“Uguali e insieme”. Parità di genere sulla tv pubblica

Una giornata interamente dedicata alla donna e alla parità di genere, quella oggi della Rai, con programmi e approfondimenti, a partire dalla diretta dal Quirinale (Rai1 10:55) dove Sergio Mattarella parteciperà alla cerimonia per la “Giornata internazionale della donna”. Filo conduttore sarà la campagna “uguali e insieme”, una serie di spot in onda su tv, radio e web della tv pubblica, una campagna sociale e un logo con il segno matematico = per evidenziare la necessità di favorire la parità tra maschi e femmine. “Il logo comparirà sugli schermi in tutti i programmi Rai” spiega l’ad Fuortes. “Abbiamo scelto un simbolo matematico per indicare un traguardo da raggiungere al più presto: una società dove il peso delle donne e degli uomini sia uguale, che valorizzi le differenze e premi il merito”, ha aggiunto la presidente, Marinella Soldi. Alla campagna aderiscono, tra gli altri, Luca Zingaretti, Luisa Ranieri, Gianluca Vialli, Roberto Mancini, Alessandro Gassmann, Serena Rossi, Simona Ventura e Vittoria Puccini.

Dario Vassallo contro il Pd: “Dimenticato mio fratello”

“L’omicidio di Angelo Vassallo è un omicidio politico-mafioso. Di conseguenza ci sono due verità, una giudiziaria e una politica”. Lo ha detto Dario Vassallo, fratello di Angelo Vassallo, il sindaco Pd di Pollica (Salerno) ucciso il 5 settembre 2010 in circostanze ancora non chiarite, alla presentazione del libro La verità negata scritto con Vincenzo Iurillo: “Questo convegno – ha detto Vassallo – doveva essere organizzato 11 anni, 6 mesi e due giorni fa dal partito a cui era iscritto mio fratello. Lo abbiamo chiesto per 11 anni, nessuno si è degnato di rispondere”.

“Io, il Pegaso dell’Espresso tra De Luca, B. e il calcio”

Danilo Iervolino è il nuovo principe Caracciolo.

Lei non sa che onore mi fa sentirlo dire.

È una cosa straordinaria. È riuscito in un battibaleno ad avanzare fin sulla scena nazionale.

Sono i primi risultati del duro lavoro e della dedizione, della passione, di quel mix di energia vitale, diciamo così.

Con l’Espresso in tasca l’outlook Iervolino salirà ancora nel rating degli imprenditori vippissimi.

L’Espresso ha fatto la storia dell’Italia.

Ha covato grandi firme e ha fatto grandi battaglie civili, progressiste, fondamentalmente radicali e di sinistra.

I brividi, le dico. Brividi. Sono più che onorato ed è ancora poco dirlo in questo modo.

Ricordo che nel 2014 strinse con Silvio Berlusconi un’intesa per offrire ai dirigenti di Forza Italia una scuola di formazione, un momento di crescita politica e culturale. Iervolino come il Caronte nel campo largo del liberalismo. Destra moderna, asciutta, pragmatica, americana.

Alt, ora la fermo. Mica solo con Forza Italia? Sono ancora presidente della Pegaso e come tale abbiamo intrattenuto rapporti col più vasto mondo della politica e della società civile.

L’università telematica che però ha venduto a un fondo americano.

Esatto.

Facendo un sacco di soldi.

Non posso rivelarle i dettagli per via dei rigidi vincoli delle clausole di riservatezza.

Un miliardo di euro la valutazione dell’azienda, a lei almeno trecento milioni.

Davvero, mi creda e non per scortesia, ma non posso rivelare nulla.

Mamma mia quanti italiani fanno l’università per corrispondenza.

Caro amico, è il tempo nuovo, il modo nuovo di studiare. Pegaso è la prima e fa un sacco di utili.

Diritto privato fu per me un calvario. Se a quel tempo fosse esistita la Pegaso sicuramente avrei affrontato l’esame con più scioltezza…

Durante la fase dello studio e dell’approfondimento le avremmo cucito un abito su misura.

Un tutor tutto per me.

Esatto.

Ha già in testa il nome del nuovo direttore dell’Espresso?

Ci stiamo lavorando. Mi faccia dire una cosa però, rispetto al rapporto con Forza Italia.

Prego.

Pegaso ha costruito una collaborazione anche con il Pd. Era il nostro lavoro, il nostro modo di operare, a tutto campo.

Una scuola di formazione anche col Pd?

Per dire del nostro ecumenismo.

Ma lei è progressista o conservatore? O tutt’e due?

Credo nel progresso, sono necessariamente progressista.

Il settimanale che ha appena comprato diverrà quotidiano?

Resterà settimanale

Dei 25 giornalisti in organico quanti ne licenzierà?

Licenziare? Ma dottore! Nessuno, ma proprio nessuno.

E come sarà il nuovo settimanale del nuovo principe Caracciolo?

Schiena dorsale dentro la storia d’Italia, occhi e mente puntati al futuro, navigando nel grande lago della rivoluzione tecnologica.

Quindi molto hi-tech.

Progetto un grande propulsore, un mediatech.

Poca carta, tanto web.

Carta e digitale. Scrittura e televisione, web e ogni altra forma di connessione col mondo della società 5.0.

Molto virtual.

Proiettata dentro il tempo che si apre.

Quanto ha pagato l’Espresso?

Non posso dirlo.

Prima ha cercato di comprare l’Unità.

Neanche questo è vero.

Ha chiesto anche del Mattino.

Ma no, false ricostruzioni.

Iervolino ha prima fatto ingresso nel mondo del calcio.

La Salernitana è stato un approdo molto gratificante.

Il calcio, i giornali, le manca solo la politica.

Io sono politico.

L’onorevole Iervolino.

Nel senso che il mio impegno, la misura della mia passione civile è integra e andrà messa alla prova. Politico, ma non partitico.

Non partitico. Sapevo che è in ottimi rapporti con la famiglia di Vincenzo De Luca, il conducator della Campania. Intimità sia con il babbo che soprattutto con i figli.

Da Pegaso è passato il mondo intero. Abbiamo avuto il piacere di ascoltare testimonianze da qualunque angolo visuale. Il voler sempre etichettare sa di vecchio, abitudine del tempo che fu.

Un’abitudine del Novecento, presidente. Comunque non deve sentirla come un’offesa…

Ma assolutamente, onorato anzi. Voglio solo dire che rivolgo lo sguardo ovunque.

Lei vive a Palma Campania.

Tra Palma Campania e Roma.

Prima la Salernitana, poi l’Espresso.

Posso dirle? Avrei piacere di vederla allo stadio.

Mail box

 

Il patto italo-francese era una sceneggiata?

Apprendo dal Fatto dell’esclusione di Draghi, e quindi dell’Italia, dalla cena del 28 febbraio organizzata dall’Eliseo con i rappresentanti delle industrie europee, con Scholz e con Von der Leyen. Una domanda: è già stato seppellito il Trattato italo-francese firmato in pompa magna qualche mese fa al Quirinale? O si trattava, come temo, dell’ennesima sceneggiata senza valore?

Alfonso di Domenico

Entrambe le cose, temo.

M. Trav.

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo da voi pubblicato il 16 febbraio con il titolo “Il video pro Eni e quel dialogo che neanche l’Eni ha usato”, a firma di Antonio Massari, Eni precisa quanto segue.

È falso che Eni disponesse del video prima del 2019. Per accertarlo il giornalista avrebbe potuto semplicemente consultare la sezione “Le nostre risposte a Report” (https://eni.com/it-IT/media/caso-opl245-processo-nigeria/nostre-risposte-report.html) del nostro sito dove è fornita la vera ricostruzione nonché la certificazione rilasciata dalla Kpmg in tal senso (che l’articolo richiama invece in senso diametralmente opposto). D’altra parte, come è già stato detto e ripetuto, la prova da depositare era il dischetto che recava la videoregistrazione (la sola trascrizione, omissata o integrale che fosse, non sarebbe stata processualmente accettabile). Per contro, ci chiediamo: considerato il materiale che è emerso e la conoscenza che abbiamo ora acquisito, come mai in occasione del riesame di Mantovani, fu predisposto uno stralcio omissato, privo del supporto mediatico, che in quanto nota di pg era processualmente inservibile per chicchessia (ed in particolare per Eni)?

È altrettanto chiaro ed evidente che Eni disponesse solo di un estratto omissato di poche pagine su 73 di trascrizione mentre era Report che disponeva della versione integrale (cosa che Eni aveva intuito, invitando il giornalista a verificare). Eni intraprenderà ogni iniziativa giudiziaria per contrastare questa propalazione già più volte rilanciata dal vostro giornale da Antonio Massari nonostante le evidenze (pubbliche) contrarie.

Ufficio Stampa Eni

 

Pubblichiamo la rettifica di Eni anche se non rettifica nulla: nell’articolo avevo già scritto – e non è la prima volta che lo faccio – che Eni smentisce di aver mai avuto il possesso del video Bigotti fino al 23 luglio 2019 ed è il solo fatto che Eni ci contesta.

Ciò detto, preso atto dell’interrogativo: “Come mai in occasione del riesame di Mantovani, fu predisposto uno stralcio omissato?” (sebbene tocchi un argomento mai affrontato dal mio articolo) ho comunque effettuato verifiche. È senza dubbio vero che il procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, trasmette il 10 maggio 2017 alla collega di Milano Laura Pedio l’annotazione della Gdf, con allegati i supporti audio del procedimento a carico di Luciano Caruso. Ed è documentato che, trasmettendoli, chiede espressamente di “concordare l’eventuale discovery o utilizzazione delle fonti di prova trasmesse”.

Circostanza a mio avviso di ovvio – direi banale – rigore giuridico e investigativo: siamo dinanzi a tre procure – c’è infatti anche quella di Messina – che stanno svolgendo indagini fra loro collegate in vista di future misure cautelari. Anomalo, a mio avviso, sarebbe stato il mancato coordinamento sulle “porzioni” degli atti da mettere in deposito alle singole difese, correndo il rischio che le esigenze cautelari di un ufficio fossero “bruciate” dall’attività di un altro. La tempistica delle tre Procure dimostra l’assunto: per quanto riguarda Mantovani, infatti, la Procura di Milano emette il decreto di perquisizione il 5 febbraio 2018 e lo esegue il 6 febbraio 2018. Il difensore riceve copia degli atti il 13 febbraio 2018. Il Gip di Roma emette l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Caruso il 2 febbraio 2018 ed esegue la misura il 6 febbraio 2018. A disposizione della difesa veniva messa anche la relazione della Guardia di Finanza contenente anche la trascrizione integrale del video Bigotti. L’ordinanza di misura cautelare del Gip di Messina è del 31 gennaio 2018.

Nei fatti credo che la risposta all’interrogativo di Eni si rinvenga nel coordinamento delle tre Procure teso a esercitare l’azione penale e a non correre il rischio di danneggiare le indagini proprie e altrui.

A. Mass.

Giornata della donna. “Dagli stupri di guerra al gap salariale: quali diritti?”

Caro direttore, sto seguendo con grandissima preoccupazione l’andamento della guerra in Ucraina. Non c’è momento in cui il mio pensiero non corra a tutte le vittime innocenti le cui vite sono state, e continuano a essere, strappate via da una guerra mostruosa. Oggi ricorre la Giornata internazionale dei diritti della donna e proprio adesso, più che mai, vorremmo gioire per le conquiste sociali, economiche e politiche delle donne. Assistiamo invece a uno scenario terribile, che nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare fino a poco tempo fa; i diritti delle donne ucraine, e non solo delle donne, dall’inizio della guerra, sono brutalmente calpestati. Pochi giorni fa il ministro degli Esteri dell’Ucraina, Dmytro Kuleba, ha denunciato numerosi casi di violenze sessuali, compiuti dai soldati russi nelle città occupate, ai danni delle donne ucraine. Lo stupro è atroce crimine di guerra. La storia ci insegna come, durante un conflitto, la violenza di genere e lo stupro siano utilizzati come vere e proprie armi contro il nemico; è un modo disumano da parte di un esercito invasore di affermare la conquista del territorio, un’arma di rappresaglia nei confronti della popolazione. Il corpo delle donne diventa, durante una guerra, di proprietà dei soldati. Anche Sima Bahous, direttrice esecutiva di UN Women lancia l’allarme: le donne e le ragazze, in particolare quelle rifugiate o comunque sfollate dalle loro case, sono a rischio maggiore di violenza sessuale. Mi unisco alle sue parole, secondo cui la partecipazione piena e significativa delle donne è anche vitale per migliorare i processi di pace e sicurezza.

Caro direttore, le donne sono metà della popolazione, ma anche in contesti di pace come il nostro, sono sottorappresentate, spesso emarginate, con decisioni difficili da prendere. Il tempo viene loro tolto, alle prese con la cura dei fragili, dei figli, spesso non sono messe in condizione di poter lavorare. La condivisione della cura, ecco la parola magica. Mi rifiuto di vivere in una società in cui una donna deve decidere se avere un figlio o mantenere un lavoro. Il Pnrr ha messo in campo 3 miliardi per asili nido e scuole dell’infanzia. I bandi sono prorogati fino a marzo. Perdere queste risorse sarebbe folle. Siamo più istruite ma meno impiegate, lavoriamo come gli uomini, ma in molti contesti veniamo pagate meno. Maggiore partecipazione al mercato del lavoro, giusta condivisione delle incombenze domestiche, maggiore rappresentanza all’interno degli organi decisionali, ecco le misure da adottare. Oltre alla tutela in caso di violenza, come prevede la mia proposta di legge per inserire le donne vittime di violenza nelle categorie protette e il cui iter è a buon punto in commissione. Questa giornata la dedico a tutte le donne che sono il motore del cambiamento; oggi è l’8 marzo di tutte quelle donne che si stanno spendendo, in Ucraina, per mettere in salvo le vite dei loro cari e di tutte quelle che lottano e fanno sentire la propria voce per la pace.

Maria Edera Spadoni, Vicepresidente della Camera dei Deputati e deputata M5S

Lettera a Putin: faccia cessare i cannoni, salvi la Russia

Presidente Putin, la sua Russia è un patrimonio del mondo e non può uscire dalla famiglia dei popoli.

Il mondo ha bisogno della Russia e la Russia ha bisogno del mondo. Pensi ai bambini russi. Hanno diritto a vivere in una nazione sicura, ma la sicurezza non basta per essere felici. Lei deve fermare subito questa brutale invasione. Se pure dovesse conquistare l’Ucraina sarebbe impossibile redimerla alle sue ragioni. A guerra ferma si può negoziare la neutralità dell’Ucraina, un po’ come se fosse una Svizzera orientale. Quanto alle Regioni contese si potrebbe con un referendum affidare alle popolazioni la scelta di restare in Ucraina o passare alla Russia.

Presidente Putin, a volte nella vita si fanno le cose migliori partendo dal riconoscimento dei nostri errori. I civili ucraini, i soldati ucraini e quelli russi non meritano di morire per risolvere le complicate vicende storiche frutto degli interessi contrapposti che da sempre caratterizzano la vita degli uomini. Tenga presente che siamo ancora alle prese col problema della pandemia e che siamo tutti in pericolo per la crisi climatica.

Si fermi Presidente Putin, lei non può portare il mondo intero a non amare la Russia, lei non può privare il mondo della speranza di una battaglia comune contro le ingiustizie e contro la corsa agli armamenti. Lei può passare alla Storia come un uomo che aveva preso una cattiva strada, ma che a un certo punto si è fermato e ha trovato una strada buona per la Russia e per tutti i popoli. Ci vorranno un po’ di anni. Le auguro di vivere abbastanza per poter dare ai bambini un mondo migliore rispetto a quello in cui lei ha vissuto da bambino. Pensi a sua madre più che agli strateghi militari. Sicuramente sua madre le consiglierebbe di fermare l’invasione in Ucraina.

P. S. Saremo in tanti a scriverle. Chi fa questo antico gesto ha trovato i suoi maestri nei grandi scrittori russi, a partire da un grande uomo di pace come Tolstoj.

Tolstoj: “L’amore dura un niente e i medici barano”

Amare. “Dire che si possa amare per tutta la vita un solo uomo o una sola donna è la stessa cosa che dire che una candela possa ardere per tutta una vita”.

Letto. “L’affinità spirituale! La comunanza d’ideali! Ma in tal caso, scusatemi la volgarità, che ragione c’è di andare a letto?”.

Eccessi. “Nessun eccesso fisico costituisce una vera depravazione; la depravazione, l’autentica dissolutezza consiste proprio nell’escludere qualsiasi rapporto morale nei confronti di una donna con cui s’intrattiene un rapporto fisico”.

Classi superiori. “Se noi potessimo vedere la vita delle classi superiori della società così come veramente è, in tutta la sua indecente nudità, ci accorgeremmo che essa è in realtà nient’altro che una grande casa di tolleranza”.

Prostitute. “A parlare rigorosamente bisogna dire che le prostitute che esercitano il mestiere per breve tempo vengono comunemente disprezzate, mentre quelle che lo esercitano in permanenza vengono universalmente rispettate”.

Scopo. “Ma io le domando: e perché mai il genere umano dovrebbe perpetuarsi?”. “Come perché? Altrimenti non esisteremmo neppure noi”. “E perché noi dovremmo esistere?”. “Ma naturalmente per vivere”. “E perché dobbiamo vivere? Se non c’è nessuno scopo, se la vita ci è stata data soltanto per la vita, allora non c’è motivo di vivere. In tal caso gli Schopenhauer, gli Hartmann e tutti i buddisti hanno perfettamente ragione. Se invece la vita ha uno scopo, allora è chiaro che essa dovrà finire quando lo scopo sarà raggiunto. Questa è la conclusione che s’impone”.

Vangelo. “Il passo del Vangelo, in cui si dice che chi guarda una donna con desiderio ha già peccato sessualmente con lei, si riferisce non soltanto alle donne degli altri, bensì soprattutto alla propria”.

Diritto. “Ma la cosa terribile era che io mi attribuivo un pieno e indiscutibile diritto sul corpo di lei, come se si fosse trattato del mio proprio corpo, e allo stesso tempo sentivo che io non ero in grado di dominare quel corpo, che esso non era mio, e che lei invece poteva disporre di esso come le pareva meglio, e nella fattispecie voleva disporne diversamente da come volevo io”.

Figli. Il quarto punto consiste nel fatto che nella nostra società, nella quale i figli vengono considerati o un ostacolo al piacere, o un caso disgraziato, o un certo tipo di piacere quando nascono nel numero preventivamente stabilito, nella nostra società i figli vengono educati non in vista di quei compiti della vita umana che si proporranno loro quali esseri amanti e ragionevoli, bensì esclusivamente in vista del piacere che essi possono procurare ai loro genitori. In conseguenza di ciò i figli degli uomini vengono educati come i figli degli animali, giacché la cura e la preoccupazione principale dei genitori non consiste nel prepararli a svolgere un’attività degna di un uomo, bensì (e in ciò i genitori vengono confortati da quella falsa scienza che viene chiamata medicina) nel nutrirli nel modo migliore, nell’accrescere più che possibile la loro statura, nel farli crescere ben puliti, bianchi, ben pasciuti e belli (se ciò non viene praticato nelle classi povere della società ciò è dovuto esclusivamente a un fatto di necessità, ma il modo di pensare è assolutamente lo stesso anche presso quelle classi).

Presto. “Prenda, per esempio, quel primo ‘presto’ della Sonata a Kreutzer: è forse ammissibile sonare quel pezzo in un salotto affollato di signore in abiti scollati?”.

Notizie tratte da Lev Tolstoj, “Sonata a Kreutzer”, 1887-1889, Feltrinelli, 160 pagine, euro 8

Salviamo la scienza dall’isteria antirussa

Nella Tavola VIIIdel Diritto romano arcaico riguardante gli illeciti, si legge Si membrum rupsit, ni cum eo pacit, talio esto (“Se una persona mutila un’altra e non raggiunge un accordo con essa, sia applicata la legge del taglione”). Il principio era già presente nel libro Levitino della Bibbia, espresso dalla locuzione Oculum pro oculo dentem pro dente (“occhio per occhio, dente per dente”). Il concetto punitivo è stato abolito in Occidente nei primi secoli dopo l’anno mille, più tardi solo in Sardegna, dove fu abolito con una prammatica nel 1593. Questa evoluzione del pensiero è stata anche recepita nell’equilibrio geopolitico, ma nel 2022 sembra che la storia abbia deciso di farci tornare indietro di decenni, proponendoci una guerra in Europa. Il “dittatore” da tutti deprecato, cancella nel suo territorio la cultura occidentale. Solo qualche giorno fa, l’Università Bicocca di Milano ha bloccato (subito dopo ripristinato) un corso su Dostoevskij; il curatore del padiglione russo della Biennale di Venezia si è dimesso. In tutta Italia si sta assistendo alla cancellazione di mostre dedicate ad artisti russi. Cecilie Hollberg, che dirige la Galleria dell’Accademia di Firenze, ha depennato le opere in prestito dal Museo Puškin di Mosca che avrebbero dovuto essere esposte nella mostra sul Rinascimento a Firenze. Torniamo alla legge del taglione? Sarà boicottata anche la scienza? I ricercatori russi sono leader in molte fra le più avanzate tecnologie come, per esempio, la lavorazione e lo smaltimento del combustibile nucleare esausto. Dal 1991, già sei russi hanno ricevuto la Medaglia Fields, il premio più prestigioso nel campo della matematica. Il matematico russo Grigori Perelman ha risolto la Congettura di Poincaré , che è tra i sette definiti “problemi per il millennio”. Nello Spazio, la collaborazione tra scienziati russi, italiani e tedeschi continua sulle nostre teste. Vogliamo interrompere le collaborazioni o non riconoscere la cultura che ci è arrivata dalle menti russe? La scienza, la cultura in genere, non possono rientrare in nessuna di queste logiche. Vola alta, al di sopra delle follie belliche. Gli scienziati, gli artisti, non devono avere confini.

 

Ora sono tutti esperti di guerra, eppure il virus c’è (ancora)

La guerra in Ucraina ha portato a una brutale rivoluzione dei palinsesti televisivi. Le novità sono almeno tre. La prima è il brutale turnover che ha visto uscire di colpo i virologi a tutto vantaggio di esperti (ora veri e ora presunti) di geopolitica. Di punto in bianco sono scomparsi – o giù di lì – i Galli, i Crisanti, i Sileri. Questo potrebbe significare che con loro sia evaporata anche la pandemia: se così fosse, a gioire per primi sarebbero proprio i cosiddetti “virostar”. Ma la pandemia non è scomparsa. Giusto ieri Il Fatto Quotidiano ricordava una frase del fisico Sebastiani del Cnr: “Il calo della pandemia sta rallentando”. Non solo: si fanno molti meno tamponi e il tasso di positività risale. Quindi? Quindi il Covid è semplicemente scomparso dai media, che prima ne parlavano troppo e ora troppo poco, avendo di punto in bianco deciso di soppiantare la narrazione pandemica con quella bellica. Una mossa certo dettata dagli eventi, ma attuata con una repentinità (e con una leggerezza) che dà – una volta di più – la misura della schizofrenia giornalistica italiana. Oltretutto, tanto per non farci mancare nulla, si diradano i Galli e i Crisanti, ma non certi no-vax e no-pass di professione. I quali, a conferma di come le disgrazie non vengano mai da sole, si sono riciclati in un amen da no-vax a sì-Putin: son soddisfazioni. Sfugge, per esempio, l’utilità degli Ugo Mattei, perfettamente a loro agio nel vaneggiare tanto di scienza quanto di guerra. Davvero, oltre alla guerra e alla pandemia, dobbiamo pure sorbirci certa gente?

La seconda novità è di tipo “competentistico”. Non c’è nessun campo del giornalismo italiano tristemente marginale come quello della politica estera. Viene quasi sempre dopo tutto il resto: la politica (italiana), la cronaca (meglio se nera), lo sport (calcio su tutti), gli spettacoli (cioè il gossip). Ora, con l’aggressione criminale e sanguinaria di quel Putin che fino a ieri veniva orrendamente venerato da Salvini, Berlusconi, Meloni, non pochi 5Stelle e fenomeni vari para-comunisti, al centro della scena c’è proprio la geopolitica. E chi ne sa poco o nulla, cioè il 99% del mondo televisivo italiano (compreso ovviamente chi sta scrivendo), è costretto quando va bene a studiare come un dannato (pratica che fa sempre bene) o a rifugiarsi se va male nella retorica a grappolo. Lo scenario attuale rende quindi preziosi i Rampini, non più fuorimoda i Luttwak e (soprattutto) irrinunciabili i Lucio Caracciolo. Il “Caracciolo catodico” – che certe cose le ha sempre sapute, masticate, studiate e divulgate – incarna al meglio il Don Raffaè deandreiano: “Mi spiega che penso e bevimmo ’o caffè”. Perché è questo, di fronte alla nostra ignoranza, che fa Caracciolo: ci spiega quello che pensiamo. Al giorno d’oggi, nei talk-show italiani, un Caracciolo vale come minimo 3 Mbappè e 4 Picasso.

C’è poi il terzo effetto della guerra sui media, ed è quello più infame: il ricatto latente secondo cui, se condanni Putin e al contempo osi anche solo ricordare gli errori di Nato e Occidente, passi automaticamente per putiniano (e magari, ad accusarti di ciò, son quelli che votano a destra e fino a ieri avevano il santino di Putin sul comò). C’è persino gente come Gianni Riotta, uno che pensa male e scrive peggio, che stila su Repubblica liste di proscrizione in piena regola, peraltro mescolando citazioni alte (spesso sbagliate o inventate) con opinioni personali (ovviamente livide e talora deliranti). È un clima pesante e grave, che aumenta questo senso letale e tremendo di morte e claustrofobia. Buona catastrofe.

 

Full Metal Figliuolo, 304 pagine di narcisismo e di esibizionismo

È con grande orgoglio, non scevro da una certa gelosia (come quella che provano i genitori che hanno fatto studiare i figli al Conservatorio e poi li vedono sul palco della Filarmonica di Vienna) che accogliamo oggi l’uscita di Un italiano. Quello che la vita mi ha insegnato per affrontare la sfida più grande (Rizzoli), il libro del Generale Francesco Paolo Figliuolo in “conversazione” col giornalista Beppe Severgnini.

È un anno che ve lo diciamo: guardate che questo è un gran personaggio; e mentre gli altri giornali legavano la campagna vaccinale all’amor di patria (“È il momento di stringerci a coorte”, comandava Figliuolo a chi rifiutava AstraZeneca, poi da lui ritirato perché pericoloso), noi ne seguivamo le gesta, l’oratoria motivazionale, l’epica marziale fin nelle minime espressioni del volto, quando usciva da un gazebo di vaccini in provincia di Potenza e sembrava che avesse appena vinto a Austerlitz.

Quanti ricordi. Oggi questo libro fa emergere le già preclare qualità del Generale chiamato da Draghi (anzi, da Guerini, s’apprende) a ricoprire il ruolo di Commissario Straordinario all’emergenza Covid: umiltà, understatement, rifiuto dell’enfasi. “Ho contribuito a vaccinare una grande democrazia”. Se Putin ci attacca, casca male. La democrazia vaccinata la trionferà. Un pezzo di questa grande democrazia è rimasta svaccinata: i 6 milioni di novax che Figliuolo era determinato a stanare – con l’obbligo sopra i 50 anni, l’esclusione dallo stipendio e dalla vita sociale e infine con Novavax, il vaccino di cui si sono somministrate poche migliaia di dosi – non si è riusciti a convincerli (ma è di queste ore la notizia dell’offerta di un vaccino a piacere ai rifugiati ucraini: a qualcuno dovremo pur rifilarle, queste scorte).

Qualche highlight: Severgnini: “Lei è un alpino, porta in giro la sua penna come una bandiera. La rassicura?”. Figliuolo: “Molto. Essere alpino è una scelta identitaria, non una professione” (immaginiamo che domande e risposte siano gridate, tipo Full Metal Jacket).

Seguono chiarimenti rilevanti per la nazione: “Lei si arrabbia facilmente?”. L’uomo che ha retto le sorti del Paese nell’ora più buia risponde: “Purtroppo sì. Ma mi passa… Sono un po’ iracondo, lo ammetto… Tendo a reagire d’impulso, magari mi arrabbio, tiro un urlo”. (Nel dubbio meglio mettere in sicurezza la centrale nucleare di Latina). Severgnini, implacabile: “È ambizioso?”. Figliuolo: “Diciamo che ho una certa considerazione di me stesso”. “Egocentrico?”. “Secondo lei?”. “Sì, abbastanza. Vanitoso?”. “Un po’ sì”. “Un po’…?”. “Ok, sono vanitoso”. Immaginatevi 304 pagine tutte così, un compendio di narcisismo ed esibizionismo che in confronto Bassetti è Salinger (un libro, per una tele-star, è un passo prima dell’Isola dei famosi), con banalità da dopocena su Afghanistan, cappelli, imitazioni di Crozza etc.

Poi Figliuolo si fa soldato e poeta civile, interprete dei valori di una comunità, come Ungaretti: “Perché vuole scrivere questo libro?”, chiede Severgnini, e noi con lui. “Perché qualcuno capisca cos’è successo e cosa abbiamo rischiato. E sappia che questo alpino ce l’ha messa tutta. Con i suoi difetti, con i suoi limiti, con la sua impazienza, con molte arrabbiature. Ma ce l’ha messa tutta”. Dio, se ci manca. Con le sue “spallate”, i suoi “cambi di passo”, il suo “vacciniamo il primo che passa” (qui rinnegato), le sue salite al monastero agostiniano di Cascia, le preghiere a Santa Rita per uscire dalla pandemia (che poi è finita, come da decreto di Draghi), la sua divisa maiolicata di mostrine (“Una decisione d’istinto” indossarla h24: noi pensavamo fosse studiata). A un certo punto, per quanto possa sembrare incredibile, Severgnini lo aiuta a scrivere il suo epitaffio: “Qui non riposa Francesco Paolo Figliuolo. Neanche adesso riesce a stare fermo”. “Fantastico, lo prenoto”, dice Figliuolo, a cui mancò la fortuna, non il valore.