C’è la guerra, tutto è perdonato. Polonia e Ungheria tra i “buoni”

Sono bastati 13 giorni di guerra e oltre un milione di rifugiati piombati in terra polacca per far cambiare i toni al governo bollato come illiberale e antieuropeo da Bruxelles e guidato dal partito Diritto e Giustizia di Jaroslaw Kaczynski. Dal 24 febbraio, con i primi carri armati russi entrati nel Donbass, Varsavia è diventata pro-Ue. C’era già stato un segnale di avvicinamento, l’8 febbraio a Berlino, tra Francia, Germania e Polonia, con il presidente presidente polacco Andrzej Duda che aveva detto: “Vi siamo riconoscenti per questo incontro. Oggi la cosa più importante è mostrare la nostra unità, siamo una comunità”. I carri armati di Putin si avvicinavano e Duda aveva avvertito gli alleati che la preparazione bellica russa ai confini ucraini sarebbe terminata il 20 febbraio, ma ancora a Berlino e Parigi non si credeva alla guerra. A Varsavia intanto la narrativa euroscettica non si era fermata. Il 21 febbraio alla tv cattolica Trwam andava in onda un talk show politico dal titolo: “L’Ue accetterà la sovranità della Polonia? Bisogna pensare alla Polexit?”.

La Polonia, dal 2015, insieme all’Ungheria, è nel mirino dell’Ue, è l’alleato scomodo, lo Stato “disallineato” e antidemocratico. Un’escalation di leggi liberticide, giudici sotto controllo politico, attacco alle minoranze Lgbt, fino alle due sentenze choc della Corte costituzionale polacca: il 22 ottobre 2020 l’aborto è stato dichiarato incostituzionale; e il 14 luglio 2021 la stessa Corte ha dichiarato il diritto europeo subordinato al diritto polacco. Dal 2017 la Commissione Ue ha chiesto ai governi l’attivazione dell’art 7 del Trattato Ue, la bomba atomica dei rapporti di forza nell’Unione: la sospensione dei diritti di voto di un paese membro. Poi sono partite le denunce alla Corte di Giustizia europea, fino all’ultima sentenza del 27 ottobre scorso: i giudici europei hanno condannato Varsavia a pagare una multa di un milione di euro al giorno, pena ancora valida e che l’esecutivo di Bruxelles ha rilanciato l’8 febbraio. L’altra sanzione è stata la sospensione del Recovery Fund alla Polonia, tuttora in vigore, in attesa che Varsavia torni sui suoi passi, modificando la Camera disciplinare della Corte Suprema, controllata politicamente, che può sospendere qualsiasi giudice in Polonia. In agosto il premier Morawiecki aveva promesso di riformare la Corte Suprema, accusando le istituzioni Ue di “intromettersi negli affari polacchi” e criticando l’Ue di “tenere una pistola alla tempia” della Polonia.

Nulla si è mosso fino all’escalation ucraina. ora l’aria par cambiata. Il 3 febbraio il presidente polacco ha annunciato la soppressione della Camera Disciplinare della Corte Suprema (non ancora attuato, però). In pochi giorni è cambiato anche l’approccio ai rifugiati. L’estate scorsa le guardie di frontiera polacche rispedivano in Bielorussia i poveretti che il dittatore Lukashenko aveva attirato da tutto il mondo per ricattare l’Ue. La Polonia era irremovibile, ha lasciato per settimane famiglie e bambini accampati nel bosco di Kuznica, ha approvato la costruzione di un muro alla frontiera bielorussa. Adesso, ha aperto le frontiere: tutti passano, i polacchi si sono mobilitati per aiutarli.

Discorso simile per l’Ungheria. Il premier Victor Orbán ha smesso di attaccare l’Europa. Il 3 aprile si terranno le elezioni e Orbán vuole restare il signore assoluto del Paese. L’ha già ripetuto al suo amico Putin: “Voglio vincere e mi auguro che possiamo lavorare insieme per molti anni a venire”. La storia tra i due governi è tappezzata di favori reciproci. Rosatom, la società russa per l’energia nucleare, intende costruire una centrale in Ungheria con finanziamenti russi. La Banca internazionale degli investimenti russa si è trasferita a Budapest. I trafficanti d’armi russi arrestati a Budapest sono stati consegnati a Mosca invece che a Washington, nonostante la specifica richiesta degli americani. Orbán era stato visto dagli alleati Nato come l’inviato del leader russo nell’Ue, i servizi segreti degli alleati non si fidavano più degli ungheresi e il concentramento di spie russe in Ungheria è cresciuto rapidamente. Orbán ha sempre fatto una guerra feroce a Bruxelles (pun incassando cospcui foni europei): dalle quote agli immigrati al clima, beccandosi procedure d’infrazione. Poi, il 24 febbraio, la svolta: ha accettato le sanzioni dell’Ue alla Russia e smesso con gli attacchi a Bruxelles.

La giravolta è arrivata anche con i profughi: nel 2015 l’Ungheria aveva costruito un muro e rispedito tutti i siriani in Serbia. Ora porte aperte agli ucraini (ne ha accolti 180mila), senza visto, l’importante è che siano bianchi e non musulmani. Nel frattempo, sulle tv statali e sulle pagine Facebook pro-governative continua la narrativa filo-russa: la guerra l’ha provocata l’Ucraina. Un piede in due scarpe, è la scommessa di Orbán. A differenza di altri Paesi europei, per dire, non esporta armi in Ucraina e non ne permette il transito. Il premier ungherese ha rifiutato pure di schierare altre truppe Nato. Pochi giorni fa, il vicepremier Zsolt Semjén ha detto che se un missile fosse stato lanciato da Miskolc contro i russi, la città ungherese dell’Est, sarebbe stata rasa al suolo. Insomma, un passo in avanti e due indetro. Gli europarlamentari di Fidesz, il partito di Orban, hanno votato per lo spostamento della Banca di investimenti russa e per la cessazione della cooperazione nucleare con Rosatom. Ma poi il ministro Gergely Gulyás ha detto che la centrale nucleare verrà costruita e la banca rimarrà dov’è.

 

“Russia travolta da una catastrofe morale”

Nel gelo, insieme a sua moglie, due figli, un cane e qualche valigia, Anton Dolin ci è rimasto quattro ore prima di varcare la frontiera russa e abbandonare il Paese. Tra i critici cinematografici più conosciuti dell’élite culturale, Dolin non ha scritto solo recensioni, ma anche articoli contro il governo di Putin e le sue leggi. Dalla Lettonia parla della sua patria, che “non aveva mai pensato di dover lasciare”. Ora sa che “non la rivedrà per un lunghissimo tempo” e non era pronto.

Lei ha deciso di dire addio al suo Paese con una frase: “Stiamo soffrendo una catastrofe morale”.

Davanti ai nostri occhi un regime autoritario si è trasformato in totalitario. In Russia tutto è appaltato dal governo e se vuoi fare cultura, devi stare zitto oppure supportare il suo operato. Questo spesso può vuol dire avere una doppia morale e una coscienza ipocrita. Negli ultimi 20 anni, la Federazione era diventata relativamente evoluta, dal livello di studi universitari all’assortimento nei negozi, fino allo sviluppo di infrastrutture e welfare. Tutte cose a cui non erano abituate le persone cresciute in Unione Sovietica o che hanno vissuto la fame degli anni 90, quelli seguiti al crollo dell’Urss. C’era un patto silenzioso: tutto questo in cambio di stampa non indipendente, cinovniki, burocrati corrotti, sempre più potere dei servizi segreti e, praticamente, elezioni mai libere. Adesso c’è la guerra, la maggior parte della popolazione non ha ancora sentito del tutto le conseguenze delle sanzioni. Un’altra parte del popolo che vorrebbe protestare non può nemmeno pronunciare la parola “guerra”.

Una delle prime a rassegnare dimissioni per l’aggressione contro Kiev è stata Elena Kovalskaya, direttrice del teatro statale Meyerhold. Uno degli ultimi, Tugan Sokhiev, direttore del teatro Bolshoy. Quali saranno per loro le conseguenze?

Non lo possiamo ancora sapere, la legge che vieta in ogni modo e mezzo di criticare “l’operazione militare” è nata da pochi giorni, è nuova e nuovi saranno i procedimenti legali. Nessuno ha ancora ricevuto condanne per rimanere in prigione o per pagare enormi multe, ma lo vedremo nei prossimi giorni. Le conseguenze nella sfera culturale russa le possiamo già notare: c’è chi perde la sua coscienza, chi cambia lavoro oppure lascia il Paese. Altre vie non esistono.

Lasciare la Russia in queste settimane è difficilissimo, se non impossibile. Con i cieli chiusi, in migliaia tentano di varcare la frontiera in treno, in auto o addirittura a piedi.

È difficile, eppure moltissime persone provano ad andarsene. È già una catastrofe, ma non se ne vedono ancora le conseguenze palesi, la Russia ha delle risorse interne per cui i cittadini comuni non si sono resi ancora pienamente conto di come stanno davvero le cose, di quante aziende e partner ha perso la Federazione.

Abbiamo notizie dal fronte ucraino, ma pochissime da quello russo.

Un attacco senza precedenti è avvenuto anche in Russia: contro i media indipendenti. Hanno praticamente bloccato tutti i siti, parliamo di un Paese in cui non c’è modo di sapere cosa succede, né dentro né fuori dal Paese, in modo legale.

“Pronto un fronte pacifista con Mélenchon e Corbyn”

“Un fronte pacifista esiste, ma in questo furore bellico nessuno ne parla. Stiamo lanciando una piattaforma con France Insoumise di Jean Lui Melenchon e con l’ex leader laburista inglese Jeremy Corbyn. Vedremo se altri Paesi si uniranno. Inviare armi agli ucraini come singoli Paesi oltre che come Europa non è una soluzione razionale per sconfiggere Putin, anzi, crediamo sia un gesto che provoca una escalation bellica molto pericolosa con una potenza nucleare”. Il deputato spagnolo Pablo Echenique è il portavoce alla Camera dell’alleanza di sinistra Unidas Podemos, in coalizione al governo con i socialisti di Pedro Sanchez, premier che mercoledì scorso, dopo aver dichiarato che Madrid non avrebbe armato il popolo ucraino, nel suo discorso al Congresso a sorpresa è tornato sui suoi passi.

Perché secondo lei Sanchez ha cambiato idea?

Come governo eravamo d’accordo sulla decisione che la Spagna avrebbe aiutato l’Ucraina solo attraverso il piano europeo. Poi la destra politica e quella mediatica hanno fatto pressione perché il governo tornasse sui suoi passi. La destra specula sulla guerra in un momento in cui sembra che tutti siano presi dal furore bellico. Questo perché durante i conflitti si mettono da parte gli obiettivi del governo progressista: il leader di Vox, Santiago Abascal, ha dichiarato chiaramente al Congresso che la guerra cancella il femminismo, ad esempio. In questi contesti vince il pensiero reazionario. L’ultima volta che la Spagna è stata trascinata in una guerra, quella in Iraq, al governo c’era la destra di José Maria Aznar che voleva mettere i piedi sul tavolo insieme a George Bush.

Non crede che a pesare sull’adesione dell’esecutivo sia stato anche l’isolamento in cui si è trovata la Spagna in Europa?

Sì, può darsi. Ma è stata la destra a speculare su questo isolamento.

“La pace è rimasta sola”, ha detto alla Camera.

Esatto. Almeno questo vogliono far credere media e destre, ma non è così. Solo in Spagna, secondo un sondaggio di Metroscopia, a volere la via diplomatica e non armata per la fine del conflitto è il 38% dei cittadini, il triplo dei nostri elettori alle ultime votazioni. Noi rappresentiamo questa gente.

Eppure la Spagna ha deciso di inviare le armi ugualmente. Voi cosa farete?

Non siamo d’accordo. All’interno di un’alleanza ci possono essere divergenze. Continueremo a cercare di convincere il governo che la strada giusta è quella diplomatica.

Si può negoziare con Vladimir Putin mentre continua l’attacco sull’Ucraina?

I presupposti per il dialogo sono la tregua e i corridoi umanitari, il dialogo con i russi non sarà facile, ma bisogna intraprendere questa strada. Non si può dire, come ha dichiarato l’Alto rappresentante della diplomazia europea, Josep Borrell, che con Putin non si può negoziare perché aggressore e aggredito non sono sullo stesso piano. Se così fosse, nessun negoziato sarebbe mai possibile. Perché il dialogo vada a buon fine, c’è bisogno di un mediatore, ruolo che ora potrebbe svolgere l’Onu, ma non lo sta facendo.

Nel frattempo come si difenderebbero gli ucraini da soli senza armi?

È una domanda che ci rivolgono in tanti. E ci accusano anche di essere filo-Putin, quando in tutti i Paesi europei gli amici di Putin sono a destra, da Salvini in Italia a Le Pen in Francia e Vox in Spagna. La domanda ha in sé una grande ipocrisia: da un lato si armano gli ucraini, dall’altro ogni giorno si pagano 600 milioni di euro a Putin per il gas. Cioè il Fondo europeo che ironicamente si definisce “per la pace” raccoglie 500 milioni di euro da tutti i paesi dell’Unione, mentre alla Russia quotidianamente si paga di più. E non dimentichiamo che l’invio di mezzi militari a Kiev, secondo tutti gli esperti, non potrebbe cambiare il corso della guerra. Ciò che lo cambierebbe sarebbe un intervento militare della Nato con gli Usa in testa, cioè lo scontro tra due potenze nucleari sul suolo europeo. Opzione che sarebbe terribile.

Biden, Macron & C. snobbano ancora una volta il Migliore

Lavorare sull’Europa, affinché trovi soluzioni sempre più unitarie e il meno sfavorevoli possibile all’Italia. La visita di Mario Draghi ieri alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, a Bruxelles, avviene in questa cornice. Sul tavolo energia, migranti, ma anche modifica del Patto di stabilità. In vista del vertice dei leader europei di giovedì a Versailles. L’Italia sta dimostrando serietà nell’applicazione delle sanzioni ma è tra i Paesi più esposti per la guerra e va aiutata: questo il messaggio. Partendo da un presupposto che lo stesso premier esplicita: “Finora, la soluzione diplomatica non ha dato alcun frutto, la determinazione della Russia è chiarissima ed è andare avanti e procedere finché il Paese non si sia arreso. Probabilmente instaurare un governo amico e sconfiggere la resistenza”. Un’affermazione addirittura cinica che suona anche vagamente auto giustificativa rispetto a un’attività diplomatica intensa, pur se non risolutiva, rispetto alla quale Draghi continua a stare ai margini. Ieri alle 16 e 30 c’è stato un vertice in video conferenza tra Joe Biden, Boris Johnson, Emmanuel Macron e Gerald Scholz. Draghi ancora una volta non c’era. A Palazzo Chigi ricordano che il nostro paese non fa parte del formato “Quad” sull’Ucraina, ma negli ultimi mesi tale formato si era evoluto in “Quint”, con l’Italia dentro. Mentre dalla Casa Bianca partiva una chiamata in Europa per parlare della guerra, il premier era occupato con le fibrillazioni della maggioranza sul catasto.

Draghi ieri ha puntato sul dialogo con la Von der Leyen, che ha convenuto sulla ragionevolezza delle motivazioni italiane. I due hanno parlato della possibilità di nuove sanzioni alla Russia. Un pacchetto (che dovrebbe comprendere nuove banche e blocco dei porti) potrebbe arrivare prima di Versailles. La Germania però si oppone a quelle ad hoc contro gas e petrolio russo. “Le importazioni di energia russa sono essenziali per l’Europa”, ha rimarcato il Cancelliere tedesco nonostante prima di avere, in serata, un colloquio telefonico con Draghi. Per il premier, però, “nuove sanzioni non sono escluse”. L’Italia non è esplicitamente contraria a misure più dure, ma non è neanche tra chi preme in tal senso: la linea è andare dove va la maggioranza della Ue. Draghi si presenta a Palazzo Belayrmont con il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. “Dobbiamo lavorare sulla diversificazione, sulla riorganizzazione, con un’accelerazione degli investimenti nelle rinnovabili, e poi su una compensazione”, spiega il premier. L’Italia ha iniziato a lavorare con Qatar, Algeria, Azerbaigian e Libia per liberarsi dalla dipendenza energetica dalla Russia. Ma intanto sono necessari alcune contromisure. È da ottobre che l’Ue lavora a nuovi stoccaggi: un processo che adesso va accelerato. E poi si studiano diverse modalità per contenere i prezzi. Chiedendo qualche garanzia per l’Italia, Draghi ci tiene a sottolineare come nel congelamento dei beni degli oligarchi l’Italia si sia mossa prima di altri. “Uno vede che ci sono paesi che si muovono rapidamente con risultati sostanziali, Francia, Germania e Italia, e altri che lo fanno meno”. La polemica sotterranea è con il Regno Unito.

Con la Von der Leyen Draghi parla anche di immigrazione, “che non colpisce tutti i Paesi nella stessa dimensione”: “Occorre che l’Ue si organizzi per cercare di aiutare i Paesi più colpiti”. L’Italia si è schierata dall’inizio per la linea dell’accoglienza più radicale. L’esodo dei profughi ucraini con la concessione del permesso temporaneo potrebbe avere come effetto indiretto anche la modifica del Trattato di Dublino che tanto ha penalizzato l’Italia come paese di prima accoglienza. Intanto, domani Draghi vedrà il premier polacco, Morawiecki, il più riluttante rispetto all’accordo sui rifugiati.

Infineil premier ci ha chiarito: “Sosteniamo l’appartenenza alla famiglia europea dell’Ucraina. Il processo però è lungo: l’entrata nell’Ue è sempre preceduta da profonde riforme strutturali”. Zelensky può attendere.

Vita e destino: la morte a Kiev

Undici giorni fa era tutto diverso, undici giorni fa non c’era la guerra con i morti i feriti, gli sfollati e le sirene continue che avvertono dei bombardamenti dell’esercito russo. Anche adesso che scrivo, gli allarmi riecheggiano in una Kiev spettrale e buia. Le luci vengono spente per non dare riferimenti agli aerei e all’artiglieria nemica. Le barricate aumentano giorno dopo giorno e ad i check point viene controllato chiunque si trovi in giro. La città, svuotata da quasi tutti gli oltre 3 milioni di persone che la abitavano, si sta preparando alla battaglia decisiva. Ognuno fa la sua parte come può, chi imbracciando un fucile e arruolandosi nelle milizie di difesa del territorio, chi preparando molotov o costruendo cavalli di Frisia.

Il fronte più violento, quello che arriva da nord-est avanza lento e inesorabile nella sua cavalcata verso Kiev. Dopo aver conquistato Hostomel e Bucha, i carri armati russi sono entrati nella città di Irpin, alle porte della capitale e le armate russe sono dirette verso il ponte sull’omonimo fiume. O meglio, quello che rimane del ponte, sbriciolato dagli stessi ucraini per rallentare l’avanzata russa. La situazione è fluida è muta di ora in ora, i combattimenti continuano incessanti sotto gli occhi increduli di un popolo che ha visto cambiare la propria vita in meno di due settimane: “Irpin era un posto tranquillo dove andavamo quando volevamo allontanarci dal caos della città”, mi dice Yan, da dentro del suo giubbotto antiproiettile e sotto l’elmetto, armato di pistola e pronto a combattere.

Lungo la strada che porta a Irpin, un fiume incessante di persone in fuga riempie la carreggiata. Donne uomini e bambini scappano fra il caos e le urla di chi non si trova più, con la loro vita nascosta dentro un bagaglio. Sono tante le persone con cui ho parlato, delle quali ho sentito le loro storie di incredulità: undici giorni fa era tutto diverso. Prima che l’artiglieria russa cominciasse a strappare le vite degli ucraini: altre otto persone, ieri, proprio ad Irpin. Tre corpi sono nascosti sotto due lenzuola, una a fiori ed uno a forme geometriche, sbiadito, è quello che rimane. La loro vita è stata cancellata da un mortaio, e dalla nube di schegge e detriti che li ha investiti. Una donna con i suoi due bambini sono morti sul colpo. Vicino ai loro corpi inermi sdraiati lungo l’asfalto, una valigia, grigia rimasta in piedi.

In 11 giorni il mondo è cambiato. L’Ucraina, presa d’assalto cerca di difendersi, come può. L’obbligo di leva è per tutti gli uomini dai 18 ai 6 anni. Nonostante le richieste d’aiuto ai leader mondiali per fermare questo eccidio, è apparso subito chiaro che, esclusa la via diplomatica, rimanesse l’autodifesa.

Le trincee scavate lungo i viali di Kiev dividono la città in quartieri, che a loro volta sono organizzati in zone, difese dalle milizie civili del territorio: uomini vestiti come militari ma con la preparazione dei civili. Uniformi mimetiche e i fucili d’assalto nuovi: ma pochi giorni fa lavoravano come autisti, impiegati o maestri. Si differenziano dall’esercito regolare per un laccio giallo legato al braccio. Di carta, di tessuto o con il nastro isolante, basta sia giallo. Questo non basta per passare i controlli o raggiungere la linea del fronte, perché la paranoia dei sabotatori russi cresce continuamente. “Si nascondono tra di noi, si mettono gli abiti civili ed affittano una casa. Rimangono li e ci controllano per poi venire fuori nel momento giusto”, mi racconta Alex, mentre in una fabbrica semi-abbandonata, costruisce triangoli di ferro da seminare lungo le strade per rallentare i mezzi militari nemici. All’interno di una fonderia, una manciata di uomini trascorre la notte a lavorare fra i crogioli pieni di metallo liquido e a saldare il ferro, per la resistenza.

Suonano di nuovo gli allarmi, ma oramai nessuno corre più nei rifugi. La paura lascia il passo quotidianità mentre alle sirene spesso non seguono i bombardamenti. Ma aumenta lo stress e l’angoscia, e i nervi si tendono fino a spezzarsi.

Dopo che la possibilità che una guerra lampo è scomparsa, l’esercito Ucraino combatte per tenere le posizioni, dovendo indietreggiare, di qualche chilometro ogni giorno. “La mia paura non è di morire, se no quella di non ricordare più una vita prima della guerra”, dice Yan, mentre mi accompagna ancora una volta verso il fronte. Oggi però non ci si arriva più e dobbiamo fermarci prima: i boati sordi dell’artiglieria fanno eco fra di loro. Forse la paura di paura di Yan è proprio che questa guerra non sia così rapida come sembrava e che la pace non possa, per lungo tempo, ritornare nella sua vita, e in quella del suo popolo.

“Vivi dopo l’Olocausto: oggi il dramma si ripete”

“Dobbiamo aiutare tutte le persone che ne hanno bisogno. Questo gruppo è di Kharkiv e fra di loro ci sono superstiti dell’Olocausto. I più anziani hanno visto quell’epoca, quando l’Olocausto era qui e adesso devono partire ancora. Stanno rivivendo la tragedia e noi dobbiamo fare il possibile fornendogli cibo, medicine e poi aiutandoli a partire con pullman e treni”.

Racconta così Shmuel Kaminezki, rabbino capo di Dnipro e responsabile del centro di cultura ebraico più grande del mondo. Valigie, trolley, zaini e sacchetti della spesa con qualche provvista per il viaggio sono sparsi fra le sedie della Sinagoga della Rosa d’Oro, proprio davanti all’Arca Santa. Anziani, donne e minori, tutti ebrei o imparentati con ebrei, cercano di raggiungere la Moldavia e sono in viaggio fin dalle prime luci dell’alba. A Kharkiv, sotto le bombe russe da giorni, solo gli uomini non possono partire perché devono rimanere a combattere e spesso anche le loro mogli, nonostante ne abbiano facoltà, decidono di non abbandonare il Paese ed entrano a far parte dei volontari delle Unità di Difesa Territoriale. Igor Davidevich Frodel, completo e cappello nero: “Sono arrivato in sinagoga e ho visto tutta la gente seduta, i bambini che dormivano sulle sedie e sono scoppiato a piangere, perché mi ha ricordato la seconda guerra mondiale”. Classe 1931, era a Dnipro durante l’occupazione nazista e racconta nitidamente di una guerra terribile, nonostante all’epoca fosse solo un bambino. Nel 1941 infatti, a Dnipro furono massacrati oltre undici mila ebrei, freddati nelle foreste fuori città e gli ultimi settecento superstiti trovarono comunque la morte prima della fine della guerra. “Non ci sono state deportazioni qui, a differenza dell’ovest dell’Ucraina. I miei nonni scapparono in Siberia per non essere catturati, tutti quelli che invece sono rimasti furono uccisi tra il 1941 e il 1942” racconta Oleg, 44 anni.

I bambini corrono per la sinagoga, non vogliono farsi prendere dalle loro madri che devono vestirli perché fuori fa un gran freddo ed è ora di spostarsi verso il pullman. Una tuta da sci rosa infagotta una piccola di nove mesi, la madre la tiene stretta tra le braccia e si intravedono solo due piccoli occhi azzurri. Nei sedili accanto, dall’altra parte del corridoio del bus, ci sono un ragazzino e un’anziana signora: è avvolta in uno scialle marrone e anche i suoi occhi sono di un intenso azzurro cielo: “Sono scappata già una volta durante l’Olocausto e adesso mi tocca farlo di nuovo. Ero una ragazzina e con la mia famiglia trovammo rifugio da alcuniparenti. Una volta erano i nazisti, adesso sono i russi quelli da cui dobbiamo scappare. Sono stanca e sto partendo solo per non lasciare solo mio nipote”. Treni e pullman da Dnipro, la prima grande città per chi è in fuga da Kharkiv. “Per le persone anziane il viaggio è troppo pesante. Sono moltissime le ore a causa dei check-point e, solo per attraversare il confine, ci vogliono almeno dodici ore” spiega Yacov, uno dei tanti volontari. Prima Moldavia, poi Europa e per molti Israele, dove la rete della comunità ebraica ha predisposto per tutti coloro che lo vogliano un rifugio sicuro. “È difficile comprendere la volontà di Dio” conclude l’anziana signora.

Ha finalmente smesso di nevicare e il pullman si allontana per le vie della città.

Ecco l’altro business del conflitto: “3mila euro per lasciare il Paese”

Non ci sono solo le organizzazioni di volontariato o i canali diplomatici. A organizzare i viaggi di coloro che sono diventati i nuovi profughi d’Europa ci sono anche aziende private. Sono quelle di private security, a decine sul territorio ucraino. Si occupano delle esfiltrazioni, scortano ucraini, europei e non, chiunque voglia lasciare il Paese fino ai confini di Polonia, Romania, Moldavia. Si sostituiscono ai consolati, ma solo per chi può permetterselo: un viaggio può costare come minimo 2.500/3.000 euro circa. O almeno a tanto ammonterebbe l’incasso per ogni trasporto di alcune società alle quali si sono rivolte anche grosse compagnie assicurative. Affidarsi ai privati è una soluzione sulla quale stanno optando aziende con dipendenti in Ucraina, ma anche singoli. Come un imprenditore americano, che ha chiesto a una società italiana di portare negli Stati Uniti i propri genitori. Le aziende di private security, anche italiane (alcune fondate da ex militari), contano su relazioni e su una rete di fixer, ucraini ma anche russi con i quali sono in contatto da anni e che forniscono un supporto. Mettono a disposizione auto ma anche safe house dove accogliere i propri clienti.

In questo momento le domande stanno aumentando in maniera esponenziale. Ne abbiamo parlato con il direttore di una queste aziende italiane. Dietro assicurazione di anonimato, ha deciso di raccontarci come in queste ore stanno organizzando i viaggi per sfuggire alle bombe. Sono circa 200 le persone che la sua società ha fatto uscire dall’Ucraina da venerdì 28 febbraio: sono ucraini, ma anche cittadini dell’Unione europea e non, “molti con doppio passaporto, come tutti quegli ucraini che hanno fatto fortuna all’estero e allo scoppio della guerra si trovavano nella loro nazione”. E mentre scriviamo, il suo team in Ucraina sta provando a far uscire altre 673 persone: “Sono tutti non europei – aggiunge – persone che sono lì per lavoro: sono arrivati a noi attraverso una società assicurativa”. I costi dei viaggi sono proporzionali all’aumento dei rischi. E la situazione è sempre più pericolosa: anche rispetto a due giorni fa, molte altre aree ora sono inaccessibili. In queste ore si è aggiunto un problema nelle comunicazioni: “I russi – spiega l’imprenditore – stanno disturbando i segnali radio, le frequenze normali ma anche quelle 4G”. Le comunicazioni sono interrotte. E così nel giro di 24 ore le operazioni svolte da molte aziende private sono passate da “Rescue” a “Search&Rescue”: non si riesce più a contattare le persone da evacuare e così bisogna cercarli casa per casa.

Quella che si viveva ieri, dunque, stando al racconto di chi sta operando in quei luoghi, è una situazione diversa rispetto ad appena tre giorni fa. Fino a sabato, ai loro clienti, l’azienda italiana chiedeva di spostarsi autonomamente all’esterno della zona urbana di Kiev. “Poi venivano recuperati dal nostro personale e portati fisicamente al confine – spiega l’imprenditore –. Attraversato il confine un nostro agente li accompagnava o in aeroporto o alla destinazione finale”. In poche ore l’organizzazione è cambiata: non si riesce a contattare i clienti e quindi bisogna cercarli in base all’indirizzo fornito.

Queste aziende private dunque basano tutto sulla reputazione: “In questo lavoro la gente affida la propria vita o quella delle persone che conosce a dei perfetti sconosciuti. Avere una certa reputazione in questo settore, sia personale sia come azienda, fa la differenza”. Reputazione che si costruisce su rapporti e sui fixer – appoggi locali che forniscono supporto durante gli spostamenti e che oggi si contano tra le fila degli ucraini ma anche dei russi, dei polacchi e dei romeni – di cui dispongono. Sono società che non nascono in Ucraina, oggi. Dall’America Latina all’Africa, da anni operano a livello internazionale, anche con le Istituzioni: “Ovunque c’è una crisi. A cominciare dalla Libia, Iraq e così via”. Ma quanto costa oggi lasciare Kiev? “Facciamo un esempio: il trasporto da Kiev a Varsavia costa circa 2.500/3.000 euro – spiega l’imprenditore –. Questo incassa la mia azienda. Se l’attività però ci viene chiesta da un’altra società, io non conosco il costo finale richiesto al cliente”. Nel caso di un viaggio da Kiev alla Polonia, l’azienda deve sostenere costi per “i due operatori lato Ucraina e dell’altro operatore in Polonia”. Se ci sono intoppi e si creano spese aggiuntive, queste sono a carico del cliente. È il costo per salvarsi la vita.

Negoziati, solo piccoli progressi. I civili rimangono in trappola

“Piccoli sviluppi positivi per migliorare la logistica dei corridoi umanitari”: è il magro e scarno bilancio del terzo round di colloqui tra le delegazioni russa e ucraina, svoltosi ieri a Brest-Litovsk, in Bielorussia. Ci sarà a breve un nuovo incontro. Ma la ripresa dei negoziati non ferma i combattimenti: i russi ora prendono di mira le città non solo con l’artiglieria ma anche con i jet, ieri colpiti due depositi di petrolio; a sua volta Kiev annuncia l’abbattimento di due caccia nemici. Giovedì, i ministri degli Esteri russo Sergej Lavrov e ucraino Dmytro Kuleba saranno ad Antalya, in Turchia. Mallevadore dell’incontro, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu. È un segnale che il tentativo di mediazione avviato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan va avanti: sarà il contatto a più alto livello fra i due Paesi dall’inizio dell’invasione. L’annuncio del colloquio tra Lavrov e Kuleba non incide sul quadro bellico. Per Kiev, Mosca sabota i corridoi umanitari e scrive in un tweet il ministero degli Esteri: “Continua a bombardare Kiev, Mariupol, Volnovakha, Sumy, Mykolaiv, Kharkiv e altre città, paesi e villaggi”. Gli ucraini chiedono, senza ottenerli, aerei da combattimento ai Paesi della Nato. Le delegazioni russa e ucraina riunite a Brest-Litovsk sono praticamente quelle del secondo round. Manca, rispetto al primo round, Denis Kireyev, il negoziatore ucraino sulla cui sorte c’è una ridda di indiscrezioni e smentite. Dato per morto – ucciso dai servizi di Kiev, secondo una versione fornita dai media ucraini –, sarebbe invece vivo, secondo indicazioni non confermate di fonte russa.

Dopo le incertezze di sabato e domenica, ieri Mosca ha aperto sei corridoi umanitari, ma tutti verso la Russia e la Bielorussia, sostenendo che le strade verso Ovest sono minate. I sei corridoi sono “uno da Kiev a Gomel (Bielorussia), due da Mariupol a Zaporizhzhya (sud-est dell’Ucraina) e Rostov sul Don (Russia), uno da Kharkiv a Belgorod (Russia) e due da Sumy a Belgorod e Poltava (Ucraina centrale)”. Kiev li giudica “inaccettabili” e vuole che i civili possano raggiungere i Paesi dell’Ue. Del resto, i ‘cessate-il-fuoco’ sono ridotti. Carri russi sono già dentro Kiev, come indica un video della Cnn, e almeno 13 persone sono morte in un panificio attaccato a ovest della Capitale. A Gostomel, Yuri Illich Prylypko, il sindaco, è stato ucciso mentre distribuiva pane e medicinali ai suoi concittadini. A Mariupol, invece, il Reggimento Azov starebbe difendendo la città con successo: “Gli occupanti russi subiscono enormi perdite – dicono le forze armate ucraine – Distrutta un’intera compagnia di carri armati, oltre a sei veicoli corazzati e circa 40 invasori”. Difficile individuare il confine tra propaganda e informazione. Per il Pentagono, la Russia ha finora lanciato oltre 625 missili in Ucraina. Usa e Nato forniscono a Kiev 2000 missili anti-aereo Stinger, oltre a 17 mila missili anti-tank; e il segretario di Stato Antony Blinken annuncia l’invio in Lituania di altri 400 soldati. L’isolamento del presidente russo Vladimir Putin, con cui solo il francese Emmanuel Macron tiene regolari contatti, e l’esasperazione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che vorrebbe americani ed europei in guerra al fianco dell’Ucraina e reclama 10 miliardi di dollari di danni, complicano una mediazione diplomatica già molto difficile. Ieri, c’è stata una videoconferenza tra il presidente Usa Joe Biden, un po’ in ombra, in questa fase, e i leader britannico, francese, tedesco; e il turco Erdogan e il premier israeliano Naftali Bennett tessono le loro tele (ma è scoppiata una violenta polemica ucraina anti-Israele). Ma le speranze maggiori restano riposte in un intervento cinese. Dal ministro degli Esteri Wang Yi è venuta una prima apertura: “Pronti a mediare per riportare la pace”, ferma restando “l’amicizia solida” della Cina con la Russia. Il governo russo ha stilato una lista di “Paesi ostili”, che applicano sanzioni contro Mosca: c’è, ovviamente, anche l’Italia insieme ai Paesi dell’Ue e a Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Svizzera, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Corea del Sud. Ieri, la Russia non si è presentata all’udienza alla Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja, dove l’Ucraina la accusa di genocidio.

Le tristi verità

Nella follia della guerra scatenata da Putin, dovevamo vedere pure questa: i generali che ragionano molto più e meglio dei politici e dei giornalisti. No, non parliamo di Figliuolo e delle sue memorie, ma del gen. Mario Bertolini, già capo del Comando operativo interforze e presidente dell’associazione parà, che alla Verità e al Messaggero dice cose molto simili a quelle dell’ex collega Fabio Mini sul Fatto. Per molto meno, chiunque altro passerebbe per anima bella pacifoide o, peggio, serva di Putin. 1) Le armi all’Ucraina sono “un atto di ostilità che rischia di coinvolgerci” nella guerra, mai visto prima: “Bastavano le sanzioni, anche inasprite”. 2) Putin non è un pazzo né il nuovo Hitler: “Voleva interrompere il percorso che avrebbe dovuto portare l’Ucraina nella Nato” per non perdere “l’agibilità nel Mar Nero”. 3) Il governo italiano non conta nulla e Di Maio che dà dell’“animale” a Putin “ci taglia fuori da ogni trattativa”, diversamente dalla Francia di Macron. 4) Guai a seguire Zelensky sulla no fly zone, che “significherebbe avere aerei Nato sull’Ucraina e l’incidente inevitabile”. 5) I negoziati non sono un bluff, ma una “dimostrazione di buona volontà delle due parti”.

6) La sconfitta di Putin esiste solo nei nostri sogni e nella propaganda occidentale: la Russia s’è già presa l’Est, collegando Crimea e Donbass; “le grandi città al momento sono state risparmiate e non è partita la caccia a Zelensky” per “precisa volontà” di Mosca, che finora ha limitato al minimo “i bombardamenti dall’alto” per non moltiplicare le stragi e non provocare un “intervento Nato”. 7) Putin non ha bombardato la centrale di Zaporizhzhia: “Non ho visto missili, ma bengala per illuminare gli obiettivi” degli scontri con gli ucraini lì vicino: le radiazioni avrebbero colpito pure il Donbass e la Russia, che le centrali vuole controllarle, non farle esplodere. 8) Putin non vuole conquistare l’Europa né rifare l’Urss né “governare l’intera Ucraina”, ma “trattare una ricomposizione”: un regime fantoccio sull’intero Paese scatenerebbe anni di guerriglia antirussa. 9) “La Russia vuol essere europea e noi non facciamo che schiacciarla verso Asia e Cina”. 10) Un successo ucraino è, purtroppo, fuori discussione. I possibili esiti sono due: una vittoria russa dopo “una lunga guerra”; o un negoziato che i soli mediatori credibili – Israele, Francia, Cina e Turchia – possono favorire se aiutano le due parti a trattare con reciproche concessioni anziché “istigarle a proseguire” nella guerra. Dire queste cose, con pacatezza e realismo, non sposta di un millimetro la condanna dell’aggressore russo e non leva un grammo di solidarietà agli ucraini aggrediti. Significa conoscere per deliberare e scongiurare altre inutili stragi.

Il caso Lea Schiavi: chi uccise la giornalista?

La sua storia, la storia della morte di Lea, fu raccontata per la prima volta nel programma tv They Live Forever: “Vivono per sempre”. Era passato pochissimo tempo da quel 24 aprile del 1942, il giorno in cui Lea Schiavi, 35 anni, giornalista antifascista di Borgosesia, venne uccisa in un’esecuzione premeditata, nei pressi di Miandoab, non lontano da Tabriz, la città più importante dell’Iran del Nord, allora quartier generale dell’Armata Rossa. “Vivono per sempre” era il titolo della trasmissione americana del ‘42, ma Lea Schiavi, per il suo Paese, per l’Italia, è invece come se non avesse vissuto, come fosse mai esistita. È stato così per quasi ottant’anni. Nessuna menzione negli elenchi delle associazioni antifasciste e della Resistenza. Non un ricordo da parte dei circoli femministi, né, tanto meno, dall’Ordine dei giornalisti.

“Sei un comunista?”, chiese Maria. “No, sono un antifascista”, rispose Robert Jordan. “Da molto tempo?”. “Da quando ho capito il fascismo”. Non sappiamo se ebbe modo di leggere Per chi suona la campana di Ernest Hemingway. Molto probabilmente sì. E non solo perché Lea fosse sposata con un americano, Winston Burdett, giornalista e corrispondente di guerra per la famosa CBS. Ma perché, per chi conobbe Lea Schiavi Burdett, il primo ricordo era sempre: “Di se stessa diceva di essere antifascista”. Lo scrisse allora George Weller, corrispondente di guerra e Premio Pulitzer, che aggiunge: “È improbabile che Lea fosse comunista”. Per “il suo chiassoso e allegro senso dell’umorismo. Le donne italiane sono ricche di fascino, ma Lea era anche spiritosa. La sua specialità erano le storie incredibilmente divertenti di disavventure femminili”. Scorrendo le pagine de Il caso Lea Schiavi di Massimo Novelli – che più di tutti ha sottratto all’oblio quel nome – così la vedrete. A Milano, al ristorante Bagutta, seduta al tavolo coi colleghi maschi, quando, assieme a Guelfo Civinini del Corriere, “rivolgendosi ad alcuni commensali, la signorina Schiavi definì il Duce un muratore e il Fuhrer un imbianchino”, secondo la più antica annotazione di polizia sul suo conto (era il 1938). E ancora: Lea e il suo primo viaggio da inviata per l’Ambrosiano a Belgrado. La missione era scrivere di costume e di storia, ma nei suoi pezzi, pur parlando d’altro, inizia a spirare quell’alito di morte che avvolgerà l’Europa. Lea, inviata speciale, capace di “eguagliare i giornalisti maschi nel bere”. Lea, che “non poteva, per sua natura, prendere mai sul serio niente che non fosse avventura e imprevisto”, come ricorda nel 1955 Antonio Siri sul Corriere d’informazione.

Nel notevole sforzo e ricerca di verità che Massimo Novelli fa su questa figura dimenticata, c’è anche questo: il tentativo di restituire profondità e contorni a una vita di una giovanissima donna, i cui sogni, “in quel declinare degli anni Trenta, dovettero fare i conti con la realtà”. Una realtà di morte. “I combattimenti di Spagna, il sangue che scorreva in Asia, e la paura che presto una guerra avrebbe sconvolto tutta l’Europa. Hitler aveva inghiottito l’Austria, stava per prendersi la Cecoslovacchia e la Polonia, nessuno sembrava volerlo fermare. I pogrom contro gli ebrei in Germania e in Austria, il nazismo che faceva proseliti nei Balcani…”. È proprio quando si affaccia alla vita, quando inizia a viaggiare per raccontare, che in Lea matura una insofferenza crescente: per l’Italia dei gerarchi, per le leggi razziali, per Mussolini. All’inizio, viene solo tenuta d’occhio. I suoi articoli passano al vaglio della censura fascista. Arriva poi il provvedimento di espulsione da Romania e Jogoslavia per “propaganda antilegionaria”. Il mandato di arresto. Marito e moglie decidono allora di rifugiarsi in Turchia e poi in Iran. Qui Lea, annota il Servizio segreto militare, “lavora per i giornali americani e fa propaganda antifascista. Al Cairo dicono che sia legata all’Intelligence Service, a cui segnala i connazionali rimasti in Iran, e che abbia aderito al Free Italy Movement. Quindi intensificare i controlli”. Fino al 24 aprile 1942. Fino al giorno in cui Lea Schiavi viene uccisa.

La ricostruzione dell’agguato da parte dell’amica Zina Aghayan, che viaggiava con lei in Kurdistan, fu molto precisa: l’auto venne bloccata da “due gendarmi. Il più anziano prima si era accertato dell’identità di Lea; poi, dopo avere avuto la certezza, le aveva sparato, uccidendola”. Restano i misteri. Chi aveva ucciso Lea Schiavi Burdett? Era stata eliminata perché come giornalista “she knew too much”, sapeva troppo, secondo quanto il marito Winston dichiarò nel 1955, davanti al Senato, dopo aver confessato di essere stato un comunista? O l’avevano ammazzata perché antifascista? O, ancora, era stata uccisa dai russi per dare una lezione al marito? Tutte domande su cui si interroga Novelli in un clima da Guerra di spie, per citare il titolo del libro di Mimmo Franzinelli che per primo cercò di non far calare il sipario sulla morte di Lea. Quasi fosse un investigatore, qui Novelli scrive un libro nel libro: si mette sulle tracce di Lea Schiavi e ne ricostruisce tutti i passi, gli spostamenti, quasi i pensieri. Perché, come dice la citazione di Eric Ambler con cui l’autore apre il libro: “L’importante, in un assassinio o tentato assassinio politico, non è sapere chi ha sparato, ma chi ha pagato le pallottole”.