Trincee “Nessuno tocchi la cultura russa: è patrimonio dell’umanità”

Gentilissima Redazione, mi sento di lanciare un appello per difendere la cultura russa alla luce di quanto sta avvenendo. Nessuno avrebbe mai diviso gli scrittori russi per “regionalità” e uso a proposito questo termine al posto di “nazionalità”. Gogol era russo: non so se si sentisse ucraino. Avrei voluto scrivere un pezzo una settimana fa dal titolo “E Tolstoj si è girato dall’altra parte”, ma non ne sono stato capace. Io non sono nessuno e non ho capito nulla di ciò che sta accadendo, ma conosco la cultura russa e sono stato spesso in Russia.

È come se, tra qualche giorno, si impedisse agli occidentali l’ingresso all’Ermitage o se ne chiedesse la distruzione, come se si impedisse di ascoltare Tchaikovsky o di vedere i video di Nureyev o di leggere Tolstoj. Non esiste, a mio avviso, alcun legame tra ciò che sta accadendo e l’antica cultura russa: che facciamo? Oscuriamo la sorprendente opera del regista Baracco su Raiplay che ha portato in teatro Guerra e pace? Se ci fosse una guerra civile italiana tra un Nord conquistatore e un Sud conquistato, qualcuno troverebbe Manzoni un nemico della cultura perché apparteneva a quella realtà da cui proviene l’attacco? No!

Daniil Charms, un autore russo del primo Novecento, scrive due pezzetti molto belli su Puskin e Gogol che ho rintracciato nel volume Sanguina ancora di Paolo Nori. Charms si chiede chi sia più grande tra Puskin e Gogol, “ma dopo Gogol a scrivere di Puskin viene quasi vergogna. E di Gogol scrivere non si può. Allora meglio se non scrivo niente di nessuno”. Ecco qui: forse una pagina bianca nel vostro giornale sarebbe utile come monito contro chi si affanna per comprendere qualcosa di incomprensibile. Io non ho capito nulla e sono per la pace non armata (la pace è armata?) e spero che un movimento popolare in Russia possa far saltare il banco…

Forse una pagina con tutti i nomi degli uomini di cultura russi antichi e odierni può far rendere conto di quel patrimonio che non ha confini.

Un appello necessario. Grazie.

Domenico Cifù

Come romba Lucio Dalla in Rai

Cosa sarebbe di noi senza gli anniversari? Di tutti quei grandi del passato che hanno reso noialtri vivi i follower dei morti? Di anno in anno le nascite decrescono, ma in compenso le celebrazioni aumentano, non ci sono che i vecchi amori a farci battere davvero il cuore, nell’invasione dell’angosciante spazzatura quotidiana lo streaming è diventato il nostro corridoio umanitario. Non è nostalgia dei bei tempi andati: il passato è una parola a rischio se, per esempio, parliamo di Lucio Dalla.

La benemerita Domenica con di Rai Storia (il più benemerito tra i canali televisivi) ha affidato il palinsesto a Ron per il centenario dalla nascita del suo caro amico, così abbiamo potuto rivedere le sue non poche missioni speciali in tv. Dalla è stato il meno snob tra i grandi cantautori della sua generazione, sgommava a 200 all’ora nel bianco e nero del secondo canale come Nuvolari nella polvere delle Mille Miglia. Si è potuto rivedere Automobili (ora anche su Rai Play), trasposizione visionaria dell’ultimo album tra quelli scritti con Roberto Roversi negli anni Settanta, gli anni alchemici dove il piombo diventava oro, che diventava piombo, che diventava oro. Non eran quelli anni da anniversari, da venerati maestri, e nemmeno da soliti stronzi. Piuttosto, da giovani promesse come Paolo Conte, Francesco Guccini, Roberto Benigni; ma anche Lucio da solo, basco, poncho, Ray-ban, maglione boliviano, lanciato verso il Duemila come una promessa mantenuta in corsia di sorpasso. Dovessimo suggerire un vaccino per proteggerci dalla morsa che stringe le sorti dell’umanità in questi anni di cemento, noi diremmo Lucio Dalla, obbligo di ascoltare Nuvolari, Futura, L’anno che verrà, Cosa sarà, La sera dei miracoli… Una, due e anche venti dosi, così Crisanti è contento. Ora che il Duemila lo abbiamo alle spalle, Lucio è sempre lì davanti a noi, con il suo poncho e il suo basco, come se il tempo gli scorresse all’indietro, a indicarci la nostalgia dei tempi futuri.

La questione Zelensky, eroe molesto

Noi sgomenti e impotenti spettatori abbiamo come l’impressione che, ultimamente, il premier ucraino Zelensky, più ancora del “criminale di guerra Putin”, abbia come bersaglio costante i governi cosiddetti alleati a cui non risparmia critiche e reprimende per la tiepidezza (e forse anche viltà) che dimostrano nei confronti del nemico comune. Fino a profetizzare che “questo conflitto non finirà così, ma scatenerà una guerra mondiale poiché questa bestia più mangia e più vorrà mangiare”. Cosicché i vari Biden, Macron, Scholz, Johnson, Draghi, si trovano nella scomoda situazione di chi non può replicare a tono. Che una terza guerra mondiale, per esempio, potrebbe divampare forse già un minuto dopo la creazione di quella no fly zone sollecitata dall’uomo di Kiev. Non appena un aereo russo fosse abbattuto da un caccia Nato (o viceversa). Imbarazzante, infatti, per chi se ne sta al sicuro e al calduccio (chissà ancora per quanto) polemizzare con un eroe asserragliato a difesa del proprio popolo, e a rischio continuo della propria vita. Parliamo dello stesso eroe che la “bestia” di Mosca aveva ampiamente sottovalutato nel progettare un’invasione che, secondo i calcoli, avrebbe comportato, in due o tre giorni, la resa dell’Ucraina con la fuga del comico-presidente. Eh sì, questo personaggio spuntato dal nulla che da due settimane, barba lunga e canottiera militare, arringa l’universo mondo in diretta tv potrebbe avere rotto le classiche uova nel paniere a nemici e amici. Come simbolo di una resistenza senza se e senza ma, ha colpito in contropiede pure quella strategia terzista convinta che con l’immediata cessione al Cremlino di Donbass e Crimea, più una esplicita dichiarazione di neutralità, il mondo avrebbe tirato un sospiro di sollievo e questa brutta storia sarebbe stata archiviata per poi procedere tutti festosamente verso le vacanze pasquali. Vero che Zelensky ha aperto uno spiraglio sulle possibili concessioni alla Russia, ma con gli eroi non si può mai sapere (“Beati quei popoli che non ne hanno bisogno”: Bertolt Brecht aveva capito tutto in anticipo).

Rispetto alla Russia, l’unica vera certezza sono i (troppi) dubbi

In questi tempi di sangue, invidio le certezze che in tanti dimostrano di avere. Invidio quelle dei commentatori tv, sicuri che per far finire la guerra e riportare all’ordine Vladimir Putin bisogna armare gli ucraini e inasprire le sanzioni. E invidio pure quelle dei pacifisti a ogni costo: un’esigua minoranza, diventata il surreale bersaglio di quasi tutti i giornali, convinta che la guerra finirà solo se gli ucraini smetteranno di combattere e si arrenderanno all’invasore. Io, ve lo confesso, di certezze invece non ne ho. Se penso al popolo ucraino che ha eroicamente deciso di difendere la patria pur sapendo di essere verosimilmente destinato alla sconfitta, il cuore mi dice che dare una mano è un dovere. Restare fermi, non inviare missili ed esplosivi o impedire a chi viene dall’estero di arruolarsi nelle brigate internazionali, mi sembra omissione di soccorso, vigliaccheria, diserzione. Ma se poi ascolto il cervello intuisco che altre armi e altri uomini significheranno altro sangue e soprattutto il sangue di chi la guerra non la vuole o non la può fare: i civili. Mi viene in mente allora Gino Strada, che raccontava come in Afghanistan solo il 7 per cento delle decine di migliaia di persone accolte dagli ospedali di Emergency fosse un combattente: tutti gli altri erano donne, bambini, anziani, semplici cittadini la cui unica colpa era quella di essere nati nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Ecco allora che penso: arrendersi è giusto perché è il male minore. Che diano a Putin la Crimea, il Donbass, la neutralità e la testa (politica) del presidente Zelensky! Eppure, se ci rifletto, anche questo ragionamento non torna. Perché gli ucraini di arrendersi non ne vogliono sapere e perché nessuno è in grado di dire se Putin, una volta presa Kiev, non passerà alla Moldavia o addirittura alle Repubbliche baltiche visto che il suo alleato bielorusso reclama uno sbocco al mare. Così la guerra totale, che non voglio, diventa di nuovo ineluttabile come purtroppo era diventata ineluttabile la Prima guerra mondiale scoppiata senza che nessuno realmente la volesse. Perché poi, te lo spiegano sempre in tv i tanti commentatori che in vita loro non hanno mai visto un morto ammazzato o annusato l’odore del sangue e della carne bruciata, bisogna ricordarsi di cosa accadde dopo. Bisogna ricordarsi del 1938. Bisogna rammentare cosa fece Hitler quando gli altri Paesi del mondo festeggiarono una breve pace permettendogli di annettersi i Sudeti. E allora, mi dico, è giusto mettersi di mezzo. È giusto provare a piegare la Russia con sanzioni sempre più dure. È giusto decidere di restare al freddo rinunciando persino, come fanno Usa e Gran Bretagna, a gas e petrolio, anche se noi a differenza loro non sappiamo come sostituirli. Già, è giusto. Perché senza gli 800 milioni di euro che ogni giorno l’Europa versa a Mosca in cambio di combustibili, Putin si ritroverà nell’angolo. Senza soldi, senza amici. Nell’angolo. E quindi, penso, tratterà. Solo che dopo un attimo non ne sono più sicuro. Perché ha 5.500 testate nucleari che la Germania non aveva. Perché spesso le belve ferite fanno gesti inconsulti. E allora spero nella mediazione della Cina, in quella di Israele. Non prego perché non ci credo, ma alzo gli occhi al cielo per guardare le stelle. Chissà se tra un anno io e mia figlia le potremo ammirare ancora? La storia ci insegna che le guerre, anche le nostre, a volte scoppiano per caso. Così oggi ho un’unica certezza. Quella di Albert Einstein: dopo la terza guerra mondiale, la quarta verrà combattuta con pietre e bastoni.

 

Tragedie. È la povera gente a perdere sempre le guerre, anche quando vince

Se dobbiamo dare un nome alle assurdità che una guerra si porta appresso, sceglierei senza dubbio quello di Alexander Gronsky, la cui storia è rimbalzata sui giornali in questi giorni. Bravissimo fotografo, invitato a una prestigiosa mostra in Italia (a Reggio Emilia) e prontamente rimbalzato in quanto russo. Poi, quando hanno tentato di dirglielo – che non lo vogliamo perché è russo – hanno scoperto che era stato fermato dalla polizia (russa) perché manifestava contro Putin. In pratica, abbiamo applicato le sanzioni a un nostro amico.

Non mi addentrerò nelle recenti rappresaglie contro la cultura russa, si è già sfiorato il ridicolo (per parlare di Dostoevskij dovresti parlare anche di scrittori ucraini – non che ne manchino – per una specie di par condicio letteraria). Più strabiliante l’annuncio della Siae di “sospendere i pagamenti alle società d’autore russe”, cioè di non pagare gli artisti russi che vendono qualche libro qui, o dirigono opere, o le cantano, o fanno qualunque altro lavoro che meriti la tutela della loro opera. In pratica si penalizza una categoria, quella della produzione culturale, che già viene bastonata in patria, tra censure, divieti, pressioni, media soffocati, persino parole vietate (“guerra”). Il poeta russo non prende i suoi cento euro dall’Italia, sai Putin quanto soffre.

Ora che in tivù sono tutti strateghi geopolitici-militari-campioni-di-Risiko, sarebbe bello che qualcuno indicasse un altro fronte, quello interno russo, quella che una volta si chiamava “la dissidenza”, e che oggi dimostra una notevole determinazione (manifestare contro la guerra a Mosca, o a San Pietroburgo, richiede abbastanza coraggio). Ed è anche innegabile che le due cartine non corrispondano, perché ora ci sono Europa e Russia divise da una guerra, ma se si guarda la mappa della letteratura europea, per dire, o della musica, sfido chiunque a tenere fuori i russi, e gli ucraini, impossibile. Forse dovremmo, invece che dire “russo, stai a casa tua”, offrirgli di venire qui, a dipingere o scrivere o cantare l’opera o fotografare. Cioè, se come si sostiene con molte ragioni, la guerra è una guerra imperiale di Putin, che porterà gravissimi danni anche al suo popolo, allora qui servono più russi, non meno russi; e il corso su Dostoevskij dovrebbe farlo Rai1, per tutti. Non è una cosa che riguarda solo il mondo culturale, ovvio. Qui ci aiuterebbe addirittura Brecht, a ricordarci che le guerre le perde sempre la povera gente, anche quando le vince.

Nel dibattito interno, invece, siamo al paradosso: chi parla di Putin come di un tiranno da anni, da decenni (la Cecenia, Anna Politkovskaja, il polonio nella minestra) viene ora accusato di intelligenza col nemico, pacifista malpancista, imbelle e altri epiteti da anni 20; mentre chi indossa l’elmetto più prontamente, governa insieme a chi amico di Putin lo è stato davvero, e vi risparmio la passerella polacca di Salvini, dimostrazione lampante che la guerra stermina tutto ma non il ridicolo. In più, se si fa la guerra ai russi (addirittura ai russi nati duecento anni fa) si alimenta la convinzione che si sia in guerra con un popolo, e non con il suo zar aggressore, e questo aumenterà le tensioni, non le appianerà di certo. Si sa che la guerra, per sua stessa natura, genera miopie varie, istinti di semplificazione, schieramenti netti e del resto si tratta di un sistema piuttosto primitivo a cui media e comunicazione si accodano volentieri.

 

Mafiopoli fu la gemella diversa di Tangentopoli

Qualche tempo dopo Tangentopoli partiva a Palermo Mafiopoli, cioè il riscatto del nostro Paese dopo lo tsunami delle stragi di mafia del 1992. Le due vicende si prestano, per alcuni profili, a un confronto.

All’inizio, Tangentopoli e Mafiopoli erano persino, come dire, gemelle. Ricordo alcuni cartelli di giovani manifestanti sui quali stava appunto scritto “Borrelli-Caselli-Gemelli”. Perché a Milano, come a Palermo, la magistratura stava dando corpo e dignità a una frase (“La legge è uguale per tutti”) da sempre roba ghiotta per comici e cabarettisti. La giustizia era considerata come un inganno o un’illusione. Il diritto e chi lo amministrava non erano amati, soprattutto da coloro su cui pesavano secoli di misfatti e sfruttamenti.

Questi pensieri erano radicati nel senso comune e nella cultura popolare, tanto che il proverbio siciliano Giustizia stava scritto su ’u portone e ci credette ’u minchione si ritrova, con poche varianti, in molti dialetti del Paese. Un messaggio ripreso poi da Calvino coi suoi racconti e dalle canzoni di De André. Tangentopoli e Mafiopoli invece avevano in comune la novità di accendere la speranza che la giustizia riuscisse a rendersi credibile, finalmente occupandosi non più soltanto dei poveri diavoli.

La sovrapponibilità fra Milano e Palermo però non dura molto. Nel senso che il consenso e gli osanna per Tangentopoli continuano per un bel po’, mentre per Mafiopoli subentrano presto indifferenza e ostilità. La svolta è rappresentata dal processo Andreotti. Un processo “che non s’ha da fare”, perché contrasta il tentativo diffuso di far passare una lettura dei rapporti mafia-politica in chiave di “riduzionismo/negazionismo”: proponendo la cronaca surreale di una modesta e arretrata realtà periferica, di una “mala-politica” locale che non avrebbe mai contaminato quella nazionale. Mentre proprio gli atti del processo Andreotti scandiscono – al contrario – i tempi della storia nazionale.

Per chiunque voglia informarsi appena un po’ i fatti sono noti. Andreotti è stato dichiarato responsabile per aver commesso fino al 1980 il reato di associazione a delinquere con Cosa Nostra; reato commesso (e provato) ma prescritto. E tuttavia il macigno della parola “commesso” è stato disinvoltamente sbriciolato parlando di assoluzione, quasi potesse esistere in natura una formula illogica e assurda come “assolto per aver commesso il fatto”. Eppure proprio questo è stato fatto credere al popolo italiano, ingannandolo. Ma quel che qui mi preme maggiormente sottolineare è che per rendere digeribile lo stravolgimento, fino alla negazione della verità su Andreotti, si è reso necessario bypassare la montagna di risultati positivi che a Palermo, dopo le stragi del ’92, si erano ottenuti sul versante dell’ala militare di Cosa Nostra: arrestando latitanti come non mai, né prima né dopo; confiscando beni mafiosi per importi ingentissimi; ottenendo condanne per 650 ergastoli oltre a decine e decine di anni di reclusione. Tutto inghiottito dalla mistificazione organizzata per il processo Andreotti.

Tant’è che ancora oggi – per lo più – le cronache e le storie di Palermo saltano a piè pari i sette anni del dopo-stragi, passando direttamente dalla stagione di Giovanni Falcone alla gestione di Grasso (secondo alcuni un “normalizzatore” della Procura), facendo apparire come irrilevante, vuoto di fatti che valga la pena ricordare, il periodo dei cattivi “caselliani” (copyright Marcello Dell’Utri). Per non correre il rischio che sia indebolita la favoletta di Andreotti perseguitato da magistrati creativi in vena di rincorrere fantasiosi teoremi.

C’è ancora un punto che avvicina Tangentopoli e Mafiopoli ed è il decreto “salva-ladri” voluto da Berlusconi, servitogli dal suo guardasigilli Biondi. Decreto precipitosamente ritirato dopo un pronunciamento dei magistrati del pool di Milano, che ne avevano denunziato a reti televisive unificate (minacciando di dimettersi) l’intollerabile offesa al più elementare senso di giustizia. Questo impatto mediatico è stato certamente decisivo, ma un qualche contributo al ritiro del decreto è venuto anche da Palermo. A Maroni, allora ministro degli Interni, come procuratore capo rappresentai che nel “salvaladri” c’era una norma capace di vanificare un’infinità di inchieste di mafia, consentendo agli interessati di poterne avere notizia prima ancora, in pratica, che le indagini fossero cominciate. Maroni (lo ha confermato in più occasioni, anche in pubblica udienza) lo segnalò al governo, dando l’avvio a una specie di slavina che porterà poi alla crisi dei rapporti fra Lega e Berlusconi.

 

Ora Bruxelles metterà fine alla collaborazione con le aziende “Tracchia”

Riassunto delle puntate precedenti: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia hanno invaso con 5000 mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur, mettendolo sotto assedio. Dimitri Utkin, il capo degli Spetsnaz al soldo dei Tracchia, ospite da Giletti ha dichiarato: “Completeremo la smilitarizzazione del centro commerciale. Le gemelle devono riconoscere l’Ipercoop al pianterreno come proprietà dei Tracchia, così come l’indipendenza dei negozi Sandro Ferrone e Kasanova.” Giletti: “Non teme l’allungarsi del conflitto?” Utkin: “No, ‘Amici’ lo sto registrando.” “Bombarderete anche Decathlon?” “No, prima aspettiamo che ci arrivi tu come corrispondente.” In arrivo un nuovo pacchetto di sanzioni: Bruxelles metterà fine alla collaborazione scientifica con le aziende dei Tracchia, brevetti lucrativi come il cappello che saluta da solo, lo smog mentolato, e la bistecca irrestringibile. I Tracchia hanno stilato una lista degli Stati complici delle gemelle, fra cui Europa, Australia, Gran Bretagna, Canada, Nuova Zelanda, Giappone, Taiwan, Stati Uniti e San Marino. Mentre fioccano i tweet perculanti (“Si sono scordati lo Stikazzistan”, scrive @AmoR_Tacci), e la Russia si dice “terrorizzata” da San Marino (“ah ah ah”), gli analisti fanno notare che i Tracchia, filorussi, riconoscendo Taiwan come ostile offrono alla Cina, filorussa, un ottimo pretesto per attaccarla, e dare inizio alla Terza guerra mondiale, un’eventualità catastrofica, specie se penso a quello che ho speso per imparare la macarena. Del resto, cosa ci può aspettare da un Dio che ha crocefisso suo figlio? La Cina comunque si è offerta di mediare fra le parti in guerra. “Vi ospitiamo noi. Però solo vaccinati. Grigliata di pipistrelli?” Il primo ministro giapponese è furibondo per l’inclusione del Giappone nella lista: “Stanco: entrando in una locanda, fiori di glicine!” ha esclamato. Dopo la notizia che la Russia valuta di interrompere la fornitura di muesli ai Paesi europei schierati con le gemelle, il prezzo del muesli in Europa ha superato, per la prima volta nella storia, i 3.900 dollari al metro cubo. “L’Europa dovrà affrontare grossi problemi di colazione il prossimo inverno se non smetto di telefonare a Putin,” ha affermato Macron mentre leccava la passera a Brigitte, la sua prima colazione. Ma Brigitte lo ha rassicurato: “Tesoro, qui ce n’è per tutti.” I Tracchia, intanto, bombardavano Bershka, Swarovski, Thun, dicendosi rammaricati che nessuno dei corridoi umanitari fosse pienamente operativo per colpa dei ‘nazisti reclutati dalle gemelle’. Le gemelle (due terroriste dei Nar in pensione che a 82 anni sono ancora legate dal cordone ombelicale, ci stendono i panni) hanno replicato: “I corridoi umanitari aperti dai Tracchia portavano a un loro smorzo a Mostacciano, una proposta immorale.” “Fanculo!” ha detto Tracchia, la faccia come un’ascella infiammata. “Chi cazzo vi credete di essere?” “Sei un pezzo di merda. Ecco chi siamo,” hanno risposto le gemelle. Ma adesso basta parlare dei negoziati. Nel primo pomeriggio, il centro commerciale è stato colpito con missili Grad vecchio modello, Grad nuovo modello, e missili Buratino: il video dell’attacco, ripreso con il cellulare da C.F., una massaia del Torrino, è venuto mosso. Feriti militari, giornalisti e anche due persone. I feriti gravi sono stati ricoverati negli ospedali privati della zona, che con professionalità continueranno a fare la cresta sui rimborsi regionali.

(7. Continua)

 

Con la riforma niente nuove tasse solo fino al 2026. E non ce la impone la Ue

“Nessuno pagherà nuove tasse”. Così il premier Mario Draghi ha rassicurato la sua traballante maggioranza che resta spaccata sul catasto. Il centrodestra vuole comunque abrogare l’articolo 6 della delega fiscale che riforma il sistema con cui lo Stato tiene conto dei beni immobili, delle loro caratteristiche, del valore commerciale e delle tasse di cui sono oggetto. Ma quali saranno gli effetti?

La riforma. La risposta è: nessuno effettivo fino al 2026, perché una delle riforme incompiute (prevista anche nel 2014 dal governo Renzi e poi caduta nel vuoto), e che sta più a cuore al premier che l’ha resa vincolante per accedere alle risorse del Pnrr (almeno così sostiene Draghi), verrà approvata sì dal suo governo, ma entrerà in vigore solo tra quattro anni. Quando, in altre parole, ci sarà un nuovo esecutivo che – secondo la riforma – dovrà aggiornare la mappatura degli immobili alla ricerca di un milione di case fantasma o dei 2,7 milioni di edifici di cui non è noto l’utilizzo (punto su cui c’è totale convergenza dei partiti), ma anche adeguare le rendite catastali i cui nuovi valori non potranno però essere usati per il calcolo delle imposte, rimanendo in vigore quelli attuali.

Gli effetti Tecnicamente si dice che è una clausola a invarianza fiscale. I partiti però non credono alla semplice “operazione trasparenza” annunciata da Draghi, temendo un aumento di tutti quei tributi che colpiscono i fabbricati (Imu, Tari, Irpef, imposta di registro, ipotecaria, catastale, sulle successioni, sulle donazioni ecc.). Del resto, non solo non si sa quale coalizione di governo ci sarà nel 2026, ma la riforma non è neanche chiara negli obiettivi finali del ricalcolo dei valori, come ha rilevato l’Ufficio parlamentare di Bilancio lo scorso novembre: “In un ridisegno complessivo e organico del sistema fiscale si aspetterebbe di trovare indicazioni sul coordinamento della tassazione reddituale e patrimoniale sugli immobili”.

Gli aumenti. È certo che per allora gli immobili avranno certificati due valori: uno vecchio ai fini tributari e uno nuovo di mercato con un’enorme differenza se si pagassero le imposte sui nuovi valori. Secondo uno studio della Uil, le rendite potrebbero aumentare del 128,3% con punte del 189% a Trento, 183% a Roma, 164% a Palermo, 155% a Venezia e 123% a Milano. Mentre passerebbe da 896 euro a 1.150 l’impatto dei nuovi valori sull’Imu sulle seconde case. C’è poi un altro rischio sollevato dagli Enti locali: nel caso in cui i nuovi parametri fossero utilizzati per il calcolo dell’Isee, ci sarebbe indirettamente un aumento della tassazione con la perdita di eventuali agevolazioni.

Il Pnrr. Nonostante la vulgata, a imporre la riforma non è l’Ue. Il rapporto con le “Raccomandazioni” per la realizzazione del Pnrr indicano infatti nella delega fiscale solo una riforma di accompagnamento che non è vincolante per accedere alle risorse.

Sperequazione&paradossi L’ultima riforma del catasto è datata 1989, poi tra il 1996 e il 1997 le rendite catastali sono state alzate del 5%. E dal 2005, i Comuni possono chiedere il “riclassamento” di singoli immobili o di intere aree. Piccole modifiche che in 30 anni non hanno mai risolto un paradosso: le case di pregio nei centri storici hanno rendite catastali più basse al contrario degli immobili situati in periferia e costruiti più recentemente, dove abitano le famiglie di ceto medio-basso che, con la revisione, potrebbero beneficiare di un effetto reredistributivo pagando meno di quelle più abbienti. Così come, segnala il “Coordinamento sicurezza idraulica” del municipio X di Roma-Ostia, senza un aggiornamento delle rendite, migliaia di proprietari di case ricadute in aeree dichiarate a rischio idrogeologico pagano le stesse tasse nonostante la svalutazione dell’immobile.

La possibilità di una patrimoniale, come quella che nel 2012 ha portato in dote al governo Monti 22 miliardi estendendo l’Ici-Imu all’abitazione principale, fa tremare un quarto dei proprietari di immobili il cui valore medio, secondo il Sole 24 Ore, è il 26% di quello riconosciuto dal mercato. Sempre che la politica ceda.

Catasto, retromarcia di B. Destra unita contro Draghi

Lo scouting di Antonio Funiciello per rompere il fronte del centrodestra non è bastato. Nei giorni scorsi il capo di gabinetto del premier Mario Draghi aveva convocato a Palazzo Chigi Antonio Martino (capogruppo di Forza Italia in commissione Finanze), il capogruppo azzurro Paolo Barelli e chiamato uno ad uno i componenti azzurri della commissione. “Rompete con la Lega sul catasto, non votate con loro l’emendamento dell’opposizione: sarebbe molto grave” era stata la minaccia giunta da Palazzo Chigi dopo quella della settimana scorsa della sottosegretaria all’Economia Maria Cecilia Guerra secondo cui “se non passa la riforma del catasto cade il governo”. Lo scouting di Funiciello nelle ultime ore sembrava aver convinto Forza Italia, che lunedì annunciava di voler spaccare il centrodestra astenendosi sull’emendamento di “Alternativa c’è” – gli ex 5 Stelle – per eliminare la riforma del catasto dalla delega fiscale. Un’apertura, spiegano fonti azzurre, per mostrare segni di dialogo con l’esecutivo. Ma Draghi ha deciso di non scendere a compromessi: si va avanti, niente mediazioni.

“Il catasto è fondamentale per discutere la delega sul fisco” faceva sapere ieri pomeriggio una fonte di governo comunicando l’intenzione di non voler rimandare il voto. Muro contro muro: il governo non poteva stralciare una parte così importante della delega fiscale, il centrodestra non poteva permettersi di ingoiare il boccone amaro di nuove tasse sulla casa (anche se dal 2026) a un anno dalle elezioni politiche. Tant’è che il capogruppo di FdI alla Camera Francesco Lollobrigida agitava il drappo rosso dell’Imu davanti agli alleati: “Le forze di centrodestra agiscano coerentemente e votino contro nuove tasse come hanno detto in campagna elettorale”. E così ieri è arrivato il dietrofont di Forza Italia che ha fatto sapere di voler votare con Lega e FdI per sopprimere la norma, nonostante il ministro azzurro Renato Brunetta ieri mattina avesse scritto sul Foglio un lungo articolo di endorsement alla riforma. E dunque ieri sera, all’ora di cena, si è iniziato a votare. Mentre questo giornale andava in stampa, l’emendamento dell’ex 5 Stelle Alvise Maniero non era ancora stato votato dopo un’interruzione dei lavori dovuta alle proteste del Carroccio contro la gestione dei lavori del renziano presidente di commissione Luigi Marattin. Ma il pallottoliere dell’ultimo minuto parlava di 23 voti a 22 per il governo.

Decisivo ancora una volta, come la scorsa settimana su un identico emendamento leghista, dovrebbe essere il voto contrario del deputato di Noi con l’Italia (partitino di Maurizio Lupi) Alessandro Colucci. Ma la maggioranza è andata lo stesso in pezzi. La Lega ha sottoscritto e votato l’emendamento degli ex 5S, FI lo ha sostenuto insieme agli alleati. Mentre da fuori Giuseppe Conte sparava: “È straniante litigare sul catasto ora”. La maggioranza che sostiene Draghi ormai è un lontano ricordo.

Bufera sul nichel valore a 100 mila $ si ferma la borsa

La guerra in Ucraina continua a tenere in scacco i mercati delle materie prime, che hanno inanellato nuovi record tra cui quelli del nichel e del grano per gli effetti delle sanzioni alla Russia e il rischio di una riduzione degli approvvigionamenti. Protagonista della giornata è stato il nichel, il cui rialzo fenomenale – il 250% in due giorni, con il prezzo che si è spinto oltre i 100 mila dollari a tonnellata – ha costretto la Borsa dei metalli di Londra prima a sospenderne le contrattazioni, poi a cancellare gli ordini conclusi a partire dalla mezzanotte. Il prezzo del nichel, di cui la Russia è il terzo produttore al mondo, è da giorni in tensione per i timori di una diminuzione delle forniture globali. L’impennata del metallo utilizzato in svariate produzioni industriali, dall’acciaio inox alle batterie per auto, ha costretto gli investitori che avevano scommesso al ribasso a chiudere le proprie posizioni, su cui non erano in grado di reintegrare i margini dati a garanzia, alimentando una spirale rialzista. Una fuga che è costata perdite miliardarie al tycoon cinese Xiang Guangda, proprietario del maggior gruppo produttore al mondo di nichel, Tsingshan Holding Group.