Sono bastati 13 giorni di guerra e oltre un milione di rifugiati piombati in terra polacca per far cambiare i toni al governo bollato come illiberale e antieuropeo da Bruxelles e guidato dal partito Diritto e Giustizia di Jaroslaw Kaczynski. Dal 24 febbraio, con i primi carri armati russi entrati nel Donbass, Varsavia è diventata pro-Ue. C’era già stato un segnale di avvicinamento, l’8 febbraio a Berlino, tra Francia, Germania e Polonia, con il presidente presidente polacco Andrzej Duda che aveva detto: “Vi siamo riconoscenti per questo incontro. Oggi la cosa più importante è mostrare la nostra unità, siamo una comunità”. I carri armati di Putin si avvicinavano e Duda aveva avvertito gli alleati che la preparazione bellica russa ai confini ucraini sarebbe terminata il 20 febbraio, ma ancora a Berlino e Parigi non si credeva alla guerra. A Varsavia intanto la narrativa euroscettica non si era fermata. Il 21 febbraio alla tv cattolica Trwam andava in onda un talk show politico dal titolo: “L’Ue accetterà la sovranità della Polonia? Bisogna pensare alla Polexit?”.
La Polonia, dal 2015, insieme all’Ungheria, è nel mirino dell’Ue, è l’alleato scomodo, lo Stato “disallineato” e antidemocratico. Un’escalation di leggi liberticide, giudici sotto controllo politico, attacco alle minoranze Lgbt, fino alle due sentenze choc della Corte costituzionale polacca: il 22 ottobre 2020 l’aborto è stato dichiarato incostituzionale; e il 14 luglio 2021 la stessa Corte ha dichiarato il diritto europeo subordinato al diritto polacco. Dal 2017 la Commissione Ue ha chiesto ai governi l’attivazione dell’art 7 del Trattato Ue, la bomba atomica dei rapporti di forza nell’Unione: la sospensione dei diritti di voto di un paese membro. Poi sono partite le denunce alla Corte di Giustizia europea, fino all’ultima sentenza del 27 ottobre scorso: i giudici europei hanno condannato Varsavia a pagare una multa di un milione di euro al giorno, pena ancora valida e che l’esecutivo di Bruxelles ha rilanciato l’8 febbraio. L’altra sanzione è stata la sospensione del Recovery Fund alla Polonia, tuttora in vigore, in attesa che Varsavia torni sui suoi passi, modificando la Camera disciplinare della Corte Suprema, controllata politicamente, che può sospendere qualsiasi giudice in Polonia. In agosto il premier Morawiecki aveva promesso di riformare la Corte Suprema, accusando le istituzioni Ue di “intromettersi negli affari polacchi” e criticando l’Ue di “tenere una pistola alla tempia” della Polonia.
Nulla si è mosso fino all’escalation ucraina. ora l’aria par cambiata. Il 3 febbraio il presidente polacco ha annunciato la soppressione della Camera Disciplinare della Corte Suprema (non ancora attuato, però). In pochi giorni è cambiato anche l’approccio ai rifugiati. L’estate scorsa le guardie di frontiera polacche rispedivano in Bielorussia i poveretti che il dittatore Lukashenko aveva attirato da tutto il mondo per ricattare l’Ue. La Polonia era irremovibile, ha lasciato per settimane famiglie e bambini accampati nel bosco di Kuznica, ha approvato la costruzione di un muro alla frontiera bielorussa. Adesso, ha aperto le frontiere: tutti passano, i polacchi si sono mobilitati per aiutarli.
Discorso simile per l’Ungheria. Il premier Victor Orbán ha smesso di attaccare l’Europa. Il 3 aprile si terranno le elezioni e Orbán vuole restare il signore assoluto del Paese. L’ha già ripetuto al suo amico Putin: “Voglio vincere e mi auguro che possiamo lavorare insieme per molti anni a venire”. La storia tra i due governi è tappezzata di favori reciproci. Rosatom, la società russa per l’energia nucleare, intende costruire una centrale in Ungheria con finanziamenti russi. La Banca internazionale degli investimenti russa si è trasferita a Budapest. I trafficanti d’armi russi arrestati a Budapest sono stati consegnati a Mosca invece che a Washington, nonostante la specifica richiesta degli americani. Orbán era stato visto dagli alleati Nato come l’inviato del leader russo nell’Ue, i servizi segreti degli alleati non si fidavano più degli ungheresi e il concentramento di spie russe in Ungheria è cresciuto rapidamente. Orbán ha sempre fatto una guerra feroce a Bruxelles (pun incassando cospcui foni europei): dalle quote agli immigrati al clima, beccandosi procedure d’infrazione. Poi, il 24 febbraio, la svolta: ha accettato le sanzioni dell’Ue alla Russia e smesso con gli attacchi a Bruxelles.
La giravolta è arrivata anche con i profughi: nel 2015 l’Ungheria aveva costruito un muro e rispedito tutti i siriani in Serbia. Ora porte aperte agli ucraini (ne ha accolti 180mila), senza visto, l’importante è che siano bianchi e non musulmani. Nel frattempo, sulle tv statali e sulle pagine Facebook pro-governative continua la narrativa filo-russa: la guerra l’ha provocata l’Ucraina. Un piede in due scarpe, è la scommessa di Orbán. A differenza di altri Paesi europei, per dire, non esporta armi in Ucraina e non ne permette il transito. Il premier ungherese ha rifiutato pure di schierare altre truppe Nato. Pochi giorni fa, il vicepremier Zsolt Semjén ha detto che se un missile fosse stato lanciato da Miskolc contro i russi, la città ungherese dell’Est, sarebbe stata rasa al suolo. Insomma, un passo in avanti e due indetro. Gli europarlamentari di Fidesz, il partito di Orban, hanno votato per lo spostamento della Banca di investimenti russa e per la cessazione della cooperazione nucleare con Rosatom. Ma poi il ministro Gergely Gulyás ha detto che la centrale nucleare verrà costruita e la banca rimarrà dov’è.