Faraone navigator: vuole più poltrone per sindaci ed eletti

Che sia un sostegno non ci piove. Che lo sia soprattutto per quei politici locali che, a fine mandato, sognano uno strapuntino ben remunerato, anche. Ed è per questo che i renziani a Palazzo Madama stanno provando a far entrare nel decreto “Sostegni Ter” un regalo per sindaci, governatori e consiglieri regionali. Un emendamento, a prima firma Davide Faraone e sostenuto anche dalla ex M5S Elvira Lucia Evangelista, che se approvato permetterebbe agli amministratori locali di passare da una poltrona all’altra: restare nelle partecipate di Comune o Regione o con incarichi dirigenziali nell’amministrazione. Il tripudio delle porte girevoli, insomma.

Oggi, infatti, la norma in vigore dal 2013 prevede che una volta terminato l’incarico di governatore, consigliere regionale, sindaco o consigliere comunale (ma solo per le città sopra i 15 mila abitanti), per due anni l’amministratore non possa ricoprire incarichi nelle partecipate o nella stessa amministrazione. Un vincolo minimo per evitare potenziali conflitti d’interessi. Ma per Faraone e i renziani è un cappio troppo stretto e quindi va eliminato. L’emendamento del capogruppo di Italia Viva in Senato, infatti, con un tratto di penna cancella i 24 mesi di “cuscinetto” per evitare di passare da una poltrona all’altra e permette di poter assumere l’incarico il giorno dopo la fine del mandato. E quindi, per fare solo qualche esempio, alla fine del suo mandato il sindaco di Roma Roberto Gualtieri potrebbe ricoprire un incarico in Acea (acqua pubblica) o il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana in Aria (la centrale degli acquisti lombarda) oppure rimanere con un incarico dirigenziale al Campidoglio o al Pirellone. Una norma, specificano i firmatari dell’emendamento, che serve “per non disperdere le competenze e le professionalità acquisite nel corso del mandato”.

Ma dietro alla nobile motivazione, in Senato l’emendamento è balzato all’occhio ai colleghi per la sua tempistica sospetta: Faraone non è solo il capogruppo di Italia Viva a Palazzo Madama, ma da poche settimane è anche il candidato renziano a sindaco di Palermo. Non ha possibilità di essere eletto ma un seggio in consiglio comunale non glielo leva nessuno. E poi, visti i tempi di magra dopo il taglio dei parlamentari, è sempre meglio guardare al futuro. Faraone non è il solo parlamentare renziano candidato in pectore alle prossime amministrative: anche il magistrato e deputato Cosimo Maria Ferri, sotto procedimento disciplinare al Csm per lo scandalo delle nomine, potrebbe essere candidato sindaco nella sua Carrara. L’emendamento in materia di “inconferibilità di incarichi a componenti di organo politico di livello regionale e locale” è stato presentato da Italia Viva al Sostegni Ter e ieri il gruppo al Senato si è riunito per fare una scrematura e per “segnalare” quelli considerati più importanti. La proposta renziana potrebbe trovare una sponda favorevole anche nelle altre forze politiche di maggioranza. Le porte girevoli, si sa, fanno comodo a tutti.

Quesito flop, ora la Lega lancia un ddl per abolire la Severino

La proposta di legge ricalca il quesito referendario. Non più e non solo – come era finora sul tavolo delle trattative parlamentari – una modifica alla legge Severino per “salvare” dalla sospensione i sindaci condannati in primo grado, ma un ddl per eliminare tout court i paletti per i politici nei guai con la giustizia.

Amministratori locali o parlamentari, condannati in primo grado o in via definitiva. Poco cambia per la Lega, che ha appena depositato una proposta di legge in Senato per cancellare gli effetti della Severino, instradando quindi per via parlamentare la stessa battaglia portata avanti in uno dei cinque referendum sulla giustizia per i quali si voterà in primavera. Fiutando una pessima aria intorno alle urne – arrivare al quorum sembra un miraggio – la Lega ha deciso di alzare la posta alle Camere, provando a svuotare da lì l’odiata legge che impone lo stop ai pregiudicati in Parlamento e ai sindaci condannati in primo grado per certi reati.

Un progetto che fa i conti con le perplessità di FdI, ma che conta sulla sponda scontata di Forza Italia (gli azzurri l’hanno giurata alla Severino da quando la sua legge fece decadere da senatore Silvio Berlusconi), e pure di parte del Pd, già pronto a modifiche sulle norme relative ai sindaci.

Il primo firmatario del disegno di legge è il senatore leghista Luigi Augussori: “Per noi il decreto Severino va abolito in toto – scandisce al Fatto – e non solo per la parte che riguarda gli amministratori locali. È una legge che ha prodotto troppe storture. Ma questo ddl è anche un modo per metterci al tavolo col Partito democratico e trattare un testo condiviso”.

La strategia, insomma, è chiara. Sparare alto – proponendo l’abrogazione totale – per ottenere il massimo durante il confronto in maggioranza. Strappando magari un allentamento non soltanto per i sindaci, ma pure per i parlamentari (ad esempio, riducendo i reati che portano all’incandidabilità o alla decadenza). Che la Severino sia destinata a una modifica lo ammette anche Franco Mirabelli, capogruppo Pd in commissione Giustizia al Senato: “La legge va corretta, perché almeno per gli amministratori locali deve prevedere provvedimenti in presenza di una sentenza definitiva e non una qualunque sentenza”. Impraticabile, però, l’abrogazione totale: “Abbiamo detto con chiarezza che voteremo No al referendum e, allo stesso modo, per noi non è una strada percorribile una abrogazione per via parlamentare”.

L’universo dem però contiene sfumature variegate. Basti pensare alle lamentale dei sindaci (su tutti Antonio Decaro e Matteo Ricci) o come il senatore Andrea Marcucci, rispondendo proprio al “No” di Enrico Letta al quesito leghista sulla Severino, abbia già gelato il leader: “Sui referendum non si possono accettare diktat, neanche dai segretari di partito”. Crepe in cui la Lega, la cui proposta di legge è stata firmata anche da Roberto Calderoli e Simone Pillon, spera di infilarsi per portare a casa il risultato.

Una fonte di peso del Carroccio assicura che per il momento il ddl “non pregiudica il quesito referendario”, ma “la legge potrebbe avere un iter più veloce”, complice “la pressione di molti amministratori locali”. Si tratterà di trovare una mediazione tra l’all in leghista e la via di mezzo già depositata dal Pd. Dario Parrini, presidente dem della Affari Costituzionali in Senato, ha concesso dieci giorni ai partiti per presentare eventuali proposte e qui si inserisce la forzatura di Augussori e colleghi.

Dalla Lega si dicono fiduciosi di arrivare a un testo che ottenga il Sì in prima lettura entro la data dei referendum (ancora non fissata, ma prevista tra maggio e giugno), su questo come sulla riforma del Consiglio superiore della magistratura. “Magari la proposta della Lega serve ad alzare la posta – sibila Mirabelli – oppure è solo un modo per impantanare la discussione alle Camere e prepararsi alle urne. Ma in ogni caso, se pensano che si possa fare il parlamentare o il sindaco con condanne definitive se ne assumeranno la responsabilità”. Nulla che in via Bellerio provochi imbarazzo.

Catasto, Salvini resta solo: B. e Forza Italia si sfilano

Al governo, in un Parlamento come questo, potrebbe accadere di tutto: ma con una guerra in corso è molto probabile che nulla gli accada, almeno non da qui a breve. E il primo a saperlo si chiama Mario Draghi, che in mattinata da Bruxelles ripete la linea sul primo dei nodi, la riforma del catasto, e con tanto di risata sarcastica: “Con questa riforma nessuno pagherà più tasse”. Poche ore dopo, Forza Italia si sfila dalla coalizione di centrodestra, che giovedì aveva votato compatta contro quelle norme.

Ma oggi no, niente assalto: in commissione Finanze i berlusconiani non voteranno o al massimo si asterranno sull’emendamento soppressivo degli ex grillini di Alternativa c’è. “L’emendamento lascia il tempo che trova e la questione, così come posta da Alternativa, è lontana anni luce da noi” riassume il capogruppo di FI in commissione, Antonio Martino. Silvio Berlusconi non vuole strappi. E poi in commissione, grazie ai centristi, la maggioranza avrebbe comunque retto – seppure di misura – sulla riforma racchiusa nella legge delega sul Fisco, che prevede la mappatura degli immobili e la revisione degli estimi catastali entro il 2026. Inutile forzare, hanno pensato in Fi. Così niente sponda a Giorgia Meloni, ieri tornata a tuonare contro la riforma: “È una patrimoniale nascosta, l’ennesima stangata”. E salutoni a Matteo Salvini e alla Lega, che ieri su Libero con il capogruppo in Senato Massimiliano Romeo invocava: “Nessuno vuole la crisi, ma il governo dovrebbe essere più flessibile e non insistere sul catasto”.

Ma Draghi flessibile non è. Però da qualche giorno il premier e i suoi sherpa ascoltano di più i partiti, anche su sollecitazione del Quirinale. Così nel fine settimana a Palazzo Chigi hanno lavorato anche sui sei emendamenti della maggioranza al disegno di legge delega sul codice degli appalti, approdato ieri sera in commissione Lavori pubblici, in Senato. Tra le richieste, quella del M5S di impedire che sia il Consiglio di Stato a scrivere il nuovo codice. Per cercare una mediazione sui vari punti ieri si è tenuta una riunione di maggioranza con il ministro per i Rapporti con il Parlamento, il 5Stelle Federico D’Incà, e la viceministra alle Infrastrutture Teresa Bellanova (Iv).

Alla fine si è trovato un punto di caduta su ogni richiesta, anche se Palazzo Chigi è stato irremovibile sulla norma sul Consiglio di Stato. Il M5S ha ottenuto almeno che il codice venga scritto anche assieme ad alcuni esperti (prima era un’eventualità), e la possibilità di un doppio passaggio in Parlamento del successivo decreto delegato. Oggi, invece, altro appuntamento caldo per il governo, visto che in commissione Affari costituzionali, alla Camera, si tornerà a esaminare il ddl costituzionale Fornaro. FdI ha presentato un emendamento al testo per introdurre il presidenzialismo. Difficile che si voti oggi, ma Iv dovrebbe comunque sostenere la maggioranza nel no alla proposta.

Salvini porta i profughi ucraini “a casa sua”

Vuol fare una visita “in silenzio”, ma poi pubblica le foto dell’incontro all’ambasciata italiana in Polonia con gli imprenditori nostrani che possono “dare una mano e aiutare” i profughi ucraini. Dice che la sua non è “una passeggiata” ma poi si fa fotografare, con tanto di giubbotto impermeabile, in partenza da Fiumicino per Varsavia. Non vuole flash e telecamere, ma poi fa sapere minuziosamente la sua agenda e i suoi incontri della giornata (imprenditori, ambasciatori, il nunzio apostolico Salvatore Pennacchio) ispirato, con sprezzo del ridicolo, dal motto benedettino ora et labora.

La missione pacifista di Matteo Salvini nell’est Europa è iniziata ieri e proseguirà fino a mercoledì. È volato di buon mattino da Malpensa a Varsavia e oggi sarà al confine con l’Ucraina. Non sarà invece ricevuto dal premier polacco Mateusz Morawiecki. Con lui ci sono il capogruppo della Lega al Parlamento Ue Marco Campomenosi, il responsabile della Lega giovani Luca Toccalini e Gianmarco Oddo, collaboratore dell’europarlamentare Antonio Rinaldi, che ha fatto da supporto operativo: i quattro si stanno coordinando con l’associazione Manalive che opera nei teatri di guerra per dare sostegno ai profughi. Ed è proprio questo l’obiettivo della missione di Salvini: mostrarsi come il leader pacifista e accogliente nei confronti dei profughi ucraini. “Noi vogliamo essere di aiuto nel coordinare questi aiuti, e nell’organizzazione di viaggi e accoglienza in Italia” ha detto ieri il leghista. Che poi è entrato più nello specifico: “Mi impegnerò per favorire l’arrivo e l’ospitalità in Italia di bimbi, donne e famiglie in fuga dalla guerra”. Ergo: domani sera il leader del Carroccio rivendicherà (magari con tanto di selfie) di aver portato in Italia centinaia di profughi ucraini che saranno accolti nei comuni a guida leghista. Un’accoglienza, specificano da via Bellerio, diversa da quella che proviene dall’Africa: “Gli ucraini sono diversi da quelli che arrivano dal Bangladesh”. Un’uscita criticata sui social anche da molti amici ed elettori di Salvini in Italia, come il presidente di Confindustria Veneto Enrico Carraro che ha attaccato il leader della Lega: “Che schifo di politica. Sta sempre a mettere la povera gente l’uno contro l’altro. Ma che hanno fatto in Bangladesh?”. Oggi Salvini sarà al confine con l’Ucraina e vuole provare a entrare a Leopoli. Anche perché dovrebbe ricongiungersi con la delegazione italiana dell’Osce che oggi sarà in Ucraina: ieri sono volati per Varsavia i parlamentari Massimo Mallegni (Forza Italia), Paolo Grimoldi (Lega) e Niccolò Invidia (M5S).

Ma l’ostacolo all’ingresso di Salvini in Ucraina riguarda la sua sicurezza. Già nei giorni scorsi l’ambasciata di Kiev in Italia gli aveva fatto sapere che non sarebbe potuto entrare nello Stato in guerra, mentre la sua missione in Polonia mette in apprensione anche i servizi segreti italiani e polacchi. Da quello che risulta al Fatto, infatti, l’intelligence italiana nelle ultime 24 ore temeva per la sicurezza di Salvini a Varsavia, visto che in Polonia in molti ricordano ancora le sue simpatie pro-Putin. Per questo è stato chiesto al leader della Lega di limitare a poche persone la delegazione italiana e di tenere un basso profilo: niente incontri pubblici, niente comunicazioni su dove si trova. E gli è stato chiesto di non oltrepassare il confine. Chissà se Salvini li ascolterà.

Esplode il mercato di metalli e fertilizzanti

La guerra sta facendo letteralmente decollare non solo i prezzi dell’energia, ma anche anche quelli di alcuni metalli e dei fertilizzanti, di cui Russia e Bielorussia sono tra i principali produttori mondiali, i cui rialzi si stanno facendo sentire sulle filiere produttive. Prezzi internazionali espressi in dollari, che sono amplificati nell’Eurozona dalla debolezza dell’euro che nel giro di 12 giorni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina ha perso oltre il 4% sulla valuta Usa.

I prezzi del nichel sul London Metal Exchange (Lme, la Borsa dei metalli non ferrosi più importante del mondo) ieri sono decollati a valori mai visti sino a 57mila dollari a tonnellata, a fronte dei 29.700 di venerdì, il più grande rialzo percentuale mai registrato in una sola seduta. La Russia rappresenta circa il 7% della produzione mondiale di nichel, usato per produrre acciaio inossidabile e batterie per veicoli elettrici. Le scorte globali di nichel erano già basse, con i prezzi aumentati del 76% da inizio anno. I prezzi dell’acciaio in Europa sono aumentati vertiginosamente del 22% la scorsa settimana a 1.160 euro (1.257 dollari) la tonnellata, i massimi da agosto. Gli impianti ucraini di ArcelorMittal e Metinvest sono stati fermati a causa della guerra. Kiev era tra i primi cinque esportatori di acciaio nella Ue. Anche le aziende siderurgiche russe sono in difficoltà: Severstal ha sospeso le vendite in Europa dopo che il proprietario, Alexei Mordashov è stato sanzionato insieme ad altri oligarchi.

Quanto all’alluminio,la Russia ne produce il 6% circa del totale mondiale (3,76 milioni di tonnellate), come pure il 3,5% del rame. Il prezzo dell’alluminio sul Lme ieri è salito al record di 4.028 dollari la tonnellata (+4,7%). Già nel 2018 le sanzioni Usa contro il produttore russo Rusal avevano causato un aumento dei prezzi di circa il 30%. Il rame a Londra è aumentato dell’1,1% a 10.794,5 dollari la tonnellata, il piombo dell’1,8% a 2.501,5 dollari, lo zinco del 3,7% a 4.200,5 dollari e lo stagno del 2,3% a 48.650 dollari.

La Russia è anche il maggiore esportatore mondiale di fertilizzanti, ma la guerra ha interrotto l’export. L’agricoltura globale dipende in modo rilevante dall’export russo e ucraino per le concimazioni con composti azotati nelle forme nitrica, ureica e ammoniacale. I prezzi dei fertilizzanti negli Usa erano quasi quadruplicati già l’anno scorso ed erano già più che raddoppiati negli ultimi 18 mesi a livello globale, quando la Russia aveva iniziato a limitare il suo export. Ora Mosca ha imposto una moratoria di due mesi sulle vendite estere di nitrato di azoto. La produzione totale di potassio di Russia e Bielorussia nel 2021 è stata pari al 37,6% mondiale. Anche le esportazioni di potassio dalla Bielorussia, alleata della Russia, sono state interrotte e le sanzioni occidentali contro potrebbero aumentare la pressione nelle prossime settimane. Le maggiori aziende come Uralkali e Belaruskali potrebbero bloccare l’export. Il prezzo dell’ammoniaca anidra, usata per fornire azoto alle piante di mais, è aumentato di oltre il 300% rispetto allo scorso anno. L’urea è rincarata del 214% (al massimo da 34 anni a 880 dollari la tonnellata sul contratto di aprile) e l’azoto liquido fino al 250%. La potassa, usata per fertilizzare la soia, è aumentata del 213%. Il costo della potassa in Brasile è stato di 534 dollari per tonnellata, +124,4% rispetto al 2020.

Greggio e gas: rialzi record. Usa, sì all’embargo a Mosca

Si avvicina l’embargo Usa al petrolio e gas russi, si allarga il solco tra le due sponde dell’Atlantico, decollano i prezzi di greggio e metano ai massimi dal 2008. Il blocco a petrolio e metano, che con 178,9 miliardi di dollari per greggio e derivati e 61,8 miliardi per il gas valgono quasi la metà dell’export totale russo (489,8 miliardi di dollari nel 2021), avrà un impatto devastante sull’economia di Mosca. Ma la differenza tra gli Usa, che ieri hanno trovato l’accordo tra democratici e repubblicani per bloccare l’import di greggio russo, e l’Ue che invece frena sta nella dipendenza. La Russia è il primo esportatore mondiale di greggio e prodotti petroliferi, circa 7 milioni di barili al giorno, il 7% dell’offerta globale. Nel 2021, gli Stati Uniti hanno importato una media di 209 mila barili al giorno (bpd) di greggio e 500 mila di altri prodotti petroliferi dalla Russia, il 3% del loro import di petrolio. L’Unione europea invece ne importa 4,3 milioni di barili al giorno, per un quarto dalla Russia, e i 155 miliardi di metri cubi totali di metano importati da Mosca nel 2021 rappresentano il 45% dell’import e quasi il 40% dei suoi consumi.

È bastata la voce di discussioni sul possibile blocco all’export di greggio e metano russo per fare schizzare i prezzi. Alle 18.45 di ieri, il petrolio Brent del Mare del Nord aveva guadagnato il 4,1% a 122,97 dollari al barile, mentre il Wti Usa saliva del 2,5%, a 118,53 dollari. Durante la seduta, entrambi hanno raggiunto i massimi da luglio 2008, il Brent a 139,13 dollari e il Wti a 130,5. Il petrolio è rincarato del 60% circa da inizio anno, sollevando preoccupazioni di stagflazione per la crescita economica globale. Secondo Ubs, una guerra prolungata in Ucraina potrebbe spingere il Brent sopra i 150 dollari. Un blocco all’export russo causerebbe un deficit di 5 milioni di barili al giorno (bpd), spingendo i prezzi fino a 200 dollari per Bank of America.

Anche i prezzi del gas naturale hanno raggiunto livelli record. Ieri sul mercato olandese i contratti future sul metano sono aumentati del 42% su venerdì a oltre 270 euro a megawattora, ma a inizio seduta avevano toccato i 345 euro. Prima di venerdì, i prezzi non avevano mai superato i 200 euro e prima del 2021 i 30. Questi costi stanno fermando le industrie europee ad alta intensità energetica, come i produttori di fertilizzanti e di metalli, che avevano già tagliato la produzione nel 2021, quando i prezzi erano ben inferiori. I rialzi ieri sono diminuiti solo dopo che il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha respinto l’idea di un embargo europeo al petrolio russo.

Durante un incontro con la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ieri il premier Mario Draghi ha dichiarato che Italia e Ue “devono lavorare sulla diversificazione e riorganizzazione, con un’accelerazione degli investimenti nelle energie rinnovabili. L’obiettivo, comune a tutta l’Ue, è il raddoppio degli stoccaggi di gas entro l’autunno”. Il piano d’emergenza per l’energia che sarà presentato oggi dalla Commissione Ue punta a ridurre dell’80% già quest’anno la dipendenza dall’import di gas russo. Tra le misure, maggiori acquisti via mare di gas naturale liquefatto, import da gasdotti alternativi a quelli russi, potenziamento delle rinnovabili. Il 40% del gas italiano è importato da Mosca e per il ministro della transizione Ecologica, Roberto Cingolani, l’Italia “lavora per ridurre la dipendenza: per metà anno la metà del gas importato dalla Russia sarà sostituita da altre fonti”.

Ma Putin risponde elencando i “cattivi creditori” della Russia: nella lista nera ci sono tutti i Paesi che hanno sanzionato Mosca e che per questo riceveranno i rimborsi dei bond russi in rubli, al tasso ufficiale della Banca di Russia. Tra questi anche l’Italia, che si troverà in mano una valuta in caduta libera e che ulteriori sanzioni potrebbero ridurre a “carta straccia”. In ballo ci sono circa 310 miliardi di dollari di debiti verso l’estero delle aziende russe, 75 di passivo delle banche, 67 di bond di Mosca. Il rischio è che queste regole si allarghino ad altri debiti di Mosca, esposta verso l’estero per poco meno di 500 miliardi. Sull’Italia pesano i 25 miliardi di crediti delle banche nazionali. La guerra finanziaria ha svalutato il rublo all’ennesimo minimo record – 160 per un dollaro ieri con la Borsa di Mosca chiusa da una settimana – e spinge la Russia e le sue aziende verso il dissesto, che potrebbe scatenare una crisi finanziaria anche in Occidente. Si avvicina il default russo, al quale ieri i derivati assicurativi sul rischio di credito credit-default swap davano una probabilità dell’80%.

L’inconsulto bisogno di un nemico a Est

Visto che nessun Paese della Nato o dell’Unione europea vuol entrare in guerra con la Russia, e rischiare uno scontro che implichi il ricorso– intenzionale o accidentale– all’Armageddon nucleare, logica vorrebbe che si tentassero tutte le vie per metter fine alla guerra scatenata dal Cremlino in Ucraina, e al massacro delle città ucraine. “Tutte le vie” vuol dire instaurare al più presto un cessate il fuoco, aprire corridoi umanitari, avviare subito un negoziato che salvi la faccia non solo a Kiev, ma anche al Cremlino, e che eviti umiliazioni irreparabili dell’aggredito come dell’aggressore, tali da avvelenare il futuro degli ucraini e dei russi quando i loro governi cambieranno.

“Tutte le vie” vuol dire anche incaricare possibili mediatori, che non giustifichino l’aggressione di Mosca, ma che abbiano l’intelligenza di mettersi nei panni di chi, pur responsabile della guerra, ha da far valere alcune ragioni, inascoltate da decenni nella Nato e nell’Ue. Le proposte non mancano, ma purtroppo un incarico formale manca. Si parla di Angela Merkel, che con Putin parla in russo e tedesco, e che per anni ha difeso gli accordi di Minsk (comprensivi di una revisione costituzionale ucraina che conceda ampie autonomie al Donbass: punto cruciale per Mosca). Oppure si parla di una mediazione israeliana o turca o cinese, anche se Pechino resta neutrale e aborre ogni sorta di separatismo. Non per ultimo potrebbe muoversi il Vaticano, usando come leva l’inedita comunanza creatasi in questa guerra tra Chiesa ortodossa ucraina e russa.

Il guaio è che non ci sono logica né metodo nel pensiero della Nato, dell’Unione europea e di gran parte dei commentatori, ma un bisogno ormai patologico del nemico esistenziale, a Est, che legittimi il sopravvivere di blocchi super-armati a Ovest anche se non esiste più nelle forme di ieri. Di qui l’immagine ricorrente di Putin come Hitler, o Stalin. O come animale, e anzi “peggio di un animale” a sentire le scempiaggini del ministro degli Esteri Di Maio (messo a tacere solo da Georgia Meloni, non dal governo né dal suo partito). Profetico in questo quadro quel che disse Georgy Arbatov, consigliere politico di cinque segretari generali del Partito comunista russo, quando l’Urss si disintegrò: “Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico”.

Provare ad ascoltare le ragioni e le esigenze segnalate da Mosca non vuol dire giustificare una guerra che resta criminosa, e oltremodo opaca per quanto riguarda gli obiettivi veritieri di Putin. Vuol dire ascoltare e prender sul serio le condizioni elencate proprio ieri da Dimitri Peskov, portavoce del Cremlino: immediato cessate il fuoco, in cambio del riconoscimento della Crimea annessa nel 2014, del riconoscimento delle Repubbliche del Donbass e della neutralità dello Stato ucraino (i modelli potrebbero essere il trattato Russia-Finlandia del 1948 e quello sull’Austria del 1954).

La guerra è certo opaca e non sappiamo se davvero Putin si accontenterà della neutralità ucraina e del riconoscimento di Crimea e Donbass russi. Ma provare a mettersi attorno a un tavolo si può, e rinunciare ufficialmente a nuovi allargamenti Nato si deve. Non lo dicono solo i pacifisti. Lo hanno detto protagonisti della Guerra fredda e delle teorie del “contenimento” come George Kennan nel 1997 (“l’allargamento Nato è l’errore più fatale del dopo Guerra fredda”), e poi Henry Kissinger ed Helmut Schmidt nel 2014 dopo l’annessione della Crimea.

Confrontate con gli argomenti di questi ultimi, le condotte odierne dei leader europei sono di una mediocrità senza pari. C’è chi, senza sapere cosa dice, si felicita della fermezza con cui l’Ue si arma ai propri confini e invia sempre più armi in Ucraina, perché lo scannamento continui sui nostri schermi. Secondo alcuni, non solo in Italia, questa guerra avrebbe addirittura “spinto l’Unione europea a reinventarsi”.

In realtà l’Europa non sta inventando alcunché, se per invenzione s’intende ideare qualcosa di nuovo, di non ancora tentato. Se esistesse l’autonomia strategica dalla Nato di cui Macron parla senza mai specificarne le modalità. Se cominciasse un’autocritica non solo sull’estensione della Nato, ma anche sulle politiche di allargamento Ue a Paesi dell’Est che sono entrati nell’Unione solo per meglio accedere alla Nato, l’istituzione da loro preferita.

Sono giorni che Macron, presidente di turno del Consiglio Ue, parla con Putin per poi annunciare, quasi fosse un giornalista qualunque, che i russi “andranno fino in fondo”. A che serve saperlo se non viene indicata la via d’uscita che l’Europa potrebbe escogitare? L’Europa scarta la guerra frontale con la Russia e per questo è giustamente contraria alla chiusura dello spazio aereo sopra l’Ucraina chiesta da Zelensky e avversata dal Cremlino, che l’interpreterebbe come guerra dichiarata della Nato. L’Ue auspica sanzioni sempre più severe, ma molti Stati non vogliono perdere l’accesso al gas russo, necessario alle proprie società. Quanto ai profughi, ben venga l’apertura doverosa, se non fosse per la selettività che la contraddistingue. “Grande emozione perché vedo europei con occhi azzurri e capelli biondi!” (viceprocuratore generale ucraino). “Non stiamo parlando di fuggitivi siriani, ma di europei!” (Bfm Tv, Francia). “Stavolta non sono profughi siriani ma ucraini… Si tratta di cristiani, di bianchi! Sono nostri simili” (Nbc News).

Né è inventivo riesumare di continuo parallelismi storici strampalati. Quello ricorrente menziona il cedimento (appeasement) delle democrazie che nel 1938 a Monaco permisero a Hitler di smembrare la Cecoslovacchia. Non manca giorno in cui il ’38 non venga evocato, senza mai fare accenno alla vittoria ottenuta nel ’45 grazie a oltre 20 milioni di morti russi (il “patto col Diavolo” ci ha salvati). Il contributo russo alla Resistenza è sempre più obnubilato (fino a cancellarlo, nella risoluzione del Parlamento europeo del 2019). Questo revisionismo storico è un altro elemento che offende la Russia, Paese europeo per eccellenza.

Gli storici futuri narreranno questa guerra come un attacco sproporzionato, come punitivo regime change, ma ricorderanno le umiliazioni inflitte per trent’anni alla Russia, a cominciare dalla Nato allargata. Può darsi che la strategia del Cremlino sia imperiale, ancora non sappiamo. Ma di certo conosciamo le parole di Putin: “Chiunque non senta la mancanza dell’Unione sovietica è senza cuore. Ma chiunque voglia il suo ritorno è senza cervello”.

 

La minaccia hacker pro Cremlino: “Banche nel mirino”

La guerrigliacyber non si ferma. Le schermaglie più recenti, secondo i rilievi dell’Intelligence, coinvolgono il gruppo di hacker XakNet – schierato a favore della Russia – e il collettivo Anonymous che ha colpito un provider chiamato “Beeline”. XakNet sostiene di aver violato attualmente circa 44mila router wi-fi ucraini, trasformandoli, dunque, in dispositivi potenzialmente utilizzabili per attacchi DDoS e dice di voler arrivare a 100 mila nei prossimi due giorni. Lo stesso gruppo starebbe cercando il supporto di giornalisti, blogger ed esperti russofoni per migliorare le proprie campagne comunicative online. Infine, minacciano attacchi agli istituti bancari, non solo ucraini. “Di nuovo, non siamo fascisti. (…) – scrivono in Rete – Questo è l’ultimo atto di umanità del nostro team. Colleghi, non vogliamo litigare. Amiamo il nostro Paese e non permetteremo che venga danneggiato. Se tutto questo non termina, il team di XakNnet si sposterà verso le strutture delle infrastrutture critiche. Le banche saranno le prime”.

Mosca vuole blindarsi online. Siti pubblici su Reti protette

L’allerta è iniziata presto, ieri mattina, in ambienti dell’intelligence: la Russia pare voglia disconnettersi dalla rete Internet globale. Poi, nel pomeriggio, è arrivata una smentita che lascia tuttavia intendere che l’ipotesi è sul tavolo e che potrebbe essere presa in considerazione in caso di necessità. In mezzo, la prospettiva di una vera e propria nazionalizzazione della Rete: dalla nascita di un perimetro internet rafforzato e controllato per proteggere siti, piattaforme, database pubblici e infrastrutture critiche dagli attacchi cyber, a una “intranet” solo russa per tutto e tutti.

La notizia si è diffusa molto rapidamente. L’origine, secondo le ricostruzioni, è la testata giornalistica dissidente bielorussa Nexta Tv, ma anche account e canali Telegram filo-ucraini. “Al momento – circolava nelle comunicazioni interne dell’intelligence – si ha solo contezza della pubblicazione di un presunto documento inviato dal viceministro russo per lo Sviluppo digitale, comunicazione e mass media, Cernenko, una direttiva indirizzata a tutte le autorità esecutive federali che stabilisce che, entro e non oltre l’11 marzo, tutti i server e i domini russi devono essere trasferiti nell’area Internet posta sotto diretto controllo russo (la cosiddetta RuNet)”.

Su Twitter sono poi circolate anche le immagini delle note ufficiali con le quali Mosca darebbe le prime indicazioni, in otto punti, su come procedere: si va dal ripristino di eventuali accessi alla Rete al cambio di password all’aggiunta altri metodi di identificazione e, in generale, all’applicazione di tutto ciò che potrebbe rendere più difficile un accesso sgradito soprattutto ai siti pubblici. Si chiede di utilizzare i server di Dns (in soldoni, i nodi della rete) localizzati sul territorio, di rimuovere dall’architettura dei siti codici presi da risorse estere, di utilizzare i servizi russi, così come di aggiornare i domini sei siti in “.ru” (al posto di “.com”, “.org” etc).. Ancora una volta si specifica che sono misure che riguarderebbero soprattutto le “risorse pubbliche”, un modo per mettere in sicurezza dati e informazioni entro l’11 marzo. In serata, invece, arriva – attraverso l’agenzia di stampa Tass – la comunicazione del ministero della Sicurezza digitale russo che ha dichiarato di non avere in programma di disconnettere la Russia dall’Internet globale ma, sembra di capire da una lettura più approfondita, di non escluderlo almeno in parte. “Il telegramma per le agenzie governative delinea una serie di semplici consigli sull’igiene informatica che aiuteranno a organizzare il lavoro in modo più efficace per proteggere le nostre risorse dal traffico dannoso, mantenere i servizi in funzione e controllare i nomi di dominio – ha detto il Ministero delle Finanze a Kommersant–. Ci sono continui attacchi informatici ai siti russi dall’estero. Ci stiamo preparando per diversi scenari. Non ci sono piani per disconnettere Internet dall’interno”. Non si può escludere poi che sia anche un piano per difendersi da eventuali azioni esterne e sanzioni. All’inizio del conflitto, Kiev aveva chiesto all’Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers), l’organizzazione indipendente che controlla domini e indirizzi intenet, di isolare Mosca sulla Rete proprio per evitare la diffusione di notizie false sul conflitto. Una richiesta che era stata rifiutata dall’Icann e a cui è seguito, nei giorni scorsi, il blocco da parte di Mosca dei media e dei social media.

L’ipotesi di una intranet russa, distaccata dalla Rete globale, non è comunque una grossa novità. Mosca ci lavora dal 2019, quando c’erano state delle vere e proprie prove di disconnessione e a nutrire i timori c’è anche il fatto che la Cogent Communications, una delle principali aziende di rete, ha tagliato i suoi servizi con la Russia mettendo a rischio la velocità di connessione del Paese. Se ci si staccasse totalmente, ogni dispositivo o servizio che non abbia un server di riferimento in Russia smetterebbe di funzionare, dalle reti aziendali a quelle per i comuni cittadini, smartphone inclusi.

E pure Maduro ora torna utile

Ha scritto l’Ecclesiaste che c’è una gerarchia anche nel peccato, a Washington evidentemente sono più estremi e pensano che un nuovo peccatore può cancellare quelli vecchi.

Di questa visione teologica così pragmatica potrebbe adesso beneficiare Nicolas Maduro, il presidente venezuelano contro cui gli Stati Uniti provarono a organizzare un golpe solo nel 2019, appoggiando l’auto-elezione in Parlamento di Juan Guaidó come presidente ad interim dopo che Maduro aveva vinto le elezioni vere (con la frode, dissero gli statunitensi, pur non avendo portato prove in tal senso).

Ebbene, dopo tre anni di relazioni diplomatiche interrotte, nel weekend appena concluso è arrivata a Caracas la prima delegazione ad alto livello proveniente da Washington dal 2019: si è discusso, ha rivelato il New York Times, della possibilità di alleggerire le sanzioni americane sulle esportazioni del petrolio venezuelano. La delegazione – composta dal consigliere della Casa Bianca per l’America Latina, Juan Gonzales, dall’ambasciatore degli Stati Uniti in Venezuela (ma di stanza a Bogotà) James Story e da Roger Carstens, l’inviato speciale presidenziale per gli Affari degli ostaggi (ci sono almeno otto americani detenuti in Venezuela, tra cui due ex marines accusati di un complotto per uccidere il presidente chavista), è stata ricevuta dal presidente venezuelano e dal suo vice, Delcy Rodriguez. Il tutto pochi giorni dopo che Maduro aveva parlato al telefono con Vladimir Putin, suo tradizionale alleato, promettendo di rafforzare la partnership tra Russia e Venezuela. La cosa, peraltro, non è piaciuta alla destra americana più retriva, a partire dal senatore Marc Rubio, che fu tra i principali sponsor del golpe di Guaidó (che gli Usa continuano a ritenere il legittimo presidente venezuelano), ma più che il desiderio di sbarazzarsi di un governo considerato nemico nel “cortile di casa” sudamericano, ha potuto la voglia di colpire Putin nel suo asset economico più prezioso: l’esportazione di idrocarburi, di cui è non casualmente ricco anche il Venezuela. Secondo Reuters, però, i passi avanti tra le due delegazioni sono stati pressoché nulli: Washington, tra le altre cose, avrebbe proposto di rivedere le sanzioni in cambio di nuove elezioni presidenziali “libere”, la denuncia pubblica di Mosca e, di fatto, la privatizzazione del settore petrolifero. È evidente che così non si inizia neanche a discutere, tanto più che Maduro sa bene che ora la sua posizione negoziale è assai migliore di qualche settimana fa.