Mosca, metano come arma sul Pil

Il rialzo dei prezzi del metano causato dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia peserà in modo determinante sulla ripresa economica in Europa dopo la recessione causata dalla pandemia di aoronavirus. Ma se la guerra dovesse inasprirsi, con danni ai gasdotti che attraversano il territorio di Kiev, o se addirittura Mosca decidesse di rispondere alle sanzioni occidentali e all’embargo del suo export petrolifero con l’eventuale blocco delle forniture di gas naturale alla Ue, la situazione si farebbe drammatica e il danno all’economia europea devastante. Parola degli analisi di Goldman Sachs.

Ieri il mercato del gas europeo ha tirato il fiato, con i prezzi che hanno chiuso in calo del 5,6% a quota 214 euro per kilowattora sul mercato olandese, dopo una serie di sedute che avevano inanellato rialzi record.

Ma gli analisti di Goldman Sachs stimano che quest’anno i rincari record del gas potrebbero pesare sulla crescita del Pil nell’eurozona tagliando la crescita dello 0,6%, dello 0,1% nel Regno Unito, in Germania dello 0,9% e in Italia dello 0,5% a causa della nostra elevata dipendenza dal gas russo. Se però quest’anno la Russia interrompesse tutte le esportazioni dei gasdotti l’effetto ridurrebbe il Pil dell’area dell’euro del 2,2%, in Germania del 3,4% e in Italia del 2,6%.

L’Europa dipende fortemente dal gas naturale russo, con la Russia che rappresenta circa un terzo dell’import della zona euro, con l’eurozona che genera circa il 25% della sua energia dal gas. Dato l’alto grado di incertezza, Goldman Sachs ha considerato tre scenari: nel primo non si registrano ulteriori interruzioni dell’approvvigionamento oltre la riduzione del flusso dallo scorso settembre; nel secondo, cessano le importazioni di gas russo attraverso l’Ucraina, ma restano quelle attraverso la Turchia; nel terzo, scatta lo stop completo dell’export di gas russo in Europa. Nello scenario in cui la Russia interrompesse tutte le esportazioni dei gasdotti, la crescita del Pil dell’area euro diminuirebbe di 2,2 punti percentuali nel 2022 rispetto alle previsioni, con impatti considerevoli in Germania (-3,4%) e Italia (-2,6%).

Quanto all’inflazione, nello scenario in cui i flussi di gas attraverso l’Ucraina venissero interrotti si aggiungerebbe al picco registrato a dicembre 2022 dello 0,7% alle previsioni di inflazione per l’area dell’euro. Se i prezzi del gas aumentassero ulteriormente a causa dello stop totale dalla Russia, la previsione di inflazione primaria potrebbe aumentare fino all’1,3 per cento nell’eurozona.

Gas, la Ue passa la palla agli Stati: niente eurobond

Ci sono, secondo l’Agenzia internazionale per l’Energia, almeno 200 miliardi di euro di profitti extra nell’Unione europea che il comparto energetico, complice l’aumento dei prezzi, produrrà nel 2022. Se ne stanno lì, in attesa di essere tassati, in un contesto che qualcuno ha già battezzato “guerra dell’energia” e che è così composto: il presidente Usa Joe Biden ha annunciato lo stop delle importazioni di greggio e gas russo, Londra lo ha seguito impegnandosi a ridurre a zero le sue forniture entro la fine del 2022 e il vicepremier russo, Aleksandr Novak, ha avvertito che “in caso di embargo petrolifero, abbiamo tutto il diritto di prendere una decisione corrispondente e imporre un embargo sul pompaggio di gas attraverso il gasdotto Nord Stream 1”, tagliando così l’approvvigionamento dell’Europa.

Come però ampiamente registrato, l’autonomia europea dal gas russo non è così semplice, tanto meno immediata. Nelle ultime settimane, le importazioni in Ue dalla Russia hanno avuto valori compresi tra i 2 e i 4 miliardi di euro a settimana e in generale il blocco alle importazioni di petrolio russo non impatterebbe allo stesso modo su Stati Uniti e Unione europea. Secondo l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), infatti, la quota di petrolio dalla Russia agli Usa è del 5%, quella dall’Ue è del 27%. Sul gas siamo talmente dipendenti che al momento non è neanche immaginabile sostituire l’import dalla Russia, nonostante la Germania sostenga di esser pronta.

La prospettiva della Commissione Ue, presentata ieri dentro al piano per l’autonomia energetica (Repower Eu), è però di ridurre di due terzi la dipendenza dal gas russo entro fine anno. Si punterà sulle rinnovabili, ma carbone e nucleare saranno all’occorrenza inclusi. Il piano, rispetto alle bozze circolate nei giorni scorsi, ha delle novità. La prima è la possibilità di imporre “limiti di prezzo temporanei” per “limitare l’effetto contagio dei prezzi del gas sui prezzi dell’elettricità”, letto da molti come il tetto al prezzo del gas chiesto dal premier Draghi e dal ministro Cingolani ma non completamente esplicito negli intenti. La Commissione indica un comma della direttiva sull’Energia che prevede, in un contesto di libero mercato, che in determinate circostanze gli Stati possano imporre prezzi calmierati per cittadini e imprese. Però non indica come e dove intervenire e a quali prezzi si riferisca, anche considerando i diversi fattori che intervengono nella loro formazione. “Nelle prossime settimane – si legge genericamente – la Commissione consulterà urgentemente tutti gli attori interessati e proporrà opzioni”. Si punta anche a riconsiderare la generale struttura del mercato dell’elettricità “per sfruttare i vantaggi dell’energia a basso costo” basandosi sulla relazione finale dell’Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione tra i regolatori dell’energia (Acer) per valutare “vantaggi e svantaggi dei meccanismi alternativi di tariffazione dell’elettricità”.

Gli extraprofitti 2022 (dunque non retroattivi) secondo la Commissione Ue potrebbero invece essere tassati per re-investire sulle energie rinnovabili o per abbassare i costi in bolletta, entrambe necessarie per evitare la dipendenza dal gas russo più rapidamente possibile. Gli Stati membri dell’Ue possono “valutare” l’introduzione di “misure fiscali temporanee” e decidere “in via eccezionale” di intercettare una parte di questi introiti perché vengano “redistribuiti ai consumatori”.

Ulteriore aggiunta: entro aprile sarà presentata una proposta legislativa che prevede che lo stoccaggio sotterraneo del gas in tutta la Ue sia riempito almeno fino al 90% della capacità entro il primo ottobre di ogni anno (nella versione precedente era l’80%, ndr). La proposta comporterebbe il monitoraggio e l’applicazione dei livelli di riempimento e integrerebbe accordi di solidarietà tra gli Stati membri. “Discuterò le idee della Commissione con i leader europei a Versailles alla fine di questa settimana, e poi lavorerò per implementarle rapidamente con il mio team”, dice la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Restano gli allentamenti dei vincoli sugli aiuti di Stato.

È invece tramontata l’ipotesi di debito comune per compensare la crisi dei Paesi più colpiti (altra richiesta di Draghi a Von der Leyen) di cui aveva dato notizia Bloomberg. “La Commissione europea non ha un piano per l’emissione di bond comuni per energia e difesa. Forse a livello di qualche Stato, ma non la Commissione”, ha detto ieri il vicepresidente esecutivo della Commissione Ue, Frans Timmermans.

Petrocelli, il filo-russo 5Stelle non molla

Il 5Stelle che ha sempre parlato con la Russia, spesso e apertamente, è rimasto al suo posto, perché di lasciare non ha voluto saperne. Nonostante la richiesta dritta di dimissioni di Italia Viva e Fratelli d’Italia e l’opera di convincimento più o meno velata degli altri partiti, nel lungo e nervoso ufficio di presidenza di ieri pomeriggio, Vito Petrocelli ha confermato di voler restare presidente della Commissione Esteri del Senato.

Anche se otto giorni fa, in aula aveva votato contro la risoluzione per l’invio delle armi in Ucraina, infrangendo un patto di maggioranza esteso anche a FdI. “Dopo lunghissima riflessione e dopo aver parlato anche con Giuseppe Conte, ho deciso che le dimissioni non sono il gesto opportuno per concludere questa mia esperienza” ha sostenuto Petrocelli, veterano al secondo mandato del M5S. Convinto di aver “sempre dimostrato di essere super partes in questi anni, nonostante i vari cambi di governo”. Nei colloqui privati in questi giorni aveva sempre ribadito di non voler mollare. E lo aveva detto anche a Conte, che ieri a Mattino 5 aveva avallato la scelta: “In aula si è affidato a un voto di coscienza, e me lo aveva anticipato. Non ci sarà alcun provvedimento nei suoi riguardi”. Il M5S non voleva rimettere in discussione una poltrona importante, soprattutto in una fase come questa. Ma resistere non è stato e non sarà facile. Perché è vero che ieri Petrocelli ha sostenuto la decisione all’unanimità dell’ufficio di presidenza di “sospendere ogni attività prevista dal protocollo di collaborazione” tra la commissione Esteri e l’omologa commissione del Consiglio di presidenza russo, la Camera alta di Mosca. Ma in diversi gli hanno (ri)chiesto un passo indietro. A partire dalla vicepresidente Laura Garavini (Iv), secondo cui “non è opportuno che la commissione abbia posizioni ambivalenti rispetto all’aggressore dell’Ucraina”. Perché l’accusa al grillino è quella di essere schiacciato su Mosca. La renziana ha anche provato a stanarlo: “Cosa farai quando il decreto attuativo della risoluzione arriverà in aula?”. E il 5Stelle ha schivato: “Non si ragiona con i se e con i ma, vedremo quando arriverà”. A invocare le dimissioni, anche Adolfo Urso (FdI). Mentre Pier Ferdinando Casini, già presidente della commissione, è stato più sfumato: “Esiste un problema di decoro politico, devi valutarlo”. Lo scontro però è deflagrato quando il 5Stelle Gianluca Ferrara ha puntato il dito: “Non vorrei che certe pretese di dimissioni nascano dal desiderio di alcuni di ricoprire il ruolo di Petrocelli”. Un attacco a Garavini ma anche al segretario Stefano Lucidi, ex 5Stelle ora nella Lega. Risultato, proteste ad alta voce e la replica del forzista Enrico Aimi: “Vi rivolgete così a una senatrice nel giorno della Festa della donna”.

Ma alla fine è arrivata l’autodifesa di Petrocelli (non sfiduciabile): “Vi ho sempre riferito il contenuto delle mie missioni all’estero, coinvolgendo tutti”. Quanto al no alla risoluzione, “non era una votazione per la fiducia al governo, ma un voto per ricordare quanto sia importante l’art. 11 della Costituzione (quello secondo cui “l’Italia ripudia la guerra”, ndr)”. Al dem Alessandro Alfieri può bastare: “Prendiamo atto di un cambio da parte del presidente che ha accolto la nostra richiesta sul protocollo”. Martedì prossimo la commissione si riunirà per decidere se sciogliere l’intesa con la commissione russa o congelarne l’efficacia.

@lucadecarolis

5S, ricorso respinto: Conte congelato ora si affida al voto

Congelati erano e congelati restano: l’avvocato, il suo Statuto, la sua segreteria, insomma tutto e tutti nei Cinque Stelle. Ricorso respinto, scandisce di mattina un giudice dal tribunale civile di Napoli. E ora quel processo innescato da tre attivisti e dall’avvocato – nonché iscritto al M5S – Lorenzo Borrè, per Giuseppe Conte assomiglia sempre di più a un labirinto. L’ex premier vuole uscirne anche con la votazione delle modifiche allo Statuto, confermata per domani e venerdì, “perché il tribunale non può fermare il nuovo corso del Movimento” scandiscono dai piani alti.

Ma l’associazione Rousseau, quella di Davide Casaleggio, già minaccia un ricorso “sul trattamento dei dati” e Borrè ha già esortato il M5S a fermare il voto. E pregusta nuove istanze. Tradotto, se non azzeccherà mosse e rotta Conte nel dedalo dei tribunali rischia di rimanerci intrappolato come un Minotauro in giacca e cravatta, assieme al M5S tutto. “Qui rischiamo di morire nei tribunali” riassume un big, quando le agenzie riferiscono che l’istanza di revoca del Movimento contro l’ordinanza del tribunale che l’aveva bloccato è stata rigettata. No, al ricorso che puntava sul regolamento del 2018, come base normativa per escludere gli iscritti al Movimento da meno di sei mesi – quindi anche i tre attivisti napoletani del ricorso – dalla votazione del nuovo statuto e di Conte leader, ad agosto. Di quel regolamento però il Movimento non aveva mai fatto menzione nel processo, almeno non prima dell’ordinanza con cui il tribunale aveva congelato in via cautelare Conte e lo statuto. Per questo nell’istanza di revoca gli avvocati hanno provato a sostenere che di quel regolamento Conte non avesse mai saputo nulla finora. Un buco nero, che non aveva consentito di far riferimento a quelle norme chieste via mail nel 2018 dall’allora capo politico Luigi Di Maio. “Conte non sapeva del regolamento, non glielo avevo detto” aveva ribadito in un’intervista a Repubblica Vito Crimi, ex reggente ed ex membro anziano del comitato di garanzia.

Una tesi che però non ha convinto il giudice istruttore, Francesco Paolo Feo. “Il regolamento – scrive Feo nell’ordinanza – è atto promanante dalla stessa associazione che lo ha prodotto in giudizio, ad essa interno, emanato dagli stessi organi apicali dell’associazione”. Quindi “da intendersi per ciò stesso conosciuto, o comunque sicuramente conoscibile, fin dalla sua adozione”. Quindi no al ricorso, e prossimo appuntamento all’udienza del processo di merito, il 5 aprile. Ma Conte e il Movimento non possono aspettare. Ci sono le amministrative in primavera, e i gruppi parlamentari da tenere calmi. Così l’ordine è tirare dritto. “Il tribunale non mette in discussione la regolarità formale e sostanziale del documento, e questo consente di procedere alle votazioni fissate per il 10 e l’11 marzo” dicono dal M5S. Quelle convocate per approvare le modifiche allo statuto, necessarie per accedere ai fondi del 2 per mille. Una ripartenza politica, “perché dobbiamo tenere distinti i due piani”. E poi, sostengono, “dopo questa nuova votazione dovranno ricominciare da zero con i ricorsi”. Lo avrebbero spiegato anche a Beppe Grillo, che ieri sul suo blog ha parlato sui polli allevati per sfruttarne la carne. I suoi legali erano scettici sul ricorso. Ma la linea del Garante per ora è lasciar fare a Conte.

La pensa molto diversamente Borrè, che avverte: “Ora l’ex premier rifletta, le modalità di convocazione del- l’assemblea e le modifiche proposte prestano il fianco a nuove impugnazioni”. Ma irrompe anche Enrica Sabatini, compagna di Casaleggio e socia di Rousseau: “L’associazione farà ricorso sul trattamento dei dati personali. Le votazioni per lo statuto e per eleggere Conte capo sono state considerate dal tribunale ancora una volta illegittime, così come accadrà alle prossime”. Votazioni, accusa Sabatini, “con cui aggiungerà l’aggravante di un reato penale per il trattamento dei dati degli iscritti”. Ergo, la richiesta dell’associazione è che si voti un organo collegiale al vertice del M5S e sulla piattaforma Rousseau. Come avevano stabilito gli Stati generali del dicembre 2020, prima di Conte.

Formigli invita su La7 Orsini e Di Cesare: “Basta accuse”

“Siamo giornalisti, non generali”. Con queste parole il conduttore di Piazzapulita Corrado Formigli annuncia di aver invitato per la trasmissione di domani Donatella Di Cesare e Alessandro Orsini, i contestatissimi ospiti che la scorsa settimana avevano osato sollevare critiche alla politica estera degli Stati Uniti (pur ovviamente condannando l’invasione russa in Ucraina). Contro il professor Orsini si era esposta persino la Luiss, la sua università, con un comunicato per biasimare “pareri di carattere personale che possano inficiare valore, patrimonio di conoscenza e reputazione dell’interno ateneo”.

Una censura che ha finora inibito Orsini dal ritorno in televisione, in attesa che venga confermata la sua presenza domani sera su La7. Formigli ci spera: “L’opinione pubblica si forma non restringendo il dibattito bensì allargandolo. Orsini e Di Cesare sono stati bersagliati, trattati da quinte colonne sovietiche. Non è possibile, questa è una barbarie culturale”. Il conduttore spiega di volere il ritorno di Orsini e Di Cesare – che invece insegna Filosofia alla Sapienza – “affinché possano esprimere con calma le loro idee e confrontarle con posizioni diverse”. Un modo per non alimentare quel pensiero unico che uniforma il dibattito sulla guerra.

Del problema si sono accorti anche decine di docenti universitari, colleghi di Orsini e Di Cesare, che due giorni fa hanno lanciato un appello che ha già raccolto oltre 200 firme (soprattutto tra professori) su petizioni.it: “Denunciamo il clima di oscurantismo che si sta diffondendo in Italia: un clima che rischia di colpire un numero sempre maggiore di colleghi, proprio nel momento in cui è vitale la presenza di studiosi dal pensiero libero e coraggioso”.

Draghi resta solo: il premier polacco ha altri problemi…

Boris Johnson si ritaglia un ruolo di mediatore con i Paesi del blocco di Visegrad, Polonia in testa. E Mario Draghi, ancora una volta, scivola ai margini dell’attività diplomatica. Per oggi era previsto un incontro tra il premier polacco Mateusz Morawiecki e quello italiano, a Roma. Incontro chiesto dallo stesso Morawiecki, fanno sapere da Palazzo Chigi. Ma oggi a Draghi è arrivata invece una telefonata: “Ci vediamo a Versailles”, gli ha detto il polacco. A Roma oggi non viene, rimanda l’appuntamento al vertice dei leader europei di domani e dopodomani. È alle prese con l’arrivo massiccio di rifugiati, tanto per cominciare.

Ma evidentemente l’Italia è tutt’altro che cruciale. Va anche detto che i due Paesi in questa crisi si stanno muovendo in maniera del tutto diversa. Sotto procedura di infrazione per violazione dello stato di diritto, la Polonia è in una posizione spesso in contrasto con il resto dell’Unione europea, tanto che spesso si evoca la Polexit. Ma ora l’Europa ha bisogno di Varsavia, visto che i profughi in arrivo dall’Ucraina si riversano soprattutto in quel territorio. Non solo. È proprio dal territorio polacco che – nelle intenzioni degli Usa – dovrebbero decollare i jet militari che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky chiede disperatamente alla Nato. Anche se la Polonia ha per ora detto no.

Fatto sta che a far da ponte fra Washington e le quattro nazioni Est-europee del gruppo di Visegrad (V4: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) destinate nel caso a esporsi più di chiunque sulla prima linea del fronte torna protagonista il premier britannico: l’uomo della Brexit, paradossalmente, chiamato a coordinare i leader di questi 4 Paesi membri dell’Ue (oltre che dell’Alleanza Atlantica), convocati a Londra in fretta e furia per una riunione ad hoc centrata anche sulle loro esitazioni.

La necessità di intensificare ulteriormente la pressione delle sanzioni sulla Russia, l’emergenza profughi al centro dell’incontro, secondo quanto riferito alla fine.

Più vaghi, invece, i riferimenti al nodo sull’incremento del sostegno militare Nato a Kiev: Johnson si è infatti limitato ad assicurare come il Regno sia “pronto” a rafforzare il suo impegno per la protezione della Polonia laddove richiesto.

Raccontano poi che BoJo sia anche pronto a offrire accordi commerciali in cambio dell’accoglienza dei migranti.

È piuttosto evidente perché Morawiecki dovesse andare a Londra e non potesse andare a Roma. Sull’inasprimento delle sanzioni, l’Italia è più vicina alla Germania (che frena) che alla Polonia. Mentre per quel che riguarda i migranti, non ci sono accordi da offrire sul tavolo. Anzi, l’Italia si è trovata sulle posizioni più distanti dalla Polonia, nella costruzione dell’accordo europeo sui migranti: se il nostro Paese spingeva per considerare rifugiati a cui dare il permesso di soggiorno temporaneo anche i non ucraini, la Polonia fino all’ultimo ha cercato di bloccare il patto. Senza contare che Italia e Polonia hanno un interesse prioritario comune nel dossier migranti, visto che il nostro Paese è da sempre paese di prima accoglienza nel Mediterraneo. Ma le priorità sono evidentemente altre. Ieri, peraltro, a parlare con il presidente cinese Xi Jinping sono stati Emmanuel Macron e Gerald Scholz.

 

Caso Metropol, nuovo affare: “Soldi a uomini della Lega”

Una tentata compravendita di petrolio e il progetto di una “tangente” da far arrivare alla Lega per finanziare le elezioni europee del 2019, attraverso i rapporti con uomini vicini al presidente russo Vladimir Putin. Ai tavolini dell’hotel Metropol di Mosca ne parlano sei persone, tre sono italiane, una è vicina al capo partito Matteo Salvini. È il 18 ottobre 2018. L’inchiesta milanese sul Russiagate nasce poco meno di un anno dopo. Eppure quella non fu l’unica compravendita di petrolio. Il Fatto è in grado di rivelare che ci fu anche un’altra vendita sulla quale indaga la Procura di Milano. Gli inquirenti stanno cercando di capire se una parte del denaro sia arrivato agli uomini vicini alla Lega o ad altri. Per capire bisogna però tornare proprio all’ottobre 2018: in quel momento, è noto, Gianluca Savoini, uomo della Lega per i rapporti con la politica russa, assieme a tre soggetti “qualificati” e vicini a Putin, trattò una partita di petrolio per 1,5 miliardi che la società di Stato Rosneft avrebbe dovuto vendere all’italiana Eni e dal cui prezzo, nel progetto di Savoini, dovevano essere scontati circa 65 milioni di dollari da destinare alla campagna elettorale del partito di Salvini per le elezioni europee del 2019. Quell’affare, pianificato dai political guys della Lega, per come li definì l’avvocato Gianluca Meranda, presente al Metropol con Savoini e con il broker Francesco Vannucci, non andò in porto. Il progetto fu però ben raccontato in un audio registrato di nascosto al bar dell’hotel. Dall’indagine della Procura nata nell’estate del 2019, si comprese che a mediare la presunta compravendita doveva essere una banca d’affari anglo-tedesca, la Ib Euro, che ha smentito di aver mai mediato acquisti per conto di Meranda.

Questa l’inchiesta madre e con i tre italiani ancora indagati per corruzione internazionale. Dalle migliaia di atti acquisiti dalla Procura di Milano e da diverse audizioni fatte, è emersa una seconda compravendita di petrolio. Chi compra dall’Italia, per come ricostruito dall’accusa, è Eni. Lo schema si ripete quasi identico. E questo perché, a quanto risulta a chi sta svolgendo gli accertamenti, questa volta la compravendita sarebbe andata in porto. Di più: il tutto sarebbe avvenuto in tempi coincidenti con quelli del progetto del Metropol, e dunque tra la fine del 2018 e prima delle elezioni europee del 2019. E anche in questo caso esiste un mediatore che, però, rispetto alla prima compravendita, non è più una banca d’affari, ma una società estera: una società che, per gli inquirenti, sembra costruita ad hoc.

Il meccanismo rilevato dalle nuove indagini segue ciò che fu detto al Metropol. E così, è emerso, la società mediatrice acquista dal colosso russo con uno sconto di circa il 10%. Dopodiché il pacchetto di prodotti petroliferi passerebbe, secondo l’accusa, a Eni: non con lo stesso sconto, ma con una percentuale inferiore. In questo modo, sostengono gli inquirenti, in pancia alla mediatrice resterebbe una cospicua “cresta” di denaro a discapito dell’acquirente finale, che ancora una volta risulta parte offesa. A quanto ammonti lo “sconto” finale che il mediatore si tiene in tasca è un punto ancora al vaglio degli investigatori. Così come si sta indagando per capire se quel denaro sia poi finito ai tre indagati o a persone vicine alla Lega, oppure abbia preso altre strade. Per questa seconda compravendita non risultano indagati. Non lo è Eni, che già a partire dall’inchiesta madre si era dichiarata parte offesa. Tanto più che al momento le verifiche dei pm, anche dopo le acquisizioni di atti presso Eni, non hanno dimostrato il suo coinvolgimento.

Di certo, questa seconda transazione è ritenuta molto interessante dalla Procura. E ricalcherebbe nelle modalità, per come ricostruito fino ad ora, proprio quella pianificata dal “triumvirato” Savoini-Meranda-Vannucci, ai tavolini dell’hotel Metropol di Mosca nel 2018.

In faccia la t-shirt di Putin: Salvini umiliato a Przemysl

La definizione della parola “nemesi” per la Treccani: “Un avvenimento considerato come un atto di giustizia compensativa. Talvolta anche col significato generico di punizione o vendetta, con carattere di ineluttabile fatalità”. La nemesi di Matteo Salvini prende forma un martedì mattina di fronte alla stazione dei treni di Przemysl, in Polonia, a 15 minuti dal confine ucraino. Il capo della Lega è al secondo giorno della pubblicizzata missione per “dare una mano” ai profughi della guerra. Lo accoglie il sindaco Wojciech Bakun, primo cittadino dal 2018 di questa città di frontiera da 60 mila abitanti, eletto nella lista di estrema destra Kukiz’15, un movimento anti-sistema fondato nel 2015 da un musicista punk.

Salvini incrocia Bakun all’uscita della stazione dei treni. Non era previsto alcun incontro – sostiene lo staff del leghista – ma il sindaco polacco avvicina il senatore dicendo di volerlo ringraziare pubblicamente. Così i due improvvisano una conferenza stampa all’aperto, di fronte a una decina di microfoni, qualche giornalista e poche fotocamere.

È l’inizio di una scena memorabile. Bakun dapprima ringrazia le organizzazioni italiane impegnate nell’emergenza, poi all’improvviso comincia a schiaffeggiare – metaforicamente – il suo interlocutore: “Stamattina ho ricevuto l’informazione che il senatore Salvini avrebbe visitato Przemysl. Lo ritengo insolente da parte sua, così ho deciso di regalargli una maglietta con l’immagine del suo amico Putin e invitarlo a visitare un centro con i rifugiati in cui ci sono migliaia di vittime di questa guerra”. Bakun sfila dalla giacca una t-shirt bianca con l’effigie di Putin e una scritta celebrativa, simile a quelle che Salvini esibiva in pubblico fino a poco tempo fa. Il video viene pubblicato sui social da un collaboratore del sindaco e diventa virale. I tempi comici sono irresistibili, anche per via del ritardo tra le parole di Bakun e la comprensione delle stesse da parte di Salvini, in attesa della traduzione. Così il capo della Lega rimane per lunghi secondi con un’espressione fissa e inebetita. Quando finalmente mette a fuoco quello che sta succedendo, prova a replicare in inglese maccheronico: “Sorry, sorry… We are here for the help… helping the refugees” (“Scusi, siamo qui per aiutare i rifugiati”). Il sindaco lo ignora e poi lo congeda: “No respect for you” (“Nessun rispetto per te”). Salvini si allontana per pochi secondi, poi torna indietro quando sente gli insulti che gli rivolgono due italiani, fotografi freelance: “Sei un pagliaccio, vergognati”. Il leghista li punta con occhio vitreo, medita di reagire, invece si ferma e se ne va via definitivamente, augurando a tutti buon lavoro.

Qualche ora più tardi il capo della Lega prova a normalizzare la colossale figuraccia internazionale con poche parole d’imbarazzo: “Non ci interessa la polemica della sinistra italiana o polacca, siamo qui per aiutare chi scappa dalla guerra”. Il deputato leghista Claudio Borghi addirittura definisce l’accaduto un “agguatino stile centri sociali”. Ma se c’è stata un’imboscata – come sostiene chi è vicino al senatore – è arrivata da un sindaco di estrema destra. Kukiz ’15 è una formazione xenofoba e antieuropeista proprio come la Lega, prima della recente svolta moderata (ma piaceva anche ai Cinque Stelle che nel 2019, sotto la gestione di Luigi Di Maio, ci si volevano alleare).

È la stessa destra polacca che accoglie i profughi bianchi e disprezza quelli di colore: proprio alla stazione di Przemysl, la scorsa settimana, gruppi di violenti vestiti di nero hanno aggredito un gruppo di rifugiati africani, in fuga dalla stessa Ucraina verso cui spalancano le braccia.

Salvini era stato avvisato anche dai servizi italiani di quanto fosse inopportuna la trasferta “umanitaria”: qualcuno si sarebbe potuto ricordare delle sue simpatie putiniane. La nemesi, ironia della sorte, è arrivata da uno più a destra di lui.

Non è guerra: sono omicidi da guardoni

“La guerra è comune a tutti gli esseri, è la madre di tutte le cose. Alcuni li fa dei, gli altri li fa schiavi o uomini liberi” (Eraclito)

Io non sono pacifista. Lo slogan “meglio rossi che morti” non mi è mai appartenuto. Lasciamo perdere, per il momento, la questione se ci siano guerre giuste su cui si sono affaticati non solo gli ideologi cristiani, da san Tommaso a sant’Agostino, o se la guerra sia comunque e sempre un male come pensano soprattutto gli autori moderni, illuministi, da Rousseau a Voltaire, da Diderot a d’Holbach a Kant.

Il fatto è che la guerra, comunque la si voglia considerare, non è solo distruttrice ma anche costruttrice. Ha funzioni positive, sia sul terreno politico, collettivo che individuale appagando pulsioni esistenziali profonde. Ed è di queste ultime che qui soprattutto mi occupo. La guerra consente di liberare legittimamente l’aggressività naturale, e vitale, che è in ciascuno di noi. Ha il pregio di ricondurre tutto, a cominciare dai sentimenti, all’essenziale. Ci libera dell’orpello, del superfluo, dell’inutile, ci rende, in ogni senso, più magri. La guerra conferisce un enorme valore alla vita. Il rischio, concreto, vicino, incombente, della morte rende ogni attimo della nostra esistenza, anche il più banale, di un’intensità senza pari. Anche se può sembrare paradossale la guerra è un’occasione irripetibile e inestimabile per imparare ad apprezzare la vita. Ai nostri ragazzi, e non solo a loro, spesso in preda a depressioni e nevrosi, consiglierei un stage in Siria o, oggi, a Kiev. Infine la guerra, dai suoi primordi, è sempre stata sentita come la prova, la prova suprema come scrive Norman Mailer, in cui l’uomo si misura con se stesso, con i propri valori, e svela, a sé e agli altri, la sua vera identità. Racconta Leo Longanesi di individui che in tempo di pace facevano i fenomeni sciogliersi come neve al sole e di impiegatucci a cui non avresti dato un soldo essere all’altezza della situazione.

Quel che ho detto fin qui non vale più da quando la tecnologia, oltre a essersi impossessata delle nostre vite, ha tolto alla guerra ogni epica, ogni estetica e, soprattutto, ogni etica, relegando l’uomo in una posizione marginale, spesso di pura e semplice vittima sacrificale. Il pilota che, poniamo, da Nellis nel Nevada, a diecimila chilometri di distanza, guida un drone armato di missili con cui uccide un centinaio di persone non ha bisogno di alcun coraggio, deve essere armato solo di cinismo. Ci sono poi guerre moderne, e molto attuali, in cui la sproporzione tecnologica fra le forze in campo è tale da far dubitare che siano delle vere guerre. È quella che Edward Luttwak ha chiamato, con felice sintesi, “la guerra post-eroica”. Situazioni di questo genere secondo il polemologo Lewis A. Coser “non si differenziano sostanzialmente dall’attacco dello strangolatore alla sua vittima”. Si esce cioè del campo della guerra per entrare in quello dell’assassinio. Il combattente che non combatte perde ogni legittimità, quella particolare legittimità che permette in guerra ciò che è assolutamente proibito in tempo di pace: uccidere ed essere, se così si può dire, altrettanto legittimamente uccisi. Se uno solo può colpire e l’altro solo subire siamo fuori dalla guerra, almeno come l’avevamo finora conosciuta. Di questa pasta sono le guerre Nato-americane alla Serbia (1999), all’Iraq (2003), alla Libia (2011). In realtà oggi la guerra esiste ancora, ma la si fa con cattiva coscienza, vergognandosene, tant’è che la si chiama con altri nomi “operazioni di peace keeping”, “operazioni di polizia internazionale”, eccetera. Nemmeno Putin sfugge alla regola tanto che, se non ho capito male il suo russo, ha chiamato l’aggressione all’Ucraina “operazione militare speciale”. La guerra russa all’Ucraina, data la sproporzione delle forze in campo, somiglia più, almeno in buona parte, per ridirla con Coser, all’attacco dello strangolatore alla sua vittima. E se all’Ucraina è andato il consenso dell’intero mondo occidentale, non è solo, e non è tanto, per l’indiscusso coraggio dei combattenti ucraini, ma perché è la prima volta che le televisioni ci hanno fatto vedere gli effetti di una guerra, cosa che non era accaduta per la prima guerra del Golfo (Fabrizio Del Noce ci mostrava, dalla terrazza del miglior albergo di Baghdad, cioè del nemico, cosa in sé già assai curiosa, i traccianti della contraerea e le code luminose dei missili, insomma una sorta di war game, ma di quello che accadeva sotto non sapevamo nulla) né è accaduta per l’Afghanistan, per la seconda guerra del Golfo, per la Libia. Si è creato così, per l’Ucraina, un voyeurismo della guerra che lo scrittore Antonio Scurati non ha esitato a definire, giustamente, “osceno”. Di fatto questo voyeurismo non ha nulla a che fare con un vero appoggio all’Ucraina. Gli occidentali, e in particolare gli europei, sono stati troppo slombati da decenni di pace per avere il coraggio di andare a battersi sul campo come si era fatto nella guerra civile di Spagna cui confluirono combattenti di altri Paesi a favore di una fazione o dell’altra, comunisti/anarchici contro Franco (cosa che non impedì ai comunisti di massacrare i loro alleati anarchici, Omaggio alla Catalogna, Orwell), i fascisti a favore.

Un’altra novità della “guerra post-eroica” è che il nemico non è più uno “justus hostis”, da trattare con le regole dello ius belli (che peraltro non esiste più) ma è sempre un “terrorista” per gli americani o, oggi, un “nazista” per Vladimir Putin. Se il prigioniero nemico non è uno “justus hostis” se ne può fare carne di porco (vedi Guantanámo).

E veniamo alla domanda che abbiamo scartato all’inizio, e cioè se esistano guerre “giuste”. Per me sì. E sono tutte le guerre di indipendenza. Dalle ormai lontane guerre d’indipendenza nostrane, senza le quali non si sarebbe fatta l’Unità d’Italia, alla guerra dei talebani afghani agli occupanti Nato-americani e, oggi, degli ucraini contro l’invasore russo. “La guerra è la madre di tutte le cose. Alcuni li fa dei, gli altri li fa schiavi o uomini liberi”.

“Orfani e manager: così li portiamo via”

“L’accesso ai corridoi umanitari è bloccato, le truppe russe stanno svolgendo interdizione d’area impedendo alle persone di fuggire”. Il racconto di chi in queste ore osserva il territorio ucraino restituisce l’immagine di una trappola in cui sono rimasti incastrati i civili. Circa 2 milioni sarebbero i profughi che sono riusciti a lasciare il Paese. Per tanti altri il viaggio sta diventando un’impresa che ieri non si potevano permettere neanche molte delle aziende di private security che in questi giorni hanno organizzato la fuga di privati, di dipendenti di aziende, di ucraini, di europei e non. Insomma di tutti coloro che si sono rivolti a queste società, spesso tramite gruppi assicurativi, chiedendo di gestire la loro fuga. Il Fatto ieri ha raccontato la presenza di decine di aziende, anche italiane (alcune fondate da ex militari), che si sono occupate della fuoriuscita dall’Ucraina. Dietro pagamento: 2.500/3.000 euro sarebbe l’incasso per ogni viaggio di alcune società alle quali si sono rivolte anche grosse compagnie assicurative. “Tanto incassiamo. Però se l’attività ci viene chiesta da un’altra società, io non conosco il prezzo finale versato dal cliente”, ha raccontato al Fatto un imprenditore a capo di una delle aziende di private security. La sua società svolge attività in tutto il mondo, in passato anche in Libia o in Iraq, spesso in rapporti con le istituzioni. Dall’Ucraina, da venerdì 28 febbraio, hanno fatto evacuare 200 persone. Domenica sarebbe dovuta cominciare l’esfiltrazione di altre 673, ma tutto è stato bloccato. L’imprenditore a capo di questa azienda italiana, dietro assicurazione di anonimato, ha acconsentito a raccontarci ora dopo ora la sua attività.

Sabato 5 marzo La fuga dei genitori dell’americano

Sabato scorso la situazione era ancora sotto controllo. L’attività dell’azienda di private security viene svolta grazie a una fitta rete di rapporti e ai fixer, persone che forniscono supporto nei diversi spostamenti e che si possono contare tra le file degli ucraini ma anche dei russi. Sabato, per esempio, la società italiana contattata dal Fatto stava organizzando il viaggio dei genitori di imprenditore statunitense. Già in quel momento, spiega il capo della società, “Kiev era off-limits non tanto in ingresso quanto in uscita. Quindi la soluzione suggerita era quella di prendere il treno verso ovest. Il mio team poi avrebbe accompagnato i clienti al confine verso la Polonia o più a sud. Lì si trova altro nostro personale che avrebbe recuperato il cliente per portarlo verso l’aeroporto o un altro centro di trasporto”. Così hanno fatto i genitori dell’imprenditore americano per arrivare negli Usa. La società italiana ha ricevuto in questi giorni molte richieste: “Europei e non, molti con doppio passaporto, come ucraini che hanno fatto fortuna all’estero e quando è avvenuta l’invasione russa si trovavano nella loro nazione”.

Domenica 6 marzo Inizia la ricerca casa per casa

Domenica l’azienda italiana di cui raccontiamo avrebbe dovuto organizzare l’esfiltrazione di 673 non europei: “Sono persone – spiega l’imprenditore – che si trovavano lì per lavoro. Stavolta sono arrivati a noi attraverso una grossa società assicurativa”. A complicare i viaggi sono arrivati i problemi nelle comunicazioni: “I russi stanno disturbando i segnali radio, le frequenze normali ma anche quelle 4G e di tutta la catena cellulare”. Così l’azienda lunedì ha cambiato strategia: le operazioni sono passate da “Rescue” a “Search&Rescue”. Non riuscendo più a contattare le persone da evacuare, sono andati a cercarle in base all’indirizzo fornito in precedenza. Impresa ardua: “A esempio dobbiamo recuperare una coppia per conto dell’ambasciata francese: si sono rifugiati in un seminterrato, stiamo ispezionando i palazzi dell’indirizzo che hanno dato”, raccontava in quelle ore l’imprenditore. La sua azienda avrebbe dovuto recuperare – come richiesto da una Ong – anche un gruppo di orfani con disabilità. Ma le cose si sono messe male.

Martedì 8 marzo Operazioni saltate: “Non si esce più”

Ieri, a causa della situazione che si è creata sul territorio l’evacuazione di 673 non europei è saltata, così come quella degli orfani. “Da lunedì 7 marzo ore 10.48 ora locale – ha spiegato ieri l’imprenditore italiano – le truppe russe stanno svolgendo interdizione d’area impedendo di fatto anche l’accesso ai corridoi umanitari che vari sindaci cercano di implementare, come Anatoly Fedoruk, primo cittadino di Bucha”, città a nord ovest di Kiev. Al tredicesimo giorno di guerra, fuggire dall’Ucraina sta diventando impossibile. Anche per chi è disposto a pagare.