Igor e Sergey sono arrivati a Leopoli lunedì. Il primo, informatico, vive a Lisbona. Il suo capo ha accettato di dargli dei giorni di ferie. Il secondo, anche lui sulla cinquantina, vive a Londra da 23 anni. Ha mollato il suo lavoro da muratore ed è partito. In Ucraina i due fratelli hanno indossato la mimetica e sono entrati a far parte delle forze di difesa territoriale, una sorta di protezione civile. Li incontriamo in un’enorme rotatoria trasformata in check-point e bunker, a Malekhiv, principale accesso alla città di Leopoli, nel nord, dove stanno imparando il mestiere di soldato.
“Decidere di partire non è stato facile – ammette Sergey –. Mia moglie mi ha nascosto il passaporto per due giorni. Neanche mia figlia, che è nata nel Regno Unito, voleva che partissi. Ma questo è il nostro Paese, dobbiamo difenderlo”. Igor fa un cenno con la testa e sorride. Ma l’idea di combattere non lo entusiasma: “Se ci dobbiamo battere, ci batteremo. Non permetteremo che questi maledetti bastardi uccidano le nostre donne, i nostri bambini, facciano nel nostro Paese quello che hanno fatto in Siria e altrove”. Igor e Sergey fanno parte dei circa 140.000 ucraini (80% dei quali sono uomini) rientrati in Ucraina dall’inizio del conflitto, secondo i dati forniti dalla direzione delle guardie di frontiera. Non tutti vengono per combattere, ma tutti sono determinati ad aiutare il proprio Paese e a difenderlo se necessario. Anche se è lontana dalle bombe, tutta la popolazione di Leopoli, nell’estremo nord-ovest del Paese, a soli 70 chilometri dalla Polonia, dove arrivano le immagini choc dei bombardamenti, dei civili uccisi, delle distruzioni a Kharkiv, Kiev, Mariupol, si è mobilitata. Poiché le forze si sono concentrate nelle zone di conflitto, nel centro e nel sud del Paese, l’esercito qui è quasi assente. Sta dunque alla popolazione organizzare la difesa della città e prepararsi per il giorno in cui i soldati russi cercheranno di prendere quello che oggi è il maggiore centro logistico e umanitario d’Ucraina. È infatti a Leopoli che transitano i profughi e gli aiuti provenienti dall’estero. Le armi fornite da Paesi della Nato attraversano la sua regione. Tutti qui si danno da fare. In una biblioteca pubblica, degli studenti si sono messi a cucire immense reti mimetiche usando ritagli di stoffa, collant e calzini. Il birrificio Pravda, una sorta di istituzione nella città, ha smesso di produrre birra per fabbricare bombe molotov. Un’azienda che produce caldaie industriali si è messa a saldare travi metalliche per fabbricare i “ricci” anticarro che vengono disposti nei check-point per rallentare l’avanzata dei carri armati russi . Al grande mercato di Krakivskii si sono moltiplicati i banchi dove si possono acquistare le divise mimetiche. Sono stati aperti centri di reclutamento nelle scuole e nelle palestre. Le iscrizioni alle forze locali degli ucraini che arrivano dall’estero vengono raccolte sulla bellissima Chevchenko avenue, al livello del McDonald’s. Torniamo al check-point di Malekhiv, a neanche una decina di chilometri dal centro, dove gli abitanti del quartiere stanno preparando un vero e proprio campo trincerato con blocchi di cemento, sacchi di terra, ricci, filo spinato, tronchi di alberi. Un centinaio di persone si alternano giorno e notte, ogni sei ore, per piantonare il check-point. Sul posto sono presenti anche alcuni soldati armati e dei poliziotti.
Iryna getta della legna nel bidone che fa da braciere. Tè, caffè, minestre, pasti caldi servono a resistere nel freddo gelido di questi giorni. “Putin è uno zar malato e i russi lo accettano – dice Iryna –, vuole eliminarci, piegare il nostro Paese. E dopo, sarà la volta della Polonia, dei Paesi baltici, della Moldavia. L’Europa deve aiutarci. Lo sta già facendo e la ringraziamo. Ma si deve fare di più. Bisogna bandire gli aerei russi dal cielo ucraino, altrimenti raderanno al suolo tutte le nostre città”. Yura, 37 anni, bancario, è fuggito da Kiev il secondo giorno di bombardamenti. Ha impiegato venti ore per percorrere i 500 chilometri che lo dividevano da Leopoli e dalla sua famiglia. Ha dormito quattro ore in tre giorni. Non ha mangiato quasi nulla. “Una guerra così, come nei film, nel Ventunesimo secolo è inconcepibile – dice –. Ho comprato il mio primo appartamento a Kiev appena una settimana prima della scoppio della guerra! Ora poco importa l’appartamento, questa guerra va fermata”. Continua: “Il regime russo è un regime fantoccio. Putin è al potere da 22 anni. Nel frattempo, noi abbiamo avuto cinque presidenti e due rivoluzioni. La società è cambiata. Abbiamo elezioni democratiche. Il Paese si sta modernizzando. Pensi che la Russia faccia sognare? Certo che no. Dei miei amici ci sono andati a vivere solo perché non trovavano lavoro altrove”. Yura si è organizzato. Lavora a distanza tre ore tutti i giorni. Il resto del tempo viene a dare una mano al check-point di Malekhiv o aiuta la folla di ucraini che vengono a cercare rifugio a Leopoli e che non possono partire all’estero. “Alcuni amici che sono in Russia mi hanno detto di aver mostrato a dei russi le immagini degli attacchi di Kharkiv e Mariupol. Ma loro non ci credono. Dicono che è tutto falso. Ripetono quello che dicono le autorità russe, che questa è un’operazione di pace e che i soldati russi sono in Ucraina per proteggerci dai nazisti. Avete incrociato anche un solo nazista qui? Viviamo in un incubo”.