“Aiuto, i nostri ragazzi bloccati negli Emirati sono ormai al limite”

Per capire cosa sia successo ai 270 ragazzi in vacanza studio con l’Inps a Dubai (di cui 200 col Covid, in quarantena) bisogna fare un po’ d’ordine e capire, innanzitutto, perché mentre c’è una pandemia in corso tanti ragazzi minorenni e maggiorenni siano in viaggio per il mondo, con tutti i rischi connessi. Perché sia chiaro, oltre ai ragazzi di Dubai, ci sono migliaia di ragazzi italiani a Malaga, Barcellona, Malta, Madrid.

La vacanze studio Inps sono vacanze organizzate tramite un bando riservato ai figli di dipendenti statali. I più meritevoli della graduatoria, in base alla dichiarazione Isee e alla media voti scolastici, hanno diritto a una vacanza studio che l’Inps commissiona ad agenzie. Il motivo per cui la scelta per molti sia ricaduta su Dubai è oggetto di molte perplessità, soprattutto perché Dubai è di fatto chiusa al turismo e aperta solo per ragioni di studio e lavoro. Tra l’altro era una vacanza studio “per imparare l’inglese”, organizzata con la collaborazione dell’Accademia Britannica e a dirla proprio tutta, non è che l’inglese a Dubai sia esattamente la lingua autoctona. Il fatto poi che molti minorenni siano stati dirottati lì, a sei ore di aereo, in piena pandemia, ben sapendo che in caso di problemi la distanza avrebbe complicato tutto, suona a tratti incomprensibile. I racconti da Dubai, con 270 ragazzi di cui alcuni negativi ai tamponi e impossibilitati comunque a tornare, descrivono una situazione molto complicata. Intanto c’è la brutta vicenda del video delle telecamere di sorveglianza del residence in cui erano alloggiati che riprende una decina di ragazzini, tra i primi a essere contagiati, mentre escono dalle loro stanze: i compagni negativi al test erano in giro per escursioni e loro sputano su tavoli comuni, sui tasti dell’ascensore, sulle maniglie della porta. Si parla di denunce in corso (potrebbero essere accusati di epidemia colposa) e di problemi con le autorità del posto. Poi c’è la situazione in cui versano i ragazzi: alcuni sono giovanissimi, dicono che le condizioni igieniche nelle stanze a loro assegnate per la quarantena sono precarie con capelli nelle docce, water sporchi e lenzuola usate, per giunta da chi era positivo. Riesco a parlare con Francesca, la mamma della diciassettenne A., che è in quarantena a Dubai. “Mia figlia è partita il 30 giugno. Lo scorso anno l’Inps ha bloccato l’iter burocratico, quest’anno ha sbloccato tutto e ha permesso le partenze. Aveva la media del 9 a scuola ed è entrata in graduatoria”.

Non è azzardato mandare in pandemia una minorenne a Dubai?

Partiamo da un presupposto. L’Inps ha sbloccato anche le partenze del 2020 quindi sono partiti in tantissimi, troppi. Mia figlia poi non voleva andare a Dubai, gli Stati Uniti sono saltati perché hanno chiuso le frontiere.

C’era anche la Spagna volendo.

Ha visto la faccia mia e di mio marito per un anno, questo viaggio lo desiderava tantissimo. Dubai era Covid free, con una popolazione quasi tutta vaccinata…

Sì, ma noi italiani non siamo Covid free… magari qualche ragazzo è partito per gli Emirati arabi uniti con il virus in incubazione.

Io ho fatto fare il vaccino a mia figlia, la prima dose. E i ragazzi sono quasi tutti con prima o seconda dose fatte.

Non vi siete posti il problema: se succede qualcosa, sono a sei ore d’aereo?

Ma guardi che io non sono una madre ansiosa che dice “dovete organizzare un viaggio di rientro per mia figlia!”. Se fosse successo in Italia la quarantena l’avrebbe fatta lo stesso.

Con i genitori lì però.

C’è il consolato, la Farnesina, ci sono gli accompagnatori. Se i figli li lasciamo vivere in una bolla non saranno mai pronti ad affrontare il mondo.

Scusi però non si tratta di voler proteggere i ragazzi delle insidie del mondo. Si tratta di sottoporli a stress inutili, dopo un periodo già complesso. Oltre a mettere in difficoltà Farnesina, consolato…

Sì, ma ormai è successo: adesso non possono essere lasciati in condizioni igieniche precarie, senza cibo, senza medicine. Chiediamo solo che possano fare la quarantena al meglio.

Come è possibile che si siano ammalati in così tanti?

Questo è strano, erano suddivisi in gruppi, andavano a scuola separati…

Sì, però c’erano i pool party, le escursioni per sciare nei centri commerciali, a Dubai ci sono 40 gradi, si sta sempre al chiuso con aria condizionata…

Va bene, però perché lasciare i ragazzi negativi a Dubai?

Se non sbaglio, un gruppo di ragazzi partito prima di voi aveva avuto un problema analogo, ma i negativi erano stati fatti tornare a casa.

Sì, con un’altra agenzia di viaggi. Un gruppo meno numeroso. Quando si è scoperta la positività di alcuni hanno stoppato la vacanza, hanno mandato subito i negativi a casa. Una specie di blitz. A Malpensa poi sono emersi dei positivi.

Dite che mandandoli all’estero volete restituire normalità ai ragazzi. Questa le pare normalità?

Hanno ricevuto una lezione di vita.

Un’altra, dopo l’anno passato? Poverini.

Noi avevamo detto che c’erano dei rischi. Se poi un figlio vuole partire, si assume la sua responsabilità. Col senno di poi siamo bravi tutti.

Be’ qui c’era anche un po’ di “senno di prima” però.

Ok, però ora ci sono dei ragazzi di 14, 15 anni impauriti, ci arrivano audio strazianti. Mia figlia sente una ragazza piangere nella stanza accanto. Le ho detto: bussa alla parete, falle sentire che ci sei. Un altro ha il cellulare rotto. Sono senza tv. Solo cibo speziato, hanno mal di stomaco. Basterebbe poco per confortarli.

E i video dei ragazzi positivi che sputano per far ammalare gli altri?

Mi rifiuto di credere che questa storia sia vera. Sarebbe una cosa gravissima, questi sono ragazzi che si impegnano negli studi, mi sembra surreale.

Senta, diciamoci la verità: 3 ore di inglese la mattina e poi gite sui cammelli, moto d’acqua… queste non sono vacanze studio.

Diciamo che con l’occasione della vacanza si studia anche un po’.

Ecco i focolai del tifo per l’Italia. Sardegna-Sicilia: cifre da giallo

Per il secondo giorno consecutivo sono aumentati i malati di Covid nelle terapie intensive. Ieri +8, sono 161 e altri 1.088 nei reparti ordinari. Numeri bassi, certo, ben lontani dai record di 4.000 e 30 mila. C’è l’estate, ci sono i vaccini, si infettano soprattutto i giovani sotto i 29 anni che raramente si ammalano. Ma i casi raddoppiano in sette giorni, sono il quadruplo del luglio 2020, anche grazie ai festeggiamenti per gli Europei di calcio: a Roma hanno contato oltre 90 infetti tra gli avventori di un pub di Monteverde che avevano assistito a Italia-Belgio. Tutti ormai sappiamo che intervenire prima o dopo non è lo stesso. E per scongiurare le chiusure il governo renderà obbligatorio il green pass, già previsto per le feste nuziali e gli stadi, per alcuni esercizi pubblici – si discute sui ristoranti al chiuso, sembrano al riparo i bar – e forse aerei e treni. Passare dalla zona bianca alla gialla, come probabilmente avverrà in alcune Regioni tra otto giorni, non significherà chiusure dei locali e coprifuoco, ma limitazioni per chi non ha fatto le due dosi (non basterà una sola come oggi) e non ha il tampone negativo da meno di 48 ore. È il modello francese, anche se in Italia il sottosegretario Pierpaolo Sileri l’ha proposto già prima degli annunci di Emmanuel Macron. Mario Draghi e il ministro della Salute Roberto Speranza concordano sul principio di una versione meno estesa e il presidente del Consiglio ne ha già parlato con Matteo Salvini. Quanto ai parametri, “è ragionevole – ha detto Speranza – che nei cambi di colore e nelle conseguenti misure di contenimento pesi di più il tasso di ospedalizzazione rispetto agli altri indicatori”. Nel governo si tratta, le decisioni arriveranno a metà della prossima settimana.

I numeri presentati ieri dal presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, e dal direttore della Prevenzione della Salute, Gianni Rezza, confermano che c’è poco da scherzare. Come dimostrano Gran Bretagna e Israele, che hanno più vaccinati di noi e sono più avanti nei contagi, il virus corre e aumentano i ricoveri. Muore perfino qualche vaccinato. La Spagna conta un 10% di contagi tra chi ha fatto due iniezioni e ordina restrizioni in Catalogna; crescono i casi anche in Francia, Croazia, Portogallo, Grecia e Paesi Bassi. Da noi Rt, il tasso di riproduzione del virus calcolato sui sintomatici al 6 luglio, è salito da 0,66 a 0,91 (0,67-1,32) in sette giorni. Alcune Regioni, con i criteri in vigore fino ad aprile, sarebbero già in giallo: Abruzzo (1,21), Campania (1,12), Veneto (1,17). È più alto il cosiddetto Rt augmented, che misura la tendenza recente: 1,24. Siamo dunque tornati in fase epidemica, cioè ogni infetto contagia più di una persona. “Anche l’Rt ospedaliero è in crescita, anche se è in ritardo rispetto all’Rt: ciò è coerente perché l’Rt si muove per primo, poi arrivano i casi sintomatici e poi i ricoveri”, ha spiegato Brusaferro.

È l’indice che vorrebbero le Regioni al posto dell’incidenza settimanale, cioè i nuovi casi ogni 100 mila abitanti: con le regole di aprile a quota 50 si va in giallo. L’Italia era a 19 contro contro 11 la settimana scorsa e nove, il livello più basso, due settimane fa. Sardegna e Sicilia sono sopra i 30 e non sono le uniche a rischio. I casi aumentano ovunque salvo Marche, Trentino e Val d’Aosta. Le ultime due sono a rischio basso, tutte le altre a rischi moderato. Se continua così diverse Regioni avranno problemi negli ospedali a fine agosto. È possibile che si stabiliscano soglie d’allerta inferiori a quelle del 30 e del 40%. Ora siamo al 2%, alcune Regioni al 5%, ma quasi tutte risalgono.

Ovviamente è necessario proseguire sui vaccini, da giorni le prime dosi frenano. Poi c’è il tracciamento: aumentano quelli scoperti grazie ai sintomi, dal 40 al 46%, diminuiscono quelli da contact tracing, da 32,6 a 31%. Si esclude, però, per il momento, di imporre limiti minimi di tamponi alle Regioni. E infine il distanziamento: il Comitato tecnico scientifico ha detto che, “se non è possibile”, nelle scuole basteranno le mascherine, l’importante è non rinunciare alla didattica in presenza. E non esclude l’obbligo vaccinale per il personale.

“Quella fu tortura. Il termine di 2 anni falcidia i processi”

“Èillogico istituire un limite fisso di durata dei processi. Non esiste in nessun Paese al mondo. Urta contro il termine ragionevole che va applicato alla durata del processo. Non si può mettere fine a qualsiasi tipo di vicenda, a prescindere dalla sua complessità degli accertamenti e dalla gravità dei fatti con questa specie di rien ne va plus”.

Dottor Zucca, se questa riforma della giustizia fosse stata in vigore all’epoca, il processo Diaz non sarebbe arrivato in fondo. Cosa pensa di questa proposta sulla prescrizione?

Dice la Corte di Strasburgo che, benché ci siano voluti più di dieci anni per ottenere una decisione definitiva nel caso Diaz, non si può ignorare che la Procura ‘ha dovuto far fronte a ostacoli non trascurabili’ e che i giudici hanno dovuto esaminare un procedimento complesso, ‘per stabilire, nel rispetto delle garanzie del processo equo, le responsabilità individuali’. Ci dice, cioè, che il processo ha tempi ragionevoli in relazione ai casi concreti e agli interessi in gioco. È auspicabile che la riforma del processo penale non si metta in rotta di collisione con la Convenzione europea proprio sulla tortura, aprendo la strada a nuove violazioni dei principi della imprescrittibilità e obbligatorietà di seria repressione di quel grave reato. L’istituto della prescrizione processuale, questa la scelta della riforma Cartabia, ha come riferimento in altri ordinamenti l’istituto del cosiddetto abuso del processo. Anche lì, però, non si tratta di una mannaia inesorabile, stabilita in astratto, ma rimanda in consonanza con la Corte europea a una valutazione del caso concreto. Spetta al giudice stabilire se il ritardo dello Stato è colpevole e se vi è reale pregiudizio per la difesa.

E la legge Bonafede, che ferma la prescrizione dopo la condanna in primo grado?

La discussione, nel caso di tortura e trattamenti inumani e degradanti, non si pone nemmeno. Devono essere imprescrittibili. Pur essendo stata introdotta una norma apposita nel 2017, i termini di prescrizione legati alla sanzione non eviterebbero il maturare della prescrizione. Lo dimostrano i casi concreti della tortura nel nostro Paese, scoperti a distanza di moltissimi anni: pensiamo al caso Dozier e all’antiterrorismo degli anni 70 e 80. Ci sono peraltro troppi segni per cui la tortura non è considerata dal nostro legislatore un reato grave. Tanto è vero che non è un reato ostativo, come invece prescrive la Convenzione.

Altrove, si dice, i processi d’appello durano meno.

Le statistiche di comparazione proposte dai consulenti della ministra sono fuorvianti. Bisogna trovare un altro sistema in cui praticamente ogni sentenza è appellata. Non esiste. Mentre in Italia la percentuale di processi definiti con il cosiddetto patteggiamento è del 4-5%, negli altri Paesi raggiungono il 60-90%. Negli Stati Uniti il 98%. È ovvio che con tale ridotto carico di processi i tempi si rispettano meglio. È altresì fuorviante dire, come è stato detto, che negli Stati Uniti ci sono dei limiti cogenti, il cosiddetto speedy trial. Si tratta di un termine molto breve, 180 giorni dall’incriminazione al giudizio, sovente rinunciati dalla stessa difesa perché non è in grado di opporsi alle prove dell’accusa, che conosce nei soli limiti che l’inquirente consente di conoscere. Tali termini, peraltro, si sospendono, ordinariamente nel caso in cui il giudice, l’avvocato o il pubblico ministero chiedono il rinvio, e la corte non ha a disposizione udienze se non dopo mesi.

L’Italia è stata più volte condannata per i processi troppo lunghi.

La questione della durata ragionevole del processo è tecnicamente complessa e richiede interventi che tengano conto dell’equilibrio del sistema. Se la riforma Bonafede è sbilanciata per taluno in assenza di interventi che riducono l’interesse a percorrere inevitabilmente per tutti i reati, bagatellari o gravi, il lungo percorso fino alla sentenza definitiva, la prescrizione processuale è ancor più sbilanciata ed ha l’ulteriore difetto di essere non allineata alla maggior parte dei sistemi penali. È un unicum bizzarro che crea diseguaglianze, il vero problema dei sistemi penali, altro che durata ragionevole.

Violenze al G8: con la “Cartabia” zero condanne

Il massacro della scuola Diaz, i depistaggi e i verbali falsi firmati da funzionari ai vertici della polizia italiana, secondo Amnesty International “la più grave violazione dei diritti umani in un Paese democratico avvenuta nel Dopoguerra”. Gli orrori della caserma di Bolzaneto, dove vennero portati i manifestanti arrestati illegalmente, torturati per giorni, umiliati, costretti a ripetere slogan fascisti e nazisti da uomini (e donne) delle forze dell’ordine. E ancora: ricordate Alessandro Perugini, l’esperto vicecapo della Digos in jeans e maglietta gialla che tira un calcio a un ragazzino allora minorenne, che poi compare insanguinato e con un occhio tumefatto? O l’ex questore di Genova, Francesco Colucci, processato per falsa testimonianza per aver tentato di proteggere gli imputati della Diaz e l’ex capo della polizia, Gianni De Gennaro? Tutti e due prescritti.

Nei giorni in cui si celebra il ventennale del G8 di Genova del 2001, la riforma della Giustizia del ministro Marta Cartabia sta per approdare in Parlamento. La norma cancella la legge dell’ex guardasigilli M5S Alfonso Bonafede, che per i fatti successivi al gennaio 2020 sospende la prescrizione dopo la condanna in primo grado. E di fatto la reintroduce, chiamandola però “improcedibilità”: i processi si fermano se durano più di due anni in appello e uno in Cassazione. Che ne sarebbe stato dei processi per il G8? Nessuno, con quelle regole, sarebbe arrivato in fondo.

La “macelleria messicana”

Il copyright è di Michelangelo Fournier, uno dei funzionari finiti a processo. Coniò anche la grottesca definizione di “colluttazioni unilaterali”. In altre parole: le botte le avevano date solo i poliziotti a 93 persone indifese e inermi, arrestate per reati inventati. La ciliegina sulla torta furono due bottiglie Molotov, portate nella scuola proprio dai poliziotti (e incredibilmente sparite durante il processo: le custodiva la polizia). Sono state la chiave di un processo terribile, condotto da due pm, Enrico Zucca e Francesco Cardona, trattati con sufficienza da gran parte dei media e dalla politica, osteggiati dalla polizia (molti degli agenti picchiatori non sono mai stati identificati) e poco sostenuti anche dal capo della Procura.

Di tutte le accuse di lesioni personali rivolte a pubblici ufficiali per il G8 di Genova la prescrizione non ne ha lasciata in piedi neanche una. Si sono prescritte perfino le lesioni gravi contestate ai capisquadra del reparto ex Celere di Roma, gli uomini di Vincenzo Canterini e di Fournier. Prescritte le calunnie e gli arresti illegali. Furono condannati solo i responsabili del gigantesco depistaggio, cioè coloro che firmarono (o da capi ispirarono) i falsi verbali della Diaz. Non proprio tutti: il quindicesimo firmatario non fu mai identificato, nessuno ne fece il nome, un caso limite di ufficiale di polizia giudiziaria rimasto anonimo… Però il processo è finito con la condanna a quattro anni di un dirigente come Francesco Gratteri, che 20 anni fa guidava lo Sco – il Servizio centrale operativo, l’élite investigativa della polizia –, era stato promosso prefetto da imputato e studiava da capo della polizia. Tre anni e otto mesi al suo vice Gilberto Caldarozzi e a diversi dirigenti e funzionari delle Squadre mobili.

Cosa sarebbe accaduto con la riforma Cartabia? L’appello (2010) si è tenuto entro due anni dal primo grado (2008). Ma la durata del processo di Cassazione (arrivato nel 2012, dopo 1 anno e 11 mesi) avrebbe fatto saltare in aria ciò che ne rimaneva. Con la riforma di Bonafede, invece, le condanne di primo grado per lesioni sarebbero potute diventare definitive.

Le sevizie nella caserma

I manifestanti arrestati alla scuola Diaz furono trasferiti alla caserma di Bolzaneto, l’altro grande black-out costituzionale di quei giorni. Persone sotto custodia dello Stato subirono abusi e vessazioni terrificanti: costretti a stare in piedi per ore, nella posizione del cigno o della ballerina, picchiati e umiliati, seviziati, costretti a ripetere slogan antisemiti o inneggianti alla dittatura di Pinochet, detenute denudate e oggetto di insulti a sfondo sessuale. Come nel caso Diaz il processo, condotto dai pm Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello, scontava l’assenza, in Italia, di una legge sulla tortura. E come nel processo Diaz, la sentenza di primo grado (il 14 luglio 2008) fu complessivamente più favorevole agli imputati (agenti, funzionari e medici di polizia penitenziaria, più carabinieri e poliziotti): 16 condannati, 29 assolti; riconosciuti solo una trentina dei 120 capi di imputazione. In secondo grado la sentenza fu pronunciata il 5 marzo 2010 (meno di due anni dopo): quasi tutti colpevoli. Ma la maggior parte dei reati erano ormai prescritti. Particolare non trascurabile: chi viene condannato per reati prescritti è comunque responsabile in sede civile, infatti stanno versando i risarcimenti anticipati dai ministeri dell’Interno e della Giustizia. Con la riforma Cartabia, su questo punto, non si sa ancora: cosa accadrà alle vittime quando una condanna di primo grado finirà nella tagliola dell’improcedibilità?

Nel caso Bolzaneto, però, nemmeno la legge Bonafede avrebbe evitato le prescrizioni: la stesura finale non sospende la prescrizione in caso di assoluzione in primo grado. Se invece fosse stata in vigore la riforma Cartabia, il processo sarebbe stato dichiarato improcedibile in Cassazione, con l’azzeramento anche delle sette condanne rimaste in piedi. La più alta al poliziotto Massimo Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi), responsabile della divaricazione fino all’osso della mano di un giovane manifestante. Nessuna prescrizione, invece, per le accuse di devastazione e saccheggio che hanno portato a condanne fino a 15 anni per una decina di manifestanti.

La ferita alla democrazia italiana, invece, è stata certificata da due condanne della Corte europea per i diritti umani: era stata tortura, sia a Bolzaneto che alla Diaz. E così, solo nel 2017, l’Italia si è dotata di una legge in materia, per quanto discutibile nel merito. Mancano tuttora, però, le norme necessarie ad allontanare i responsabili dai corpi di appartenenza e a rendere riconoscibili gli agenti attraverso codici alfanumerici, come reclama la stessa Corte europea. Per i giudici di Strasburgo non c’è dubbio: la tortura non deve andare in prescrizione, è un reato troppo grave che giustifica anche lunghi processi. L’Italia per ora ha fatto solo il minimo.

A destra volano gli stracci (e le sedie): la Meloni scompare, La Russa fa rissa

È tutta una delicata questione di seggiole e poltrone: a destra si balla il gioco della sedia, ma non si diverte nessuno. Anzi, a Milano si consuma una scena madre. La coalizione si riunisce per presentare il candidato sindaco unitario, Luca Bernardo, ma l’attenzione si sposta rapidamente dal palco alla platea. In prima fila c’è una sedia vuota con la scritta “Fratelli d’Italia”. Giorgia Meloni ha lasciato parlare la sua assenza: è ancora furibonda per l’esclusione del suo partito dal giro di nomine per il consiglio d’amministrazione della Rai. Nella coalizione sono volate parole poco gentili e accuse tattiche, l’alleanza vacilla e Meloni non sdrammatizza, anzi diserta a sorpresa la conferenza stampa a cui partecipano gli altri leader (Berlusconi con un videomessaggio).

La sedia vuota riempie l’inquadratura. La forzista Licia Ronzulli, rapace, allunga le mani e prova a togliere il foglio di Fratelli d’Italia per sostituirlo con la scritta “Lega”. Forse perché berlusconiani e leghisti in questa fase vanno a braccetto – e Ronzulli da sempre coltiva simpatie salviniane – o forse perché voleva intanto bloccare la cadrega per farci sedere qualcuno dei suoi. In ogni caso, la senatrice azzurra non ha fatto i conti con Ignazio La Russa. Il colonnello meloniano ha uno scatto rabbioso, quasi violento. Allunga il braccio, ferma la mano della collega, protegge il segnaposto di Fratelli d’Italia e sbatte il pugno sulla sedia, sbraita: “Non me ne fotte un cazzo! Ti alzi tu!”. Ronzulli è impietrita, si accorge con la coda dell’occhio che la scena è ripresa da una videocamera, batte rapidamente in ritirata. La Russa ghermisce il trofeo, stringe il foglio con la scritta “Lega” e lo accartoccia, lo trasforma in una palletta. Si risparmia almeno lo sfregio di lanciarla verso il palco.

Sullo stesso palco, Salvini aveva giusto pronunciato un’ode piuttosto imbarazzante al centrodestra unito: “Questa è una giornata così bella, di unione, che non dedico tempo alla sinistra che vorrebbe il centrodestra diviso, non dedico tempo a queste cose”. Ci ha pensato qualcun altro al posto suo.

Così il lancio di Bernardo finisce in secondo piano e il centrodestra, non tanto unitario, esibisce al pubblico i suoi nervi tesi. Per i meloniani parla Daniela Santanchè: “Fratelli d’Italia crede che si possa vincere soltanto con la squadra, e per noi la coalizione è importante. Ma a volte, devo dire con franchezza, non mi pare che sia così importante per tutti”.

La Russa intanto dirime la questione della sedia e delle poltrone di fronte ai cronisti: “C’erano già quattro di Forza Italia in prima fila, questa mania di esibirsi non-ci-pia-ce!”. Quattro posti, proprio come quelli che si sono divisi i partiti di governo (e tra loro Lega e Forza Italia) in Cda Rai, tenendo fuori FdI e facendo gridare a Meloni una richiesta d’intervento del Quirinale.

Il domino dei litigi della destra ora rischia di far cadere altre tessere. In Calabria, per esempio, potrebbe riaprirsi il discorso sulla candidatura unitaria. In teoria la scelta è già fatta, visto che il nome (dopo il lutto di Jole Santelli) spettava a Forza Italia, che ha puntato su Roberto Occhiuto. Ma adesso che nell’alleanza s’è aperta una breccia, si rifà sotto la deputata calabrese di Fratelli d’Italia, Wanda Ferro: “Io sono sempre pronta per quello che mi chiede il mio partito, non ho mai nascosto l’ambizione di essere candidata della coalizione. Noi abbiamo sempre puntato su unità e correttezza nel centrodestra ma vogliamo lo stesso atteggiamento da parte degli alleati. Vorremmo andare insieme ovunque, ma potrebbe accadere che il rapporto di fiducia venga meno, allora, a quel punto si potrebbero cambiare le scelte fatte. Non vogliamo essere trattati da Cenerentola”.

A proposito di fiabe, Ferro è nota alle cronache nazionali per essere finita nella rete del mitologico Mark Caltagirone, un personaggio fittizio, che esisteva solo sui social network, ma pare fosse promesso sposo, tra le altre, anche della deputata meloniana. Ma questa è davvero un’altra storia.

Rai, colpo di coda del Caimano per far fuori il nome di Draghi

L’asse Lega-Forza Italia potrebbe andare avanti. Mercoledì prossimo, in Vigilanza, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi cercheranno di fare tombola portando Simona Agnes, figlia di Biagio Agnes, alla presidenza della tv pubblica. Queste sono le notizie che filtrano da Parlamento e Viale Mazzini. Non è detto che l’operazione riesca. Anzi, allo stato attuale è Marinella Soldi – indicata dal governo – ad avere più chance. Ma la grande incognita sono i 9 esponenti del M5S. Mentre Fi e Lega ne contano 13. Se però Agnes dovesse farcela, l’operazione avrebbe il sapore di un clamoroso colpo di coda del Caimano in Rai. Forza Italia, infatti, ha già nel suo mazzo il sottosegretario all’Editoria, Beppe Moles, la presidenza della Vigilanza con Alberto Barachini e una consigliera di amministrazione, Simona Agnes, appunto. Se dovesse fare l’en plein con la presidenza, si realizzerebbe un filotto non da poco. Bisognerebbe tornare ai tempi della struttura Delta (2005-2007) con Deborah Bergamini che concordava i palinsesti della tv pubblica insieme al “nemico” di Mediaset Mauro Crippa. O all’epoca (2009-2011) in cui direttore generale era Mauro Masi. Anche se poi Agnes è più una creatura di Gianni Letta (presidente del Premio Agnes) che dell’ex Cavaliere.

Nel centrodestra continuano feroci stilettate per l’esclusione di Fratelli d’Italia, con Giorgia Meloni che ieri ha disertato la presentazione della candidatura di Luca Bernardo a Milano. FdI continua a insistere per la presidenza della Vigilanza (con Santanchè o Mollicone), ma nulla fa pensare a un passo indietro dell’azzurro Alberto Barachini.

Così s’inizia a ragionare sulle future spartizioni di reti e tg, dove Meloni già può vantare la direzione di Rai2 (Ludovico Di Meo) e quella del Tg2 (Gennaro Sangiuliano) in condivisione con la Lega. Cosa le si potrà dare di più? Forse la Tgr (ora alla Lega) che, come Tg1 e Tg2, sono le prime direzioni a scadere, in ottobre? “Far saltare l’alleanza di centrodestra per questioni di poltrone? Mi rifiuto di pensarlo. In Rai ci sarà spazio per tutti”, assicura Salvini. “Non si mette in discussione tutto per una poltrona in Cda…”, aggiunge, quasi a sfottò, il leghista Andrea Crippa. “Questo precedente è un punto di non ritorno. Se fosse successo al Pd ora ci sarebbero i caschi blu. Qui è in gioco la tenuta democratica”, afferma, apocalittica, Meloni.

Ieri si è insediato il nuovo Cda che ha ratificato la nomina di Carlo Fuortes (ad) e Marinella Soldi (presidente), votata da 6 consiglieri su 7, con l’astensione di Riccardo Laganà. “Ancora non conosco la mission”, ha spiegato. Il nuovo ad si è limitato a parole di circostanza. “È un onore essere qui, cercherò di fare del mio meglio…”, ha detto. Prima, però, Fuortes aveva incontrato, per il passaggio di consegne, Fabrizio Salini. Al quale avrebbe espresso apprezzamento per il piano industriale, manifestando l’intenzione di riprenderlo e, con qualche modifica, approvarlo al più presto.

L’aiutino dei governatori per i referendum leghisti

Il via libera ai referendum della Lega (e dei Radicali) per accogliere di nuovo i corrotti in Parlamento non passerà più dalla “volontà popolare”, intesa come le 500mila firme raccolte in 120 giorni dai militanti in tutta Italia, bensì dalla votazione verticistica di sei mozioni in 5 consigli regionali, come prevede l’articolo 75 della Costituzione. Dopo nemmeno due settimane dall’avvio della campagna referendaria (il 2 luglio), Matteo Salvini sembra aver alzato già bandiera bianca e ha chiesto ai governatori-amici un paracadute per far in modo che, ben che vada, la raccolta firme ai banchetti si dimostri un esercizio di stile, più che di democrazia.

Il primo a correre in soccorso del segretario è stato Attilio Fontana. Il consiglio regionale della Lombardia, il 13 luglio, ha approvato a maggioranza le sei proposte di approvazione di referendum abrogativo indette dai leghisti: hanno votato a favore Lega e Forza Italia, contro Pd e M5S, mentre Fratelli d’Italia si è astenuto.

L’esempio di Fontana&C. è stato subito seguito dai vicini di casa, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. La Regione di Luca Zaia ha fatto partire la discussione mercoledì scorso in commissione, facendo registrare – anche qui – la dissociazione di FdI, e ha calendarizzato la votazione degli ordini del giorno per le giornate di martedì e mercoledì prossimi. Nel Friuli di Massimiliano Fedriga, invece, la Commissione accoglierà la proposte leghiste il 22 luglio e ha già previsto di portarle in aula il successivo 26 luglio: qui i promotori sono arrivati addirittura a citare la Lombardia. Non si sottrae nemmeno l’Umbria di Donatella Tesei: lunedì i quesiti andranno in Commissione, su richiesta del capogruppo della Lega, Stefano Pastorelli. “Mi stupisce la velocità con cui la richiesta di calendarizzazione è stata accettata, quando anche noi come M5S avremmo voluto proporre al consiglio il nostro quesito per l’eutanasia legale”, dichiara il capogruppo del M5S Umbria, Thomas De Luca. Si cerca una quinta regione. Con la Calabria di Nino Spirlì ferma per la campagna elettorale, la scelta è ricaduta sulla Liguria. Al momento la Regione di Giovanni Toti (leader di Cambiamo) è quella che sta più indietro, con la votazione prevista per il 3 agosto, nonostante la protesta delle opposizioni. In alternativa, il senatore Roberto Calderoli ha già parlato con il forzista Alberto Cirio: il governatore del Piemonte – assicurano fonti leghiste all’ombra della Mole – si sarebbe già reso disponibile.

Fra le proposte di Lega e Radicali non c’è solo l’abolizione della cosiddetta Legge Severino, che fra le varie norme prevede l’incandidabilità per le cariche nel Parlamento italiano, nel Parlamento Ue e negli Enti locali per tutti coloro che abbiano riportato condanne legate alla corruzione. I quesiti vorrebbero anche l’introduzione di alcuni temi già cari ai vari governi Berlusconi: la responsabilità civile dei magistrati, la separazione delle carriere fra giudici e pm, la reclusione preventiva in carcere solo per i “reati gravi” e la raccolta firme per i magistrati che vogliono far parte del Csm. Alcune di queste norme, fra l’altro, sono state già affrontate nella riforma proposta dalla ministra Cartabia. Di sicuro l’approvazione in consiglio regionale permetterà a Salvini in primis di evitare figuracce, ma probabilmente anche di risparmiare qualcosa sui banchetti e sulla campagna referendaria. In fondo, prevenire è meglio che curare.

L’Anm fa a pezzi la Cartabia: “In fumo 150 mila appelli”

L’avvocato Franco Coppi ha fatto un’inversione a “U” che ha del miracoloso, manco Paolo di Tarso sulla via di Damasco. E così, dopo averla demolita nei giorni scorsi, ieri alla Camera ha giurato che la riforma ammazza-processi targata Cartabia qualche difettuccio ce l’ha: ma “è una necessità dolorosa”, facendo la gioia della sua allieva diletta Giulia Bongiorno, oggi arruolata dalla Lega che plaude al testo.

Invece non ha cambiato affatto idea l’Associazione nazionale magistrati, che ha le mani nei capelli dopo aver messo insieme qualche dato: la “nuova” prescrizione, che consiste nell’estinzione del processo per improcedibilità se si supera la durata di due anni in Appello e uno in Cassazione, mette a rischio almeno 150 mila processi che finiranno inevitabilmente su un binario morto, lasciando impuniti gli eventuali colpevoli e senza giustizia tutti gli altri.

“L’obiettivo di contenere la durata dei processi è assolutamente condivisibile, ma non è questo lo strumento giusto”, ha detto il presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, sottolineando come più che accelerare i processi, il ddl penale li eliminerà, punto. Perché il testo “non considera le necessità organizzative degli uffici: ci sono Corti d’appello che non riuscirebbero a rispettare i tempi, tanto che i processi morirebbero prima ancora di essere fissati. Una cosa è l’indennizzo per irragionevole durata del processo, un’altra cosa è l’eliminazione totale del processo”.

E anche le deroghe previste rispetto alla micidiale tagliola congegnata dal governo “dimentica reati di assoluta gravità: maltrattamenti in famiglia, stalking, omicidi colposi, tratta di esseri umani, reati per i quali già oggi il legislatore prevede il raddoppio del tempo di prescrizione”. Ma, al di là di tutto, è proprio il congegno a essere sbagliato per Santalucia: “Non è possibile pensare che un giudizio di Cassazione, magari dopo una doppia sentenza conforme di condanna, venga a sfumare solo perché si sfora il termine di un anno”. Chiosa il coordinatore dell’ufficio sindacale delle toghe, Aldo Morgigni: “Stiamo portando alla morte il processo penale: tutto ciò che andrà in appello sarà destinato ad essere cestinato, idem per la Cassazione. Senza che invece sia previsto alcun serio meccanismo di disincentivazione dell’impugnazione”.

Anche l’ex consigliere del Csm è stato ascoltato ieri di fronte alla commissione Giustizia di Montecitorio nell’ambito del ciclo di audizioni che proseguiranno nei prossimi giorni sollecitate dalle diverse forze politiche. Che paiono invece avallare in larga misura il testo che cancella le norme varate dall’ex Guardasigilli Bonafede, difese solo dai pentastellati che infatti minacciano battaglia perché la contro-riforma Cartabia li umilia su una questione identitaria. E li ricaccia in minoranza pur essendo la prima forza parlamentare e in teoria azionisti di riferimento della maggioranza che sostiene Draghi.

Gongolano invece Forza Italia e Lega, ma pure Italia Viva che ha sponsorizzato l’audizione di Gian Domenico Caiazza, avvocato e presidente dell’Unione Camere penali, che rispetto alla riforma Cartabia sembra l’oste richiesto di un parere sul suo vino: “Non condivido affatto quel terrorismo comunicativo e mediatico secondo cui avverrà un cataclisma perché in due anni non si riuscirà a pronunciare sentenza in appello”.

Conviene con l’avvocato Caiazza anche l’ex procuratore di Torino, Armando Spataro, la cui audizione è stata sollecitata dal Pd: “La durata del processo dev’essere nota e prevedibile, piaccia o non piaccia. A fronte di questa necessità, reagire come fanno alcuni magistrati in termini aggressivi ed eccessivi non mi pare corretto. Il quadro non è così drammatico”.

Perché per Spataro “una larghissima maggioranza delle Corti d’appello italiane riescono a terminare i processi nei tempi previsti”. Anche se in realtà quelle che non ce la fanno non sono affatto una esigua minoranza in termini assoluti e di peso specifico: due su tutte, Roma e Napoli, non proprio i confini dell’impero.

Giustizia, il Pd prova a mediare col M5S ritardando la “riforma”

Lunedì Giuseppe Conte tornerà a Palazzo Chigi per incontrare Mario Draghi. L’appuntamento era atteso, ma è stato messo in agenda ieri dalla Presidenza del Consiglio: i tempi per questo faccia a faccia erano maturi a prescindere dall’attualità parlamentare, visto che Conte ha appena preso ufficialmente la guida del Movimento 5 Stelle, dopo settimane di guerra interna. Ma è ovvio che i due parleranno innanzitutto dei dossier sul tavolo della maggioranza.

Innanzitutto il premier vuole garantirsi il sostegno dei Cinque Stelle nel voto in Vigilanza Rai per la nomina della presidente Marinella Soldi, indicata dal governo, ma poco gradita ai membri della commissione, in particolare del centrodestra. Ma la questione più delicata resta la riforma della giustizia, sulla quale l’Avvocato ha annunciato battaglia. Draghi non sembra intenzionato a concedere troppo all’ex premier, visto che i ministri 5S hanno già votato il testo in Cdm e, soprattutto, per evitare di far mettere di traverso le altre forze politiche, che già hanno faticosamente digerito alcuni compromessi con i grillini. A farsi carico di un tentativo di mediazione è il Pd di Enrico Letta, che – pur condividendo l’impianto della riforma – è consapevole della necessità di tenere dentro M5S. Le interlocuzioni sono costanti, anche con lo stesso Conte. In particolare, l’uomo del dialogo è Andrea Giorgis, ex sottosegretario alla Giustizia nel Conte-2, ora in commissione Giustizia. “Stiamo facendo la nostra parte per trovare le soluzioni che vadano bene all’intera maggioranza”, spiega Alfredo Bazoli, capogruppo dem in Commissione.

Il Pd, non vuole forzare troppo sui tempi. E anche se Draghi a Letta ha ribadito la necessità di un’approvazione alla Camera prima della pausa estiva, l’approdo nell’aula di Montecitorio potrebbe slittare: è previsto il 23 luglio, troppo presto politicamente, ma anche dal punto di vista dei lavori. Ieri c’è stata una seduta fiume della Commissione, con diverse audizioni di giuristi, avvocati e magistrati (le trovate qui a fianco, ndr). Un incidente ha contribuito ad aumentare la tensione: il ministero della Giustizia ha mandato un testo difforme a quello approvato in Cdm su un emendamento che riguarda i tempi della prescrizione (che risultavano accorciati). Per poi precisare che si è trattato di un errore.

Al di là dei pasticci, tra le possibili mediazioni per intervenire sui tempi della prescrizione, se ne fanno strada due in particolare: una norma transitoria, per farla entrare in vigore in maniera meno immediata (come si fece ai tempi della riforma Bonafede) e l’allargamento del catalogo dei reati con tempi prescrittivi più lunghi. Marta Cartabia, ministro della Giustizia, sa che il rischio di una implosione della maggioranza è alto, quindi ha aperto a possibili modifiche. Ma non è detto che siano sufficienti a convincere Conte: l’ex premier, nell’incontro di lunedì, ribadirà che in gioco non c’è la lealtà alla maggioranza, nessuno – insomma – ha intenzione di far cadere il governo. Però, sarà il suo ragionamento, non si tratta nemmeno di una pura questione di principio: alle elezioni del 2018, oltre dieci milioni di italiani hanno votato il Movimento che aveva tra i suoi impegni principali proprio quello di riformare la Giustizia e le norme sulla prescrizione, impegno mantenuto con l’approvazione della legge Bonafede, ora presa a schiaffi dai suoi stessi compagni di partito. “Per noi c’è un limite invalicabile: non possiamo tollerare alcuna sacca di impunità – spiegherà Conte – Non ci possono chiedere di smantellare le riforme per cui i 5 Stelle sono stati votati”.

E lo stesso vale per il Reddito di cittadinanza, un’altra delle bandiere del Movimento che rischia di finire ammainata. Conte ha intenzione di discutere con Draghi anche di questo, illustrandogli una serie di interventi che possano migliorarlo, incidendo soprattutto sulle politiche attive del lavoro. Lo stesso tasto su cui vuole battere il ministro dem Andrea Orlando, anche lui convinto che il Reddito non vada smontato ma migliorato, attraverso investimenti sul reinserimento lavorativo, sui centri per l’impiego e poi su ammortizzatori sociali e istruzione. Un altro possibile terreno di convergenza per i vecchi alleati giallorosa.

I veri anti-italiani

Da una settimana i migliori pennivendoli del bigoncio ci accusano di essere anti-italiani e anti-patriottici perché non ci siamo uniti al coro di retorica per la vittoria della Nazionale (anzi di Draghi) agli Europei di calcio e alle notti magiche inseguendo il Covid. Il caso vuole che proprio un anno fa, il 17 luglio 2020, iniziasse il Consiglio d’Europa decisivo sul Recovery Fund. E fu chiaro a tutti chi fossero gli anti-italiani: non chi tifava contro una squadra di calcio, ma chi tifava contro il proprio Paese piegato e piagato dalla pandemia. Riavvolgiamo il nastro e facciamo un po’ di nomi e cognomi.

23 marzo 2020. Dopo 12 giorni di lockdown, il premier Giuseppe Conte convince i leader di Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Grecia, Irlanda, Lussemburgo e Slovenia a firmare una “Lettera dei Nove” al presidente del Consiglio Europeo Charles Michel per proporre un piano di ricostruzione finanziato con gli Eurobond (o “Coronabond”).

26 marzo. Renzi e Salvini, in Parlamento, invocano la caduta del governo e un’ammucchiata guidata da Draghi. I patrioti de La Verità titolano: “Conte pronto a svendere l’Italia. Vuole ricorrere al Mes, una trappola che ci consegnerà alla troika”. Uscito dalla bolgia parlamentare, Conte si collega con Bruxelles per il Consiglio Ue: non finisce a botte solo perché i leader sono in videoconferenza. Germania, Austria, frugali del Nord e fronte Visegrad pro Mes, Italia e gli altri otto pro Recovery (spalleggiati da Lagarde e Sassoli). Conte: “Se qualcuno di voi pensa ai meccanismi del passato, non si disturbi: ve li potete tenere, l’Italia non ne ha bisogno e farà da sé”. Merkel: “Giuseppe, il Mes è lo strumento che abbiamo, non capisco perché tu voglia minarlo…”. Conte: “Angela, state guardando alla realtà di oggi con gli occhiali di dieci anni fa. Il Mes è stato disegnato nella crisi dell’euro per Paesi che hanno commesso degli errori”. Macron: “Il Mes serve per gli choc asimmetrici su singoli Paesi. Questa pandemia è uno choc simmetrico: ci riguarda tutti”. Rutte: “Non siamo pronti per gli Eurobond, dobbiamo tenere in serbo delle armi in caso di scenari peggiori”. Sánchez: “Perché, cosa può esserci di peggio della strage che oggi attanaglia l’Europa?”. Qualcuno, visto lo stallo, propone un rinvio, ma Conte batte i pugni: “Le conseguenze del Covid vanno affrontate domattina, non nei prossimi mesi. Altrimenti cosa diremo ai nostri concittadini che ci chiederanno che senso ha questa casa comune? Non avremo risposte”. E blocca il summit col veto, rifiutando con Sánchez di sottoscrivere qualunque conclusione, finché non ottiene l’impegno dell’Eurogruppo a proporre il Recovery Fund entro due settimane.

27 marzo. Anziché fare fronte comune col governo, che dopo anni di parole al vento difende gli interessi dell’Italia in Europa, la destra “sovranista” e la stampa “indipendente” si scatenano. Non contro il Covid, ma contro Conte. Anche a costo di falsificare, anzi ribaltare il senso del vertice Ue e di un intervento di Draghi in favore della proposta di Conte e degli altri otto governi Ue. Stampa: “Cresce il partito di Draghi”. Repubblica: “Bellanova: ‘Serve una classe dirigente all’altezza. Draghi ha sguardo lungo e coraggio’”. Messaggero: “La spinta di Draghi”. Foglio: “Il manifesto di Draghi è un perfetto programma di governo”, “Montezemolo: alleanza trasversale per salvare l’Italia”. Giornale: “Chiamate Draghi”. Verità: “Giuseppi non è capace, chiamate subito Draghi”, “Conte finge di vincere dopo aver fallito”. Libero: “L’Ue ci prende in giro e non decide nulla. Il premier fa l’offeso”.

2 aprile. Visto che molti governi dicono no agli Eurobond per la diffidenza dei loro elettorati sul nostro debito-monstre, Conte decide di chiarire la sua proposta anzitutto alle opinioni pubbliche con una serie di interviste a tv e giornali europei (Financial Times, El País, De Telegraaf, Die Zeit, Ard, La Sexta, Süddeutsche Zeitung). E apre le prime crepe nel fronte del nord. Ma i suoi peggiori nemici sono l’establishment italiano e i suoi giornaloni, che fanno il tifo contro il governo impegnato nell’eurobattaglia mortale.

10 aprile. Salvini scatena l’inferno. Siccome tutti i ministri delle Finanze Ue hanno deciso di eliminare una serie di condizionalità dal Mes (senza che nessuno chieda il prestito), parla di “Caporetto” per l’Italia: “Non ci sono gli Eurobond di Conte, ma c’è il Mes. Sfiduciamo Gualtieri”. La Meloni accusa l’esecutivo di aver firmato il Mes, nottetempo e di nascosto, e Conte di “alto tradimento” e “spergiuro”. Le destre, sui social, aizzano a ribellarsi contro il governo che “svende l’Italia”.

11 aprile. Conte incontra la stampa e risponde a una domanda sulle accuse delle due destre: “Il Mes esiste dal 2012 (grazie al governo B. con Lega e Meloni, ndr), non è stato istituito ieri o attivato la scorsa notte, come falsamente e irresponsabilmente dichiarato – faccio nomi e cognomi – da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Questo governo non lavora col favore delle tenebre. Non abbiamo firmato alcuna attivazione del Mes, l’Italia non ne ha bisogno e lo ritiene inadeguato. Per la prima volta abbiamo messo nero su bianco il Recovery. Abbiamo bisogno di tutti i cittadini italiani. Le menzogne ci indeboliscono nella trattativa”. E subito parte una canea assordante: non contro chi lancia le fake news, ma contro il premier che osa smentirle.
(1 – continua)