Leopoli, città-rifugio della resistenza Ucraina

Igor e Sergey sono arrivati a Leopoli lunedì. Il primo, informatico, vive a Lisbona. Il suo capo ha accettato di dargli dei giorni di ferie. Il secondo, anche lui sulla cinquantina, vive a Londra da 23 anni. Ha mollato il suo lavoro da muratore ed è partito. In Ucraina i due fratelli hanno indossato la mimetica e sono entrati a far parte delle forze di difesa territoriale, una sorta di protezione civile. Li incontriamo in un’enorme rotatoria trasformata in check-point e bunker, a Malekhiv, principale accesso alla città di Leopoli, nel nord, dove stanno imparando il mestiere di soldato.

“Decidere di partire non è stato facile – ammette Sergey –. Mia moglie mi ha nascosto il passaporto per due giorni. Neanche mia figlia, che è nata nel Regno Unito, voleva che partissi. Ma questo è il nostro Paese, dobbiamo difenderlo”. Igor fa un cenno con la testa e sorride. Ma l’idea di combattere non lo entusiasma: “Se ci dobbiamo battere, ci batteremo. Non permetteremo che questi maledetti bastardi uccidano le nostre donne, i nostri bambini, facciano nel nostro Paese quello che hanno fatto in Siria e altrove”. Igor e Sergey fanno parte dei circa 140.000 ucraini (80% dei quali sono uomini) rientrati in Ucraina dall’inizio del conflitto, secondo i dati forniti dalla direzione delle guardie di frontiera. Non tutti vengono per combattere, ma tutti sono determinati ad aiutare il proprio Paese e a difenderlo se necessario. Anche se è lontana dalle bombe, tutta la popolazione di Leopoli, nell’estremo nord-ovest del Paese, a soli 70 chilometri dalla Polonia, dove arrivano le immagini choc dei bombardamenti, dei civili uccisi, delle distruzioni a Kharkiv, Kiev, Mariupol, si è mobilitata. Poiché le forze si sono concentrate nelle zone di conflitto, nel centro e nel sud del Paese, l’esercito qui è quasi assente. Sta dunque alla popolazione organizzare la difesa della città e prepararsi per il giorno in cui i soldati russi cercheranno di prendere quello che oggi è il maggiore centro logistico e umanitario d’Ucraina. È infatti a Leopoli che transitano i profughi e gli aiuti provenienti dall’estero. Le armi fornite da Paesi della Nato attraversano la sua regione. Tutti qui si danno da fare. In una biblioteca pubblica, degli studenti si sono messi a cucire immense reti mimetiche usando ritagli di stoffa, collant e calzini. Il birrificio Pravda, una sorta di istituzione nella città, ha smesso di produrre birra per fabbricare bombe molotov. Un’azienda che produce caldaie industriali si è messa a saldare travi metalliche per fabbricare i “ricci” anticarro che vengono disposti nei check-point per rallentare l’avanzata dei carri armati russi . Al grande mercato di Krakivskii si sono moltiplicati i banchi dove si possono acquistare le divise mimetiche. Sono stati aperti centri di reclutamento nelle scuole e nelle palestre. Le iscrizioni alle forze locali degli ucraini che arrivano dall’estero vengono raccolte sulla bellissima Chevchenko avenue, al livello del McDonald’s. Torniamo al check-point di Malekhiv, a neanche una decina di chilometri dal centro, dove gli abitanti del quartiere stanno preparando un vero e proprio campo trincerato con blocchi di cemento, sacchi di terra, ricci, filo spinato, tronchi di alberi. Un centinaio di persone si alternano giorno e notte, ogni sei ore, per piantonare il check-point. Sul posto sono presenti anche alcuni soldati armati e dei poliziotti.

Iryna getta della legna nel bidone che fa da braciere. Tè, caffè, minestre, pasti caldi servono a resistere nel freddo gelido di questi giorni. “Putin è uno zar malato e i russi lo accettano – dice Iryna –, vuole eliminarci, piegare il nostro Paese. E dopo, sarà la volta della Polonia, dei Paesi baltici, della Moldavia. L’Europa deve aiutarci. Lo sta già facendo e la ringraziamo. Ma si deve fare di più. Bisogna bandire gli aerei russi dal cielo ucraino, altrimenti raderanno al suolo tutte le nostre città”. Yura, 37 anni, bancario, è fuggito da Kiev il secondo giorno di bombardamenti. Ha impiegato venti ore per percorrere i 500 chilometri che lo dividevano da Leopoli e dalla sua famiglia. Ha dormito quattro ore in tre giorni. Non ha mangiato quasi nulla. “Una guerra così, come nei film, nel Ventunesimo secolo è inconcepibile – dice –. Ho comprato il mio primo appartamento a Kiev appena una settimana prima della scoppio della guerra! Ora poco importa l’appartamento, questa guerra va fermata”. Continua: “Il regime russo è un regime fantoccio. Putin è al potere da 22 anni. Nel frattempo, noi abbiamo avuto cinque presidenti e due rivoluzioni. La società è cambiata. Abbiamo elezioni democratiche. Il Paese si sta modernizzando. Pensi che la Russia faccia sognare? Certo che no. Dei miei amici ci sono andati a vivere solo perché non trovavano lavoro altrove”. Yura si è organizzato. Lavora a distanza tre ore tutti i giorni. Il resto del tempo viene a dare una mano al check-point di Malekhiv o aiuta la folla di ucraini che vengono a cercare rifugio a Leopoli e che non possono partire all’estero. “Alcuni amici che sono in Russia mi hanno detto di aver mostrato a dei russi le immagini degli attacchi di Kharkiv e Mariupol. Ma loro non ci credono. Dicono che è tutto falso. Ripetono quello che dicono le autorità russe, che questa è un’operazione di pace e che i soldati russi sono in Ucraina per proteggerci dai nazisti. Avete incrociato anche un solo nazista qui? Viviamo in un incubo”.

 

BoJo tifa per Kiev: tanto la Brexit tiene lontani i profughi

Ieri pomeriggio il presidente ucraino Zelensky, collegato in video con la Camera dei Comuni, ha citato Shakespeare – “La domanda per noi ora è essere o non essere?” – e, riecheggiando la retorica di Churchill, ha paragonato la resistenza ucraina contro i russi a quella britannica contro i nazisti. Standing ovation dei parlamentari, con il premier Boris Johnson che, commosso, ha promesso di utilizzare “ogni strumento diplomatico, umanitario ed economico per far sì che l’Ucraina torni libera”. Purché i profughi restino fuori dai confini: i brexiteers non li vogliono. Malgrado lo sdegno di una porzione del Parlamento e dell’opinione pubblica, il governo tira dritto: ai profughi dall’Ucraina non viene, almeno per ora, concessa alcuna via di accesso straordinaria al Paese. È il regime migratorio post Brexit: ora che il Regno Unito è fuori dall’Ue, che per gli ucraini in fuga dall’invasione applica per la prima volta lo strumento della protezione temporanea che elimina di fatto lunghe procedure burocratiche, la ministra dell’Interno, Priti Patel, può imporre le restrizioni che vuole. E sono restrizioni dure, che riducono l’accoglienza a due strade: il ricongiungimento familiare e la sponsorizzazione.

Per il momento è attivo solo il primo, con il nome di Ukraine Family Scheme, che dal 1° marzo ha sostituito l’Ukraine Humanitarian scheme. Possono richiedere il visto gli ucraini legati da rapporti familiari ‘diretti o indiretti’ (sono inclusi i legami di sangue ma anche i fidanzati) con cittadini britannici, o con non britannici, per esempio europei o svizzeri, in possesso di uno status che ne provi i diritti di residenza. La richiesta è gratuita, ma uno dei grandi ostacoli, segnalato dai media e dalle associazioni di difesa dei diritti umani, è concretissimo: la pratica va fatta online e perché proceda bisogna caricare sul sito i documenti che provino quel legame familiare. Molto complicato quando si è in fuga precipitosa da un Paese sotto bombardamento. La burocrazia british prevede la possibilità di fornire una ragione accettabile del perché quei documenti non siano disponibili, ma questo ritarda la pratica. Inoltre è necessario fornire le proprie impronte digitali presentandosi in un Visa Application Centre, un centro di elaborazione delle richieste di visto: ma i servizi consolari di Kiev sono sospesi. Il centro britannico più vicino è Rzeszow, in Polonia: gli altri cinque indicati sono Budapest, Chisinau, Varsavia, Bucarest e Parigi. Lunedì la ministra Patel ha dovuto ammettere di non aver ancora approntato un centro a Calais, il porto francese da cui dovrebbero partire i profughi diretti nel Regno Unito, e che l’ufficio consolare di Bruxelles è operativo solo tre giorni a settimana. Un caos indecente: secondo ricostruzioni riportate da Sky News, domenica i visti garantiti erano solo 50 su 13.500 richieste. Lunedì sera il ministero degli Interni ha twittato le cifre aggiornate: 640 permessi su 8.900 richieste. I tempi di smaltimento delle pratiche? Assolutamente indefiniti, ma nell’attesa non ci si può mettere in viaggio perché la decisione arriva al Vat dove si è fatta richiesta. Poi ci sarebbe la via della sponsorizzazione, ancora tutta da capire. Ma se si adeguerà all’esistente, entreranno solo gli abili al lavoro nei settori su cui Londra ha carenza di manodopera. Gente molto qualificata, in grado di mantenersi e pagare la tasse, o raccoglitori di frutta.

“Putin vuole le città per potersi sedere più forte al tavolo”

“La svolta decisiva, cioè la decisione russa di dare battaglia per le città, è forse alle porte”. Lucio Caracciolo, direttore di Limes, il decano degli analisti internazionali, pensa che Mosca sia a un passaggio chiave. E pensa anche che tra le ragioni della guerra ci siano i calcoli sbagliati di Vladimir Putin, un errore iniziale che ha influenzato il corso successivo della campagna.

Perché pensa che siamo alle soglie di un passaggio chiave?

Finora i russi hanno cercato di aggirare lo scoglio della battaglia nelle città, perché in un ambiente urbano ti esponi a massacri di popolazione civile e alla certezza di attentati e sabotaggi con effetti devastanti sul morale delle truppe e sull’immagine della Russia che è già devastata sul piano internazionale.

Perché le città?

Il fatto che i russi abbiano raggiunto solo parzialmente degli obiettivi dopo quasi due settimane di guerra impone ora qualche vittoria tattica che permetta una maggior forza al tavolo di negoziazione.

Che tipo di vittoria?

Se l’obiettivo è quello di arrivare alla congiunzione del Donbass con la Crimea, sigillando l’Ucraina verso il Mar Nero, ancora non ci siamo. E, soprattutto, la performance modesta dei russi potrebbe incoraggiare la resistenza ucraina e la volontà occidentale di sostenerli. Una guerra che si prolungasse oltre il mese sarebbe una guerra non vinta, per usare un eufemismo, perché i tempi sono decisivi, checché ne pensino i russi.

Dalle immagini delle colonne di carri a nord di Kiev si vede un esercito russo in attesa. Perché questa lentezza?

I russi hanno sbagliato due cose di fondo: la prima è che pensavano ci fosse un uomo a Kiev che potesse “invitarli” in Ucraina, idea abbastanza improbabile, ma coltivata. La seconda è che gli ucraini li avrebbero accolti in modo più positivo. Tutto questo complica l’equazione di Putin.

Che aspettarsi ora?

I russi devono ottenere un negoziato serio sul terreno, ma per ottenerlo a questo punto sembra che siano costretti a invadere le città, da qui l’insistenza sui corridoi umanitari per sgomberarle. Anche se a Kiev ci fosse solo la metà degli abitanti sarebbe ancora un rischio enorme.

Come giudica il comportamento occidentale?

Dipende da cosa vogliono Stati Uniti, Gb e Europa. Liquidare la Russia e Putin una volta per sempre? Possibile, ma richiederebbe un grande impegno che l’opinione pubblica difficilmente accetterebbe. Oppure si vuole lasciare la porta aperta a una qualche forma di compromesso con Putin in sella, e un precario equilibrio dell’Ucraina.

Una forma di pareggio.

Sì, sono due opzioni estreme e a mio avviso gli Stati Uniti propenderanno per la seconda. C’è un limite però condiviso da tutti: non rischiare la terza guerra mondiale per l’Ucraina, ma allo stesso tempo non voltarsi dall’altra parte dopo aver incitato gli ucraini. Questo spiega l’irritazione di Zelensky, che prima invitava a non enfatizzare la minaccia russa, mentre oggi è insoddisfatto dell’appoggio ricevuto dagli occidentali.

E cosa pensa dell’invio delle armi?

Occorre ricordare che prima della guerra, Usa, Gb, Turchia avevano già armato e addestrato l’esercito ucraino. Abbiamo visto le immagini degli addestratori partiti poco prima dello scoppio della guerra. È sempre esistita una connessione effettiva tra i Paesi Nato e l’Ucraina. E del resto è stato questo uno degli elementi che ha indotto Putin a una guerra destinata a finire in modo tragico per la Russia.

Era evitabile questa guerra?

Nessuno aveva messo in conto che Putin la scatenasse la guerra e non c’è una ragione sufficientemente potente per la Russia per attaccare come ha fatto il 24 febbraio. La neutralizzazione ucraina era stata già raggiunta, gli Usa erano disposti ad ascoltare, la Nato aveva evidenziato le sue divisioni.

Perché allora muovere guerra?

Credo per errore, a volte nelle guerre succede. Si attende un risultato che non verrà.

Zelensky apre su Crimea e Donbass, la Cina media ma è contro le sanzioni

Nella guerra per l’Ucraina, che rischia di divenire una guerra per l’energia, Volodymyr Zelensky apre uno spiraglio nei negoziati con la Russia. Il presidente ucraino dice: “Sono pronto al dialogo, non alla capitolazione”. La chiave di volta d’un accordo che ancora non s’intravede, ma che si può immaginare, potrebbero essere la Crimea e quelle che Zelensky chiama le “pseudo repubbliche” separatiste del Donbass, Donetsk e Lugansk, auto-proclamate e filo-russe. “Possiamo discutere e trovare un compromesso su come questi territori continueranno a vivere”, spiega il presidente ex attore, tornando a parlare dal suo studio dopo giorni di discorsi dal bunker. Ovunque, ieri in Ucraina, tregue locali, corridoi umanitari ed evacuazioni di civili hanno stentato. A Sumy l’evacuazione dei civili viene interrotta a più riprese “a causa dei bombardamenti dei carri armati nemici”, informa l’agenzia ucraina Unian. E Kiev accusa i russi di bombardare il corridoio di Mariupol, denunciando “crimini di guerra come strategia deliberata”. La Russia, oggi, metterà in atto una nuova tregua. Si vedrà.

I servizi segreti ucraini affermano di aver ucciso a Kharkiv il generale russo Vitaly Gerasimov, vicecomandante della 41ª Armata interforze russa. La notizia, la cui veridicità non può essere verificata in modo indipendente, è rilanciata dai media ucraini, fra cui il Kyiv Independent, che afferma che Gerasimov era stato decorato “per avere conquistato la Crimea”. Il generale era stato, fra l’altro, in Cecenia e in Siria. Cruento sui campi di battaglia, il conflitto si inasprisce sul fronte delle sanzioni: il presidente Usa Joe Biden vieta l’import di petrolio, gas e carbone russi – sulla misura, c’è un accordo bipartisan – e blocca pure gli investimenti statunitensi nel settore energetico russo. Biden, però, non contesta che molti alleati, specie europei, non possano allinearsi su questi provvedimenti. Anche il Regno Unito si impegna a ridurre a zero le forniture energetiche di gas e petrolio russi entro fine anno. Londra importa da Mosca un quantitativo residuale di queste materie prime rispetto al suo fabbisogno complessivo. Ben diverso il quadro europeo: la quota della Russia sul totale dell’import di petrolio degli Usa è inferiore al 5%, mentre per l’Ue è del 27%. Anche per il gas l’Europa è ben più dipendente dalla Russia degli Usa. Il pressing degli occidentali sulla Cina, perché prenda le distanze da Mosca e tenti una mediazione, si intensifica. In videoconferenza col presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il presidente cinese Xi Jinping sollecita “massima moderazione” in Ucraina, ma mostra anche comprensione per “le legittime preoccupazioni russe in materia di sicurezza”. Nel suo primo colloquio con leader occidentali dall’inizio della crisi, Xi dice che la Cina “deplora profondamente” la guerra ed è favorevole al rispetto della “sovranità e integrità di tutti i Paesi: tutti gli sforzi per una soluzione pacifica vanno sostenuti”, aggiunge, bocciando però le sanzioni “che hanno un impatto negativo” perché risultano “dannose per tutte le parti”. E innescano ritorsioni. Quelle cui sta pensando Mosca: “È nostro diritto imporre l’embargo sul gas che transita nel gasdotto Nord Stream 1”, afferma il vicepremier russo Aleksandr Novak, prima che la decisione Usa venisse annunciata (e dopo il congelamento da parte di Berlino del Nord Stream 2, il gasdotto gemello al primo tra la Russia e la Germania). Il Segretario di Stato Usa Blinken dice che l’invasione dell’Ucraina costituisce “un’opportunità non solo significativa, ma imperativa per molti Paesi dell’Europa, di liberarsi dalla dipendenza dall’energia russa”, perché Mosca “usa l’energia come un’arma”. Una bozza della dichiarazione che chiuderà il Vertice dell’Ue a Versailles, domani e venerdì, indica come obiettivo “l’eliminazione della dipendenza da petrolio, gas e carbone importati dalla Russia”: ma per il 2022 ci si accontenta di ridurla di un terzo. Sul tema armi all’Ucraina, Politico scrive che Usa e Polonia hanno siglato un accordo per il trasferimento di Mig-29 “immediatamente e senza costi” in una base americana in Germania, una mossa che potrebbe preludere – secondo il magazine americano – alla consegna dei jet a Kiev.

Il guerrafondaio ipocrita

“Il cinismo di quei pacifisti che dicono no a Zelensky”. Vedo questo titolo in cima all’editoriale di Paolo Mieli sul Corriere. Corro a leggere e trovo citato quasi tutto il mio editoriale di sabato. Manca solo la mia firma, così nessuno capisce con chi ce l’abbia Mieli (le guerre non si dichiarano più). Quindi i “pacifisti cinici” che “dicono no a Zelensky” sono io. Che, tra parentesi, non sono mai stato pacifista e non ho mai parlato con Zelensky, ma fa niente. Con la sua prosa mieliflua, Mieli mi impartisce una “lezione tramandataci dalla storia”, perché com’è noto è pure uno storico. Infatti infila una collezione di paralleli che, con l’Ucraina, c’entrano come i cavoli a merenda. Tipo gli aiuti “ai repubblicani nella guerra civile spagnola”, alla “rivolta nel ghetto di Varsavia”, agli oppositori di Pinochet e Videla. Ma quelli in Cile e Argentina erano golpe interni: quella in Ucraina è un’invasione esterna. La guerra di Spagna e la seconda guerra mondiale mossero eserciti contro altri eserciti (Varsavia la liberò l’Armata Rossa):oggi né gli Usa, né la Nato né l’Ue intendono inviare un solo soldato in Ucraina. Anche il paragone fra i Sudeti e l’Ucraina traballa: il Führer pianificava il dominio tedesco su tutta Europa e lo sterminio di milioni di ebrei, zingari e gay; lo zar, per quanto criminale, parrebbe un po’ meno pretenzioso.

Potremmo continuare, se lo strazio del cuoricino di Mieli sanguinante per il nostro cinismo non ci inducesse a smettere. E a seguirlo toto corde nel purissimo afflato di solidarietà per Zelensky, offuscato solo dalla mancanza di analogo trasporto per i serbi, i libici, gli afghani, gli iracheni e gli altri popoli invasi e sterminati dall’Occidente buono. Noi abbiamo sempre condannato quelle guerre con lo stesso cinismo con cui condanniamo quella di Putin e sognato sanzioni e armi contro i criminali che le avevano scatenate: ma erano impossibili perchè avremmo dovuto sanzionarci e bombardarci da soli. E ora che Putin fa ciò che facevamo noi vorremmo tanto che perdesse la guerra. Ma purtroppo gli esperti dicono che è improbabile: l’unica incognita di questa guerra non è come finirà, ma quando e con quanti morti (direttamente proporzionali alla sua durata). Perciò speriamo che duri poco. A meno che, si capisce, Usa, Nato e Ue non dicano sì a Zelensky con no fly zone, caccia e truppe di terra: cioè con la terza guerra mondiale. Se è questo che auspicano Mieli&C., lo dicano: “Vogliamo la terza guerra mondiale”, anziché nascondersi dietro la resistenza ucraina per fare bella figura nei talk. Ma lo dicano a Biden, alla Nato, all’Ue e all’amato Draghi: perché sono questi a “dire no a Zelensky”, non i pacifisti cinici. Che, per quanto esecrabili, sono meglio dei guerrafondai ipocriti.

Il Moravia profeta dell’“Inverno nucleare” spaventato dal suicidio (atomico) dell’umanità

L’attacco russo alla grande centrale nucleare ucraina di qualche giorno fa ha spaventato l’Occidente, ricaduto all’improvviso nella paura per la terza guerra mondiale, nucleare, definitiva.

Non è la prima volta che siamo entrati nel tunnel del terrore atomico. Dopo Hiroshima gli scrittori pensavano che non si potesse più scrivere. La paralisi tornò in occasione dei missili russi a Cuba, puntati contro gli Stati Uniti. E quando i sessantottini presero coscienza delle numerose basi nucleari americane sparse nel nostro Paese manifestarono, accesi dal terrore di morire in massa. Pochissimi autori italiani scrissero libri contro la bomba atomica: Elsa Morante e suo marito Alberto Moravia. Quest’ultimo, quattro anno prima di morire, nel 1986, raccolse i suoi articoli apparsi sul Corriere della Sera e su L’Espresso su quella che era diventata una vera ossessione: la bomba che avrebbe messo fine alla guerra fredda tra le due superpotenze dell’America e dell’Unione Sovietica, cancellando l’umanità intera e forse la Terra. Il primo articolo de L’inverno nucleare si intitolava Lettera da Hiroshima: “Ecco l’ultima novità: non sono più quel tale individuo a nome Alberto Moravia, non sono più italiano, europeo, ma soltanto membro di una specie destinata, a quanto pare, ad estinguersi al più presto. Questa verità mi è folgorata in mente mentre mi chinavo, riverente, per deporre un mazzo di fiori davanti al cenotafio delle duecentomila vittime della bomba atomica”.

Moravia era convinto che l’estinzione della specie umana fosse alle porte… Avrebbe voluto incidere nel dibattito sul disarmo nucleare, ma le sue parole erano cadute nell’indifferenza generale: “La guerra nucleare è una guerra annunciata perché non è una guerra ma la morte della specie… non somiglia alle altre guerre mondiali per tre ragioni: 1) la durata: due o tre minuti; 2) la micidialità: cento per cento di morti; 3) il fatto che oltre all’umanità distruggerà la Terra… il pacifismo pare una maschera della paura. Bisognerebbe ripensarlo come rivoluzione interiore… la fine del mondo è già cominciata con il disastro ecologico… la coscienza di specie potrebbe obliterare la coscienza di classe e provocare una generale riconciliazione che a sua volta potrebbe essere una comoda maschera del disimpegno… l’uomo dell’inverno nucleare non ci sarà mai”. Quando uscì il libro in una città del Nord Italia qualcuno scrisse su un muro: “Leggete Moravia”.

Poche ma buone: scrittrici divise tra romanzi e bebè

Agatha è assistente farmacista e progetta libri mentre lava i piatti; Aphra si mantiene come spia professionista; Beatrix, contadina, salva dall’estinzione una razza di pecore; Zelda vorrebbe “soprattutto amare e incidentalmente vivere”; Nelly fa la lavandaia e in cucina scrive poesie. Sull’Olocausto. Christie, Behn, Potter, Fitzgerald, Sachs sono alcune delle protagoniste dell’antologia di Katharina Mahrenholtz e Dawn Parisi: Scrittrici! (Bompiani), una sfilata di penne raffinate, da Saffo ad Amanda Gorman, da Jane Austen a Simone de Beauvoir.

Poche ma buone, l’otto marzo è anche la loro Giornata: fu proprio una di queste signore, Olympe de Gouges, da analfabeta a rivoluzionaria, a redigere la prima Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina nel 1791. Per secoli alle ragazze fu impedito leggere e scrivere: molte erano vittime di padri padroni (il signor Dickinson) e mariti pure (Sof’ja Tolstaja, 13 figli, riscrisse sette volte Guerra e pace); altre avevano bimbi a cui badare (il bebè di Toni Morrison rigurgitava sui suoi appunti), o matrimoni infelici, aborti, tradimenti, tentati suicidi, omosessualità nascoste… Più d’una scelse di firmarsi con uno pseudonimo maschile e no (George Sand, Rebecca West) e ancora negli anni 90 l’editore chiese all’esordiente Joanne di trovarsi un nome de plume per meglio piazzare il suo libro per ragazzi; così nacque J. K. Rowling. Oltre alla fatica, tutte vantano vite avventurose, anche dietro ai fornelli: vedi la numinosa Sylvia Plath prima di infilare la testa nel forno.

Se la cernita del saggio è giocoforza personale e parziale – Ágota Kristóf non compare nemmeno nei titoli di coda –, l’apparato iconografico è irresistibile, con giochi e pettegolezzi: Marguerite Duras arrivava a bere 6-8 litri di vino al giorno, mentre Dorothy Parker “al terzo Martini era sotto il tavolo e al quarto sotto il cameriere”. Diamo i numeri: due terzi degli analfabeti sono donne, che però leggono il doppio della narrativa rispetto agli uomini, e solo il 12 per cento dei premi Nobel è una autrice (il 16 per il premio Strega).

Quasi nessuna ha avuto la “stanza tutta per sé” decantata da Virginia Woolf; viceversa, non è mancata la determinazione. Colette riuscì a trasformare Claudine in un marchio di profumi e gioielli, Rosamunde Pilcher col primo milione comprò un tosaerba e un’altra inaugurò così il quaderno delle elementari: “Questo è il primo romanzo di Elsa Morante”. La più sfrontata resta però Bettina von Arnim, che diede della “salsiccia” a una amante di Goethe, e perciò fu dimenticata dalla storia della letteratura. O quasi.

“Adesso battiamo i nazisti”

La preoccupazione arriva prima del buongiorno. “Le è piaciuto?” “Le vittorie contro i tedeschi danno sempre una certa soddisfazione”. (Sorride) “Li abbiamo massacrati!”

Massimiliano Bruno è il regista di C’era una volta il crimine, terzo capitolo della trilogia iniziata nel 2019 con Non ci resta che il crimine; il plot è sempre lo stesso: un gruppo di amici ha trovato il modo di viaggiare nel tempo, e dopo aver affrontato la Banda nella Magliana e Gomorra, questa volta tocca ai tedeschi occupanti subire l’eroismo di Marco Giallini, Gianmarco Tognazzi, Gianpaolo Morelli e dello stesso Bruno. In mezzo pure un confronto con Mussolini, il furto della Gioconda, un Vittorio Emanuele deriso e la Curva Sud della Roma eroica in una “trasferta” decisiva.

Insomma, lei scherza, ma a quanto pare siamo in guerra.

(Cambia tono ed espressione) Infatti trattare ora certi argomenti è complicato.

È decisamente attuale.

(Scuote la testa) Cavolo.

Magari, a chi serve, risveglia le coscienze.

Mi piacerebbe, perché alla fine, nel film, i vigliacchi diventano coraggiosi; (pausa, ripensa a prima) e chi lo immaginava.

È un artista.

Quindi precorro i tempi? Bastardi maledetti.

Chi?

I nazisti.

Primo giorno di set.

Di solito lo tratto come un primo giorno di scuola, quindi lo organizzo in maniera leggera: si gira poco, scene facili, possibilità di ambientarsi.

Vabbè, siete amici.

Sì, ma oramai nella vita normale ci incontriamo poco, siamo diventati grandi e con i nostri impegni; Giallo (Giallini) lo vedo giusto in promozione o sul set.

Adulti.

Ci sono i figli di mezzo, magari piccoli; negli anni Novanta non avevamo un cacchio da fare, ci vedevamo tutte le sere, davamo sfogo all’improvvisazione.

Tradotto.

Usciamo e vediamo cosa accade.

Nel film spesso i protagonisti fanno il saluto romano. Ma con fatica…

In questo paese la maggior parte delle persone tendono il braccio con troppa poca fatica.

Tra voi attori…

Nel film Giallini non lo fa mai veramente, addirittura in una scena accompagna braccio teso da un “ciao”; comunque non puoi non provare fastidio.

Evidente oltre il copione.

Anche in costume e recitando, troverei insopportabile vedere una mia foto con il saluto romano.

A lei non capita.

(Ride) Per forza, la sceneggiatura l’ho scritta io. Ho evitato.

Se avesse davanti Mussolini, cosa gli direbbe?

(Inizia più volte una risposta. E poi…) In realtà credo fosse impossibile parlare con lui: un narcisista con una certa dose di follia; all’epoca c’erano ancora i manicomi, gli avrei consigliato una passeggiata lì.

Altro che Basaglia.

Non c’era; (pausa) come molti italiani me la sarei fatta sotto; ho avuto un nonno comunista e a Lamezia Terme rifiutò sia il saluto romano che di indossare la spilla. Fu sospeso per tre anni e per fortuna i fascisti del paese erano pure amici d’infanzia.

Come andava a scuola?

Benino.

In Storia?

Molto bene, come in Filosofia e Italiano; Storia è sempre stata la mia passione, la conoscenza del passato è fondamentale, peccato che dall’avvento di Berlusconi in poi hanno depauperato i programmi.

Qual è la sua “gloria”?

Il rispetto di me stesso e degli altri.

Ha sempre dichiarato di non riuscire a incavolarsi sul set. Ha imparato?

Un giorno ho avuto qualcosa da ridire e quando capita divento brutto. Ma brutto veramente da vedere a da sentire.

Che è successo?

Ho discusso coi protagonisti e la produttrice; (riflette) è stato un set difficile ha piovuto spesso e una mareggiata ha portato via la scenografia organizzata sulla spiaggia.

Sulla spiaggia lei arriva agghindato alla Rambo, in stile videogioco.

Volevo apparire come un nerd che va alla guerra, e allora mi sono domandato: cosa indosserebbe un cojone? La mimetica di Rambo…

Dietro di lei la Curva Sud.

E come potevo perdermi un’idea del genere? Una volta la Sud era composta di compagni, ricordo ancora il coro dei laziali: romanisti, comunisti.

Il film è dedicato a suo padre.

Perché è morto due anni fa; il primo giorno delle riprese veniva sempre per salutare e poi era un antifascista e mi dispiace non avergli mostrato il film (la voce si spezza…)

Farà il quarto?

Assolutamente no, per il cinema si è chiusa la trilogia.

E per la televisione?

Eh? (resta zitto)

Sempre per la televisione: come sono andate le riprese del nuovo Boris?

Finite, sono in montaggio.

Contento?

Sì, però non posso dire niente; (ride) non ha nulla da invidiare alla vecchia serie.

E lì il primo giorno di set?

Sembravamo degli ex compagni di scuola, solo un po’ più vecchi: hanno tinto a tutti le barbe.

Sono passati 13 anni dall’ultimo ciak.

E siamo diventati grandi insieme; resta un dolore: tra di noi non ci sono più Mattia (Torre, uno degli sceneggiatori) e Roberta (Fiorentini).

L’appello per Orsini: “No alla censura”

“Basta con la censura”. L’appello arriva dopo il duro comunicato con cui l’Università Luiss ha preso le distanze dal suo professore Alessandro Orsini, accusato di aver leso “la reputazione” dell’ateneo con le sue ospitate televisive tacciate di essere troppo filo-russe. Ora però diversi colleghi di Orsini, docenti universitari da tutt’Italia, hanno deciso di fare rete con una petizione con cui si chiede di smetterla con “il clima di oscurantismo” verso chi, sull’invasione russa, azzarda critiche alla Nato: “Le analisi di Orsini non hanno alcunché di censurabile. Si fondano su studi scientifici rigorosi e sulle più accreditate teorie delle relazioni internazionali” . Un appello già sostenuto da una cinquantina di professori e disponibile su petizioni.it.

Servono soldi: ora la Rai può vendere le torri di Raiway

I conti devono tornare, solo che non tornano. La Rai per il suo piano industriale al 2024 ha bisogno di investire, ma il suo bilancio è in perdita: ecco allora il Dpcm firmato ieri da Mario Draghi che le consente di scendere sotto il 51% di Raiway, la società che capitalizza 1,3 miliardi (viale Mazzini ne detiene il 65%) e che ha in carico le torri di trasmissione della tv pubblica. Il divieto era stato introdotto nel 2014 dal governo Renzi, al momento della quotazione in Borsa, decisa sempre per tirare su qualche soldo, a fronte di un tentativo di acquisto dell’omologa Ei Towers, all’epoca controllata da Mediaset, oggi scesa al 40% a favore di F2i, il fondo di quel che resta del salotto buono italiano (Cdp, Intesa, Unicredit, fondazioni bancarie, etc). La mossa del governo – prodromica alla fusione tra RaiWay ed Ei Towers – era oggetto di indiscrezioni da settimane ed era stata anche richiesta pubblicamente da alcuni azionisti di minoranza di RaiWay. Non tutti, però, l’apprezzano: i sindacati interni oscillano tra violentemente e moderatamente contrari e anche un bel pezzo di maggioranza è perplesso. Questo, per dire, è il renziano Michele Anzaldi: “Un provvedimento grave, senza alcuna trasparenza e senza che sia stato detto a cosa debbano servire questi soldi in più che arrivano nelle tasche della Rai”. Anche l’ex ministro Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia, si è detto contrario. Mediaset for Europe (il nuovo nome della società dei Berlusconi) non ha invece commentato: difficile che Gasparri stavolta parli per l’azienda del suo leader…