the Dominos, Slade, Beatles e Stones; ma è con un concerto dei Taste al Macroom Mountain Dew Festival che Dave prese la decisione di fare della musica la sua religione e del leader Rory Gallagher il suo mentore. Una mattina la madre gli racconta che al mercato ha incontrato la mamma di un suo compagno delle elementari. “Ma chi mamma?” “Adam si chiama e frequenterà la tua stessa scuola, il Mount Temple”. Nel frattempo il suo insegnante di musica gli consigliò di rispondere a un annuncio di un batterista di nome Larry Mullen Jr. e il 30 settembre 1976 si ritrovò al numero 60 di Rosemont Avenue. La “sala prove” era in realtà una cucina e oltre a The Edge e a suo fratello c’erano Larry, Adam Clayton e a un ragazzo di nome Bono: “Si presentò piuttosto spavaldo senza nemmeno uno strumento. Erano tutti tipi a posto, nessuno di loro si dava troppe arie o voleva essere migliore degli altri. Erano cinque pessimi musicisti: sapevano suonare?” Paul Hewson decise di chiamarsi Bono Vox, ispirandosi all’insegna di un negozio di apparecchi acustici su Earl Street e cominciò a millantare di aver già scritto un paio di canzoni. Dave si sentì sfidato e iniziò a scrivere quella che sarebbe diventata Life on a Distant Planet, la prima canzone degli U2, che ancora si chiamavano The Hype. La seconda arrivò poco dopo: Street Mission. Adam iniziò a fare telefonate ai locali di mezza Irlanda con un forte accento inglese, spacciandosi per il manager di quella nuova e promettente band.

La svolta arrivò da Youngline, una trasmissione della tv irlandese in cerca di giovani talenti, in visita alla scuola frequentata dai futuri U2: Bono convinse l’insegnante di musica a fare il nome degli Hype, e così un pomeriggio arrivò un funzionario della tv ad ascoltarli. Nervosi e in preda ad attacchi di panico suonarono Glad to See You Go spacciandolo come brano loro. Era, invece, il pezzo dei Ramones, ma il produttore non se ne accorse. Fu l’ultima volta che usarono The Hype: Adam chiese al suo amico grafico e musicista Steve Averill un consiglio per cambiare il nome del gruppo in U2. Clayton, figlio di un pilota della Royal Air Force sapeva bene cosa significasse: un aereo americano guidato dal maggiore Richard Heyser aveva fotografato una base missilistica a Cuba e aveva uno strano nome, U-2. Qualche tempo dopo Bono forgiò il soprannome di Dave, ispirato dal suo mento che disegnava uno spigolo: solo in seguito avrebbe significato il confine, simbolo di quelli superati con la sua chitarra e dei territori conquistati dalla band. Nella biografia oltre alle origini degli U2 ci sono altri punti cruciali due dei quali – per non spoilerarli – vengono solo accennati: il concerto a Sarajevo con Edge che canta da solo Sunday Bloody Sunday e l’impegno nella medicina dopo la malattia di sua figlia. Inoltre pochi sanno che a Berlino, nell’Ottobre 1990 durante la registrazione di Achtung Baby, gli U2 rischiarono la fine. Edge si separò dalla moglie Aislinn e alla depressione si aggiunsero pesanti scontri tra lui e Bono contro Larry e Adam. Fu Dave ad avere un lampo di genio inanellando due accordi con la prima sembianza di One, le fondamenta di un album rigenerante e del tour più innovativo della storia del rock, lo Zoo Tv Tour. Viene inoltre svelato il tremendo scazzo nato dopo l’esibizione del Live Aid, nella quale tra i brani in scaletta si sarebbe dovuta suonare Pride, ma la performance istrionica di Bono durante Bad si prolungò oltre il tempo stabilito. Nei camerini volarono gli stracci ma nessuno della band avrebbe poi immaginato che una settimana dopo tutti i loro album tornassero nelle prime posizioni in classifica tributando alla loro performance un successo oltre ogni immaginazione.

Saziati da 100 anni di Baci

Un uomo di colore balla amorevolmente con una giovane ariana: al tempo del fascismo solo la pubblicità poteva permettersi di andare controcorrente. È questo il caso della Perugina, che promuoveva così il suo “cioccolato al latte”. Ma è soprattutto con i suoi Baci che l’azienda non ha fatto sconti all’irriverenza.

I cioccolatini più venduti al mondo nacquero cento anni fa con l’intento di recuperare la granella delle nocciole scartata durante la produzione dei confetti. Ricoperti da uno strato di fondente, il primo Bacio aveva tutta l’aria di un “brutto ma buono”: ben lontano dall’immaginario romantico per cui lo conosciamo oggi. L’idea arrivò dall’estro dell’imprenditrice perugina Luisa Spagnoli che, volitiva e pragmatica com’era, li chiamò subito “Cazzotti” per la forma che dava la nocciola intera appoggiata sopra alla base. Ma Giovanni Buitoni, figlio del socio fondatore Francesco Buitoni e all’epoca suo amante, osservò sconsolato: “Come avrebbe potuto un cliente entrare in un negozio e chiedere, magari a una graziosa venditrice: ‘Per favore, un cazzotto?’. Sarebbe stato molto più appropriato chiedere un bacio”. E così fu.

Per aggiungere un pizzico di romanticismo, ogni cioccolatino venne avvolto in un messaggio d’amore. Bigliettini che pare siano ispirati a quelli “affettuosi” che si scambiavano Buitoni e la Spagnoli: lei, per non farli trovare al marito Annibale che si aggirava nell’azienda, li nascondeva proprio negli incartamenti del cioccolato.

La Perugina, negli anni Venti, si stava riprendendo grazie alla nuova direzione di Giovanni Buitoni, che nel 1909 aveva salvato l’azienda dal fallimento. Fatti i Baci, serviva qualcuno che li facesse conoscere al mondo. Buitoni chiamò come direttore artistico Federico Seneca, futurista e amico di Gabriele D’Annunzio. Fu di Seneca l’idea di inserire le famose frasi d’amore nell’incarto dei cioccolatini. Il disegnatore di Fano, poi, si distinse subito per i cartigli alquanto sfacciati. E finì che alcuni Baci arrivarono alla Santa Sede, di cui la Perugina era fornitrice ufficiale, con i maliziosi messaggi: “Meglio un bacio oggi che una gallina domani”, oppure “Se puoi baciar la padrona, non baciar la serva”. Sotto a queste citazioni compariva una firma solenne e ambigua: “Seneca”. Ma il Vaticano non capì, e inviò una lettera infuocata all’azienda chiedendo chi avesse vilipeso il noto filosofo romano con certe scemenze. Toccò poi a Buitoni spiegare l’equivoco.

Non contento di prendersi gioco della Chiesa, Seneca sfidò pure il regime. Sempre alla fine degli anni Venti, creò il cartellone del cioccolato al latte illustrandolo con due giovani danzatori. Piccolo particolare: il ballerino, un ragazzo “nero”, palpeggiava il seno di una ragazza “bianca”. Di lì a poco, nel 1937, un anno prima delle leggi razziali, fu approvata la legge che vietava i matrimoni misti, dapprima fra “fra cittadini e sudditi”, ovvero gli africani delle colonie, poi tra persone di “razza ariana” e quelle di “altra razza”, leggasi “ebrei”. Per quella pubblicità, tuttavia, nessuno osò (ancora) protestare. Anzi, Filippo Tommaso Marinetti scrisse a Seneca una dedica, riconoscendo all’artista la capacità di aver creato la réclame moderna, quando ancora non faceva parte della propaganda. Solo Leo Longanesi osò ribattere che Seneca “sudicia i muri con i suoi orridi manifesti”.

Negli anni Trenta, l’azienda lanciò anche il concorso a premi con le figurine dei Quattro moschettieri. Questa trovata, più orientata alla promozione del consumo di massa che all’autarchia fascista, rivoluzionò la comunicazione commerciale. Le figurine non rappresentavano personaggi convenzionali, ma caricature. Il Feroce Saladino aveva una certa somiglianza con Mussolini. Calvo, petto in fuori e pugni sui fianchi: i bozzetti di Angelo Bioletto, esposti al Museo della Perugina, lasciano pochi dubbi. Ma l’ultima provocazione, che il Duce questa volta non perdonò, arrivò dal “quinto moschettiere”, sempre lui: Giovanni Buitoni. L’enorme esposizione personale derivata dal concorso di figurine generò più di un attrito tra l’imprenditore e il Partito nazionale fascista. Anche per questo, nel 1939, Buitoni emigrò in America: la prima cosa che fece, appena arrivato a New York, fu aprire uno Spaghetti Bar a Times Square.

Spinelli dona 40 mila euro al Comitato Toti 5 giorni dopo il rinnovo al porto di Genova

Lo scorso 7 dicembre, quattro società che fanno capo ad Aldo Spinelli – 82enne imprenditore, commendatore, ex presidente di Genoa e Livorno – hanno donato 40mila euro al Comitato Giovanni Toti Liguria. Cinque giorni prima, Spinelli aveva ricevuto la notizia che aspettava da due anni. Rinnovo della concessione di uno dei terminal più importanti del porto di Genova: quello delle rinfuse. La concessione, trentennale, se l’è aggiudicata Terminal Rinfuse Genova Srl, società controllata dal gruppo Spinelli (55%) e partecipata (45%) dalla Msc, la multinazionale del miliardario Gianluigi Aponte, leader mondiale della logistica conosciuta soprattutto per le crociere. Ad affidare alla joint venture Spinelli-Aponte (avviata nel 2017, fatturato nel 2020 di 5,8 milioni di euro) la gestione per i prossimi 30 anni del terminal è stata l’Autorità portuale di Genova. È guidata da Paolo Emilio Signorini, il dirigente voluto nel 2015 da Toti in Liguria come segretario generale della Regione, poi arrivato al vertice dell’autorità portuale su nomina del ministero delle Infrastrutture e d’intesa con il presidente della regione. Il 2 dicembre la commissione consultiva e il comitato di gestione dell’Authority hanno votato a favore del rinnovo per Spinelli e Aponte a fronte di un investimento previsto di 55 milioni e un’occupazione, a regime, di 93 dipendenti. Il 7 dicembre sul conto del Comitato di Toti sono arrivati quattro bonifici, ognuno da 10 mila euro, da quattro società controllate dalla famiglia Spinelli: Centro Servizi Derna Spa, Saimare Spa, Spinelli Srl, Terminal Rinfuse Genova Srl. Tutto registrato sui resoconti pubblici delle donazioni ai partiti. Perché donare 40mila euro al Comitato di Toti cinque giorni dopo il rinnovo della concessione? Le due “cose sono completamente separate”, dice Aldo Spinelli. Contattato per un commento, l’imprenditore spiega di aver fatto la donazione “per le elezioni del sindaco di Genova, Marco Bucci”, che si terranno in tarda primavera. “La faremo anche per altri e l’abbiamo sempre fatto: per il Pd, per Forza Italia, per la Lega, per chi ce l’ha chiesto”. Adesso perché donate a Bucci? “Perché Genova si sta finalmente trasformando, le opere strategiche che stanno decidendo Toti, Bucci e Signorini miglioreranno molto la città”. Perché donare a Toti e non a Bucci, visto che sono elezioni per il sindaco? “Perché Toti e Bucci sono insieme”, dice Spinelli.

Da Moro a Ustica: il Senato desecreta gli atti sulle stragi

Metti per caso insieme un senatore e un ex magistrato entrambi testardi a dir poco. Risultato? Dopo molte resistenze è stato rimosso il segreto di Stato su 1900 pagine conservate negli archivi di Palazzo che riguardano il rapimento Moro, l’agguato di Peteano e Gladio. Una prima tranche di 130 mila pagine sulla Spoon river della Repubblica, da Piazza Fontana alla P2, da Ustica all’Italicus passando per la strage di Bologna, che saranno rese via via disponibili dopo il pressing su Palazzo Chigi del senatore Gianni Marilotti che presiede la commissione Biblioteca di Palazzo Madama e l’assist di Felice Casson che aveva chiesto di acquisire tutta la documentazione conservata al Senato e ancora “classificata” nonostante le direttive Prodi (2008), Renzi (2014) e Draghi (2021) sulla desecretazione degli atti. “Atti che rischiavano di rimanere top secret a causa di un regolamento secretato dall’intelligence di cui abbiamo chiesto conto al Copasir” spiega Marilotti. Che, per superare l’impasse, si è rivolto direttamente al Dipartimento delle informazioni per la sicurezza diretto da Elisabetta Belloni, ottenendo una settimana fa il via libera: la commissione Biblioteca del Senato potrà rendere fruibile tutta la documentazione in possesso superando la necessità di interpellare gli enti di origine, che spesso negavano le autorizzazioni o non rispondevano affatto. “Non si troverà una risposta alle stragi – ha spiegato Casson – ma si ricostruisce un puzzle che aiuterà a capire i fenomeni e ad arrivare alla verità”.