Caro Flick, mandare armi è già un errore giuridico

In una recentissima intervista televisiva Rai, il professor Flick ha sostenuto che l’invio di armi in Ucraina, disposto dall’art. 1 del decreto legge n. 16/2022, non contrasta con il principio del ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli sancito dall’art. 11 della nostra Costituzione, essendo quei mezzi militari definiti e catalogati di tipo difensivo. Dalla qualifica di quei mezzi, ritenuta non offensiva, il professor Flick ha tratto la conseguenza della piena legittimità dell’operato delle nostre istituzioni. L’argomento sarebbe forse accettabile, ma ne dubito, se la questione fosse esclusivamente di diritto interno. Solo che il problema va ben oltre l’ambito nel quale il professore e i suoi zelatori possono enunciare trionfali ed ireniche conclusioni. La questione non è solo di diritto interno e va così impostata: l’invio di armi in Ucraina rientra tra le normali operazioni commerciali previste dalla legge 185/1990, dal d. lgs. 66/2010 e, last but not least, dalla legge 242/2013 di ratifica del Trattato di New York 02.04.’13 sul commercio internazionale delle armi o costituisce misura qualificabile come sanzione internazionale in esito all’attacco armato a quel paese? La formulazione del decreto legge n. 16/2022 conduce direttamente alla seconda soluzione posto che la cessione di armi ed equipaggiamenti viene disposta “in deroga alle disposizioni di cui alla legge 9 luglio 1990, n. 185 e agli articoli 310 e 311 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66 e alle connesse disposizioni attuative” cioè fuori dal contesto delle operazioni commerciali di armi siccome normate dal nostro ordinamento. Oltre tutto non s’è mai visto che un trasferimento di armi di tipo commerciale abbia bisogno di essere autorizzato addirittura da un decreto legge! Il provvedimento rientra quindi tra le sanzioni irrogabili nei confronti di uno Stato aggressore. Si tratta perciò di stabilire se quella misura sia ammissibile ai sensi del diritto internazionale.

La facoltà di adottare sanzioni per tutelare seppure indirettamente gli interessi e i diritti di uno Stato anche non belligerante è deducibile, proprio in relazione all’attacco armato russo, dall’articolo 51 dello statuto Onu secondo il quale “Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di Sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale”. Il primo titolare di quel diritto è lo Stato vittima dell’aggressione, ma la norma consacra esplicitamente il principio che autorizza anche altri Stati ad intervenire, come si deduce dal riconoscimento del diritto naturale (inherent nel testo originario) all’autotutela anche di soggetti non colpiti direttamente dall’attacco, individuabili dall’estensione della self-defence in senso collettivo. Nell’articolo 51, infatti, si condensano il diritto alla difesa bellica dell’aggredito con altre forme di tutela secondo quanto già profilato dall’art. 16 dello statuto della Società delle Nazioni che, per analoga situazione, qualificava lo Stato membro che ricorre alla guerra ipso facto colpevole nei confronti di tutti gli altri “i quali s’impegnano fin d’ora a interrompere immediatamente ogni rapporto commerciale e finanziario con il medesimo”. Alla concezione piuttosto velleitaria e agli effetti indiscriminati previsti nello statuto Sdn subentra, con lo statuto Onu, un disegno organizzativo più attento alla concretezza delle situazioni e ai rapporti di forza. Quello che sembra non cambiare dall’esame comparativo delle norme dei due statuti è l’individuazione del contenuto delle sanzioni che gli Stati non aggrediti possono irrogare. L’art. 41 dello statuto Onu assegna al Consiglio di Sicurezza la capacità di adottare misure che non implicano l’impiego della forza, consistenti in modo esclusivo in atti interruttivi di relazioni economiche e di ogni tipo di comunicazione. Dal raffronto di quel precetto con i successivi articoli da 42-49 emerge che il primo regola il complesso di sanzioni che non implicano l’uso della violenza propria delle armi e non vanno assimilate alle facoltà di difesa dello Stato attaccato. Il discrimine è costituito, in altre parole, dall’uso della violenza bellica, legittimo per l’aggredito e non per gli altri Stati il cui diritto naturale alla tutela va proporzionato alla situazione di pericolo concretamente esistente (dottrina prevalente a partire da Grozio). Acquista peculiare rilievo tra le due specie di misure l’articolo 50, secondo il quale, quando siano intraprese misure preventive contro uno Stato, ogni altro Stato, anche non membro Onu, ha titolo per rappresentare al Consiglio di Sicurezza le particolari difficoltà economiche derivanti dall’esecuzione di quei provvedimenti. Le misure preventive che possono determinare difficoltà economiche rientrano, all’evidenza, nelle previsioni dell’articolo 41 e sono perciò diverse da quelle che presuppongono l’impiego della forza armata. Si ravvisa perciò una linea interpretativa unitaria, dall’art. 16 Statuto Sdn agli artt. 41, 50 e 51 statuto Onu, che limita le sanzioni degli Stati non attaccati militarmente a quelle che escludono l’uso della forza armata. In conclusione: valutare quel fatto nell’ambito esclusivo del diritto interno costituisce non solo un palese errore giuridico, ma conduce anche a una mistificazione della realtà della quale, nelle attuali gravi circostanze, non si sente assolutamente il bisogno.

 

I tracchia e la conquista di McDonald’s al 3° piano del centro commerciale

Riassunto delle puntate precedenti: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia hanno invaso con 5000 mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur, mettendolo sotto assedio. L’attacco notturno alla centrale termoelettrica di Montalto di Castro (Gr), senza conseguenze e smentito dai Tracchia, ha infiammato lo scontro alla riunione condominiale nella palazzina delle gemelle Mastrocinque a piazza Augusto Imperatore. Per gli Schiaffino, è “crimine di guerra”; per i Cerulli, il cui primogenito si dice abbia una storia con Giulia, la primogenita dei Tracchia, “la centrale è sotto custodia delle truppe dei Tracchia e l’impianto funziona normalmente”. I Nasi hanno ribadito che “non è con l’invio delle armi, ma con la diplomazia e con la forza della non violenza che si consentirà alle gemelle e ai Tracchia di vivere in libertà e senza oppressori.” “Come dimostra l’esempio di Chamberlain”, ha chiosato con sarcasmo una delle gemelle. I Nasi: “Intendevamo il Fisco.” I Geloso, che hanno un bisavolo eroe di guerra (sul Carso combatteva così eroicamente che i nemici gli chiedevano il bis), hanno implorato di fare il possibile per impedire una escalation nucleare, ma non promette bene la conquista, da parte dei Tracchia, del McDonald’s al terzo piano del centro commerciale, una postazione di rilevante importanza strategica. Alla notizia, le borse sono crollate di colpo: bruciati 393,71 miliardi di euro in un giorno, una cifra enorme, benché solo dal punto di vista economico. Confermato un nuovo round di negoziati, ma le gemelle esprimono la “necessità” che al tavolo sieda anche “un mediatore internazionale responsabile”, possibilmente Amadeus, a causa della “totale mancanza di fiducia nei Tracchia”, per i quali è in arrivo comunque una nuova raffica di sanzioni, fra cui lo stop ai mostaccioli del ghetto, di cui la moglie di Tracchia pare sia ghiotta (questo, almeno, stando a fonti informate: fonti disinformate affermano invece di non saperne niente). In seguito al boicottaggio deciso da Ford, Volkswagen e General Motors, un’azienda di Torino ha licenziato 40 operai addetti alla cromatura delle scocche automobilistiche. “Non sappiamo cosa farcene,” ha detto la proprietaria, “siamo un caseificio.” In un solenne discorso al Senato, Draghi ha condannato duramente i Tracchia. Per il Corriere, il 90 % dei presenti ha applaudito il presidente del consiglio; per il Fatto quotidiano, il 10 % lo ha fischiato, e il 90% ha applaudito chi stava fischiando. Dopo la litigata telefonica di giovedì scorso fra Macron e Tracchia, ieri a telefonare è stato il cancelliere tedesco Schölz, ma dava occupato: Evaristo Tracchia stava rassicurando l’amante (sottovoce, per non farsi sentire dalla moglie) che i bombardamenti nel centro commerciale erano grossolani falsi di propaganda. Ha quindi bloccato l’accesso ai siti di informazione nel computer dei suoi dipendenti e, dopo aver messo al bando anche Facebook, ha invitato gli impiegati a diffonderne l’annuncio su Facebook. Ok, Boomer. In risposta alla censura aziendale, la Bbc ha ripristinato il servizio radio a onde corte, reliquia della seconda guerra mondiale, dando notizia che le truppe di Hitler avevano invaso la Polonia. Per protesta contro Hitler, Belen ha annunciato la cancellazione di tutti i suoi nuovi fidanzamenti per tre mesi. Il papa ha rinnovato l’appello a fermare il conflitto. “La guerra è una pazzia!” ha detto, indossando uno zucchetto bianco a elica e facendo blblbl con un dito sulle labbra per dar meglio l’idea. Poi ha incontrato in modo informale i fedeli in piazza S. Pietro (la papamobile ha fatto testacoda). La diplomazia vaticana è attiva su più fronti: inviato nella parrocchia dei Tracchia un corpo speciale di preti sodomizzatori. (6. Continua)

 

Morire per Kiev o rinunciare al gas di Putin?

Visto che di morire per Kiev non se ne parla, e se provassimo a rinunciare al gas di Putin? Un fastidioso senso di colpa pesa sui governanti dell’Ue, frutto anche dei sempre più drammatici appelli del premier Zelensky affinché il fronte occidentale faccia “molto di più” per fermare la brutale aggressione. Il no deciso della Nato alla “No fly zone” sul cielo ucraino (e se poi un aereo russo la viola che facciamo, l’abbattiamo?) rientra nel perimetro tracciato da Joe Biden che esclude qualsiasi coinvolgimento militare Usa (e quindi europeo) onde evitare “la Terza guerra mondiale”. Quanto alle sanzioni economiche varate sono certamente molto dure ma forse non abbastanza da dissuadere l’autocrate dai suoi progetti criminali. Senza contare che il popolo russo, ampiamente scarnificato dalla storia, non scenderà in piazza solo perché gli chiudono Ikea. Ragion per cui il governo Draghi è alla ricerca di possibili compensazioni energetiche (soprattutto dall’Algeria e dai Paesi del Golfo) per la possibilità: a) che sia la Russia a chiudere i rubinetti come ritorsione nei confronti di un paese “ostile”; b) se fossimo noi a decidere di non versare più un euro agli invasori. “Senza il gas russo l’autunno sarà freddo”, titolava, ieri, sul Corriere della Sera il Dataroom di Stefano Agnoli e Milena Gabanelli. In caso di immediata sospensione delle forniture non ci sarebbero gravi contraccolpi in una stagione che tende al bello. Però, reperire per ottobre 14 miliardi di metri cubi di gas sarebbe quasi impossibile. Alcune semplici domande. Siamo pronti ad affrontare, come sistema Paese, gli effetti di una pesante crisi energetica, in questo caso “voluta” e non subita? La maggioranza sarà davvero compatta nel sostenere le ragioni della rinuncia al gas, con il rischio che si freni bruscamente la ripresa del dopo Covid? Matteo Salvini (in viaggio di testimonianza verso il confine bellico) sarà pronto a proclamare: costi quel che costi prima gli ucraini? E dai banchi dell’opposizione, Giorgia Meloni si farà carico di una battaglia soprattutto ideale visto che pagando profumatamente Gazprom&soci finanziamo indirettamente la sporca guerra? E scenderà in trincea anche la Confindustria, con gli industriali disposti a rischiare contraccolpi sulla produzione? E come reagirebbe il sindacato ai conseguenti tagli occupazionali? Ma, infine, gli italiani quanto sono realmente pronti a gelare per Kiev?

Assolti Luberto e Aiello. “Non ci fu corruzione”

È statoassolto “perché il fatto non sussiste” l’ex procuratore aggiunto di Catanzaro, Vincenzo Luberto, imputato per corruzione. Lo ha stabilito il gup di Salerno Carla Di Filippo che ha assolto anche l’ex parlamentare Pd, Ferdinando Aiello. Entrambi, a vario titolo, erano accusati di corruzione, falso, omissioni d’atti d’ufficio, favoreggiamento e rivelazione del segreto d’ufficio. Trasferito al Tribunale di Potenza, Luberto era accusato di avere “asservito stabilmente la sua funzione a Ferdinando Aiello”, in cambio di diversi soggiorni alberghieri. Per i pm, tra i due ci sarebbe stato un “patto corruttivo” che però il gup non ha riconosciuto al termine del processo di primo grado in abbreviato.

Italiano ucciso in Usa, arrestato un 18enne

“Hanno preso l’assassino di Diego. Gli investigatori sono stati bravissimi””: Laura Damis, la sorella di Diego, il barista di 41 anni, originario di Perugia, ucciso a Chicago, commenta così gli ultimi sviluppi dell’indagine sul delitto. La polizia di Chicago ha arrestato il diciottenne Keante McShan che, secondo quanto riportato da Fox, avrebbe seguito Diego all’uscita del locale dove il ragazzo italiano lavorava come bartender per poi accoltellarlo e rubargli il portafoglio. Laura ha anche riferito che a breve ripartirà da Chicago l’altro fratello, Andrea, che farà rientro a Bagnaia. Damis viveva a Chicago dal 2015 ed è stato ucciso mentre tornava a casa dal lavoro, lungo South Greenwood Avenue.

Bolzano, leghista versò a Italia Viva 50 mila euro

Quattro bonifici, effettuati il 31 gennaio 2022, per un totale di 50 mila euro. Destinatario: Italia Viva, il partito di Matteo Renzi. Come ha rivelato l’AdnKronos, il soggetto erogante, una società di Bolzano che si occupa di costruzione e ristrutturazione di edifici, è la S.L.1. di Ermelinda Bellinato, ex consigliera comunale di Bolzano della Lega. La quale però nega di aver autorizzato quei pagamenti: “Non ne so nulla, quei bonifici sono stati fatti a mia insaputa, ma può darsi che io li abbia autorizzati, volevo fare beneficenza e non sapevo dove sarebbero andati quei soldi. Voglio vederci chiaro”. Per risalire all’origine del mistero bisogna spulciare il registro delle erogazioni ai partiti e ai movimenti politici. Nella sezione in cui sono riportate le donazioni destinate a Italia Viva, il giorno 31 gennaio ci sono quattro bonifici (due da 10mila euro ciascuno e altri due da 15 mila euro) per complessivi 50 mila da parte della S.L.1.: l’entità dei versamenti fa dell’azienda con sede a Bolzano di gran lunga il finanziatore più generoso del partito di Matteo Renzi, almeno nel 2022.

Il fedelissimo di Messina Denaro accusato di pedofilia. Era tornato in libertà nel 2019

L’orco che avrebbe abusato di tre minori era uno dei fedelissimi del superlatitante Matteo Messina Denaro, u Siccu l’ultimo erede della cupola di Cosa Nostra. La Procura di Palermo ha chiuso le indagini su Vincenzo Spezia, figlio di Nunzio Spezia, ritenuto lo storico boss di Campobello di Mazara. Gli Spezia sarebbero da sempre legati al latitante di Castelvetrano u Siccu. Secondo l’inchiesta dell’aggiunto Paolo Guido e dalla sostituta Francesca Dessì, Spezia da quando era tornato in libertà avrebbe abusato di tre minori: due bambini e una bambina di 9 anni. Gli episodi si sarebbero verificati tra aprile e giugno 2020. Gli inquirenti sono riusciti a identificare solo due vittime, che nel corso dell’incidente probatorio hanno confermato le accuse. Spezia era stato arrestato nel 2003 a Valencia in Venezuela, ed estradato in Italia nel 2007. Tornato in libertà nell’estate del 2019, dopo aver scontato una condanna a 21 anni per droga e mafia, era rimasto sotto i riflettori della Dda di Palermo per la sua stretta vicinanza a Messina Denaro. Ma quando i carabinieri del Ros hanno riascoltando alcune registrazioni captate, sono saltati fuori i dialoghi tra Spezia e alcuni minori, e gli episodi di abusi. In una conversazione lo si sente proporre ad un bambino di masturbarsi davanti a lui, oppure di farlo insieme. In un’altra, avrebbe persino dispensato consigli alle sue vittime su “come si fa con le donne” oppure “insegnato” come funziona il rapporto sessuale. Le intercettazioni raccontano molteplici episodi di masturbazione, rapporti orali e penetrazioni, con le piccole vittime che provano a resistere o si lamentano chiedendo di poter tornare dai propri genitori. “Se fai la bravina ti faccio tanti regalini”, dice Spezia a una minore. Oppure ancora: “Ti porto al mare”. Ma per gli inquirenti, Spezia si sarebbe appartato con la vittima in luoghi isolati di campagna o all’interno di case diroccate. La “serialità e la brutalità delle condotte perpetrate da Spezia – si legge negli atti dell’inchiesta – che in plurime occasioni ha condotto le giovanissime vittime in luoghi isolati e talvolta anche chiusi, nei quali le vittime sono state costrette a compiere e subire atti sessuali”. Un orco che avrebbe “abusato e approfittato delle giovanissime vittime, della loro minore età, delle loro fragilità delle loro inesperienze per assecondare i propri impulsi sessuali e ignobili perversioni”.

L’emergenza finisce il 31 marzo, ma il Covid c’è ancora: i contagi sono di nuovo in ripresa

Negli ultimi tre giorni i nuovi casi di Covid-19 in Italia sono aumentati rispetto alla settimana precedente, ieri sono stati poco più di 22 mila contro i quasi 18 mila di lunedì 28 febbraio (+22,8%). Su base settimanale i contagi sono ancora in calo ma solo dell’8,3%, nelle scorse settimane erano diminuiti in misura superiore al 20% e prima anche del 30% ogni sette giorni. I contagi crescono per il momento in Regioni piccole (Calabria, Valle d’Aosta, Umbria e Molise) ed è presto, spiegano al ministero della Salute, per valutare se siamo di fronte a un’inversione di tendenza. È quella che si vede già nel Regno Unito, dove registrano un aumento delle infezioni nell’ordine del 28,2% su sette giorni.

La ripresa dei contagi in Italia non era visibile al momento del monitoraggio ufficiale reso noto, come al solito, venerdì scorso. Lo segnalano i monitoraggi indipendenti. Il fisico Giorgio Sestili, calcolando il tasso di riproduzione del virus Rt su tutti i contagi, lo stima a 1,3 (per l’Istituto superiore di sanità l’ultimo dato era 0,77 ma è calcolato al 22 febbraio e come sempre sui soli sintomatici). Osservazioni analoghe vengono dallo statistico della Lumsa Antonello Maruotti e da Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Il virus, ha detto ieri Cartabellotta, “continua a circolare in maniera molto elevata nel nostro Paese: nell’ultima settimana in alcune regioni non solo si è arrestata la diminuzione del numero dei nuovi casi, ma in qualche regione si vede qualche lieve aumento. Il dato nazionale è influenzato al ribasso dalle principali regioni del Nord, come la Lombardia con i suoi 10 milioni di abitanti, dove la situazione è particolarmente favorevole”. Continuano comunque a diminuire i pazienti ricoverati negli ospedali , che sono scesi sotto i 10 mila. E i morti: ieri 130 contro i 207 di lunedì 28 febbraio; tra il 1° e il 7 marzo sono stati i 1250, il -20,7% in meno rispetto alla settimana precedente.

A breve il governo dovrà decidere cosa fare dopo il 31 marzo, quando scadrà lo stato d’emergenza e dopo 26 mesi, come annunciato da Mario Draghi, non sarà prorogato, sparirà il sistema dei colori e sarà perlomeno allentato l’obbligo di super green pass all’aperto. La Lega, la Conferenza delle Regioni a guida leghista e buona parte del M5S chiedono di andare oltre. Cartabellotta, invece, frena sull’ipotesi di abolire l’obbligo di mascherina al chiuso.

Caso Amara, assolto Storari: “Non commise alcun reato”

Il pm di Milano Paolo Storari non ha commesso alcun reato, passando a Piercamillo Davigo copia informale dei verbali segreti in cui Piero Amara raccontava della (presunta) “loggia Ungheria”. Lo ha stabilito la sentenza della giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Brescia, Federica Brugnara, respingendo le richieste della Procura bresciana, che aveva invece chiesto per Storari una condanna a 6 mesi, per l’accusa di rivelazione di segreto d’ufficio.

Si conclude così il processo in rito abbreviato al sostituto procuratore di Milano che tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 aveva raccolto, insieme al procuratore aggiunto Laura Pedio, i racconti di Amara, ex avvocato esterno di Eni, sulle (presunte) attività di una loggia massonica segreta a cui apparterrebbero magistrati, politici, avvocati, generali, banchieri, funzionari, imprenditori, alti prelati vaticani. Nell’aprile 2020, preoccupato per quella che riteneva essere una pericolosa inerzia investigativa della sua Procura, Storari ha consegnato una copia dei verbali a Davigo, allora consigliere del Csm. Una scelta fatta per autotutelarsi, ha spiegato Storari, che era entrato in contrasto con i vertici del suo ufficio e lamentava ritardi nell’avviare concrete indagini sulle parole di Amara. Davigo, d’altra parte, gli aveva assicurato di avere titolo a ricevere quei documenti, in quanto membro del Consiglio superiore della magistratura, e questo faceva sì che non venisse violato il segreto d’ufficio.

Ora la gup Brugnara ha accolto le tesi difensive di Storari e lo ha assolto. Soddisfatto il suo difensore, l’avvocato Paolo Della Sala: “La formula dell’assoluzione è assoluzione piena e del resto la buona fede del magistrato era stata riconosciuta anche dalla stessa Procura di Brescia. Spero che questa sentenza ponga fine al calvario al quale è andato incontro per avere fatto quella che, dal suo punto di vista e nella ragionevole prospettiva che aveva all’epoca, era la cosa giusta. È un verdetto che ridà equità a una vicenda che certa stampa ha voluto strumentalizzare in modo inutilmente aggressivo nei suoi confronti”.

Storari era stato prosciolto anche dal Csm, nell’agosto 2021, che aveva respinto la richiesta cautelare del procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, il quale aveva chiesto in via disciplinare che il pm fosse allontanato dalla Procura di Milano. Dopo gli interrogatori a cavallo tra 2019 e 2020, Storari si era convinto che l’allora procuratore Francesco Greco e l’aggiunto Laura Pedio frenassero le indagini sulla loggia e sui personaggi di cui l’avvocato Eni aveva parlato. I suoi racconti potevano essere clamorose rivelazioni o clamorose menzogne. Comunque da verificare rapidamente.

Per questo Storari si era rivolto a Davigo che ne aveva poi parlato, in via informale, con Salvi, con il presidente della Cassazione Pietro Curzio, con il vicepresidente del Csm David Ermini, con alcuni consiglieri (Giuseppe Marra, Giuseppe Cascini, Ilaria Pepe, Fulvio Gigliotti e Stefano Cavanna), con le sue due segretarie al Consiglio (Marcella Contraffatto e Giulia Befera) e con il presidente della Commissione parlamentare antimafia (il senatore Nicola Morra, allora Cinquestelle): vincolandoli tutti al segreto.

Ermini ha dichiarato di aver ricevuto da Davigo copia dei verbali, ma di essersi affrettato a distruggerli ritenendoli irricevibili, pur ammettendo di averne dato notizia al capo dello Stato Sergio Mattarella, presidente del Csm.

Anche Davigo è stato indagato per rivelazione di segreto d’ufficio dalla Procura di Brescia: rinviato a giudizio dalla gup Brugnara lo scorso 17 febbraio, sarà processato con rito ordinario.

Restano ancora sotto indagine a Brescia per omissione d’atti d’ufficio il procuratore aggiunto Pedio; e per rifiuto d’atti d’ufficio l’aggiunto Fabio De Pasquale e il sostituto Sergio Spadaro, oggi alla Procura europea. Tutti accusati da Storari di non aver valorizzato elementi di prova favorevoli a Eni in procedimenti aperti a Milano. È invece già stata archiviata per il procuratore Greco l’accusa di omissione d’atti d’ufficio.

Per Storari, chiuso il procedimento penale, restano aperti i procedimenti disciplinari. Quello pendente presso la Procura generale della Cassazione e quello aperto al Csm per decidere in via definitiva (dopo che è stata respinta la richiesta in via cautelare) se Storari debba essere trasferito oppure no dalla Procura di Milano per “incompatibilità ambientale”.

Strage Viareggio, Moretti non molla la prescrizione

Aveva assicurato che avrebbe rinunciato alla prescrizione, “per rispetto per le vittime” e anche “perché innocente”. Ci ha ripensato. Non è proibito rimangiarsi in tribunale la parola data davanti a microfoni e telecamere, anche perché, secondo la Cassazione, quando lo aveva annunciato non era ancora il momento di farlo. Avvalersi della prescrizione è dunque un diritto dell’imputato Mauro Moretti, ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, che in questo modo non potrà più essere processato per i morti del disastro ferroviario di Viareggio. In secondo grado era stato condannato a 7 anni.

Un epilogo amaro per i familiari delle vittime. Il cambiamento di strategia processuale del manager ieri ha scatenato la bagarre nell’aula della Corte d’Appello di Firenze: “Vergogna!”, hanno gridato al suo indirizzo le parti civili. “Capiamo il dolore dei parenti, ma la loro è una reazione incomprensibile – ha replicato Ambra Giovene, avvocato di Moretti –. Il mio cliente è l’unico che ha rinunciato alla prescrizione degli altri reati”. Il processo a Moretti va avanti per disastro ferroviario, incendio colposo e lesioni colpose. Gli altri imputati erano già stati prescritti dall’accusa di omicidio colposo.

DOPO DODICI anni e mezzo, due sentenze di condanna annullate dalla Corte di Cassazione, il secondo processo d’appello per la strage è ricominciato ieri nel capoluogo toscano, con un’altra sorpresa: i giudici sono stati costretti a rinviare subito l’udienza al 7 aprile perché la sentenza della Suprema Corte non era stata tradotta agli imputati stranieri. “Metà dei condannati sono tedeschi e a nessuno è venuto in mente di tradurre la sentenza della Cassazione in tedesco”, ha protestato Daniela Rombi, vicepresidente dell’associazione familiari delle vittime “Il mondo che vorrei”.

Il primo giudizio d’appello, nel 2019, si era concluso con 23 dei 33 imputati condannati. Fra loro alti manager delle Ferrovie, come Moretti (7 anni) e gli ex ad di Trenitalia Vincenzo Soprano e Michele Mario Elia (6 anni), oltre a dirigenti e tecnici di altre società coinvolte come Gatx Rail l’officina tedesca Jungenthal. A gennaio del 2021 la Cassazione aveva fatto cadere l’aggravante dell’incidente sul lavoro, l’ultima stampella che aveva consentito di tenere in piedi le accuse di omicidio colposo, altrimenti già prescritte. Nel processo bis sono coinvolti in 16, mentre per una decina di imputati sono diventate definitive le condanne per disastro ferroviario.

i fatti risalgono al 29 giugno 2009: il deragliamento di un treno merci con 14 carri pieni di gas gpl provoca un’esplosione che investe tutta la zona abitata intorno alla stazione di Viareggio. Nel disastro perdono la vita 32 persone. L’inchiesta della Procura di Lucca attribuisce la colpa alla carenza di manutenzione. A causare il deragliamento è la rottura di un assile: il perno che teneva insieme le ruote del convoglio che ha ceduto. Era arrugginito, ma per ben due volte, invece di sostituirlo, era stato riverniciato. Non solo. I treni che trasportavano materiale pericoloso viaggiavano ad alta velocità anche in prossimità di centri densamente popolati come via Ponchielli; i convogli marciavano su rotaia in violazione di norme sulla sicurezza risalenti agli anni ‘30; i macchinisti erano sprovvisti di alert antincendio; le carrozze non avevano carri scudo, cisterne cariche di materiali inerti che in caso di deragliamento dovrebbero proteggere gli altri vagoni; il gruppo non aveva un piano di rischio. Il disastro secondo i giudici è figlio delle politiche di tagli e dell’esternalizzazione della manutenzione.

Daniela Rombi nella strage ha perso la figlia Emanuela, vegliata durante un’agonia di 42 giorni. Oggi, vicepresidente dell’associazione “Il mondo che vorrei” che assiste i familiari, accusa: “Moretti è scappato subito, si è nascosto. Noi siamo all’ergastolo da 13 anni e ci rimarremo. Ma lui ha avuto paura e si è rimangiato tutto. Gente come lui, non vale nulla. Oggi si è guadagnato la non prigione con due parole dette sottovoce: ‘Non rinuncio’”.